Le religioni insieme contro la schiavitù

Ada Prisco

Lunedì 17 novembre 2014 la ong australiana Walk Free Foudation (http://www.walkfreefoundation.org/) ha pubblicato il Global Slavery Index, secondo cui attualmente la schiavitù è praticata in 167 paesi e coinvolge 35,8 milioni di persone. Schiavitù è intesa come privazione di libertà, in modi molto variegati. La stima prende in considerazione i numeri rapportati alla popolazione totale, le politiche messe in atto dai governi, i fattori di vulnerabilità predisponenti alla schiavitù.
In occasione della Giornata Mondiale per l’abolizione della schiavitù, lo scorso due dicembre, presso la Pontificia Accademia delle Scienze, nella Casina Pio IV in Vaticano, i rappresentanti di diverse religioni si sono impegnati a contrastare insieme la schiavitù per debellarla entro il 2020. Il testo firmato è molto scarno (reperibile tra l’altro all’idirizzo http://www.globalfreedomnetwork.org/it/):
Noi firmatari siamo oggi qui riuniti per un’iniziativa storica volta ad ispirare azioni spirituali e pratiche da parte di tutte le religioni del mondo e delle persone di buona volontà per eliminare per sempre la schiavitù moderna entro il 2020.
Agli occhi di Dio* (*Il Grande Imam di Al Azhar usa la parola “religioni”), ogni essere umano, ragazza o ragazzo, donna o uomo, è una persona libera, destinata a esistere per il bene di ognuno in eguaglianza e fraternità. Le diverse forme di schiavitù moderna, come la tratta degli esseri umani, il lavoro forzato e la prostituzione, il traffico di organi e qualsiasi altra pratica contraria ai concetti fondamentali di uguaglianza, libertà e pari dignità di ogni essere umano, deve essere considerata crimine contro l’umanità.
Qui e oggi, assumiamo l’impegno comune di fare tutto il possibile, all’interno delle nostre comunità di credenti e all’esterno di esse, per ridare la libertà a chi è vittima di schiavitù o di tratta di esseri umani, restituendo loro speranza nel futuro. Oggi abbiamo la possibilità, la consapevolezza, la saggezza, i mezzi innovativi e le tecnologie necessarie a raggiungere questo obiettivo umano e morale.

I firmatari sono: Papa Francesco (per la chiesa cattolica), Sua Santità Mata Amritanandamayi (per la religione induista), il Maestro Zen Thich Nhat Hanh (rappresentato dalla Venerabile bhikkhuni Thich Nu Chan Khong, per la religione buddhista), il Venerabile Datuk K Sri Dhammaratana (Sommo Sacerdote della Malesia, per la religione buddhista), il Rabbino Dr. Abraham Skorka (per la religione ebraica), il Rabbino Capo David Rosen (per la religione ebraica), Sua Santità il Patriarca Ecumenico Bartolomeo (rappresentato da Sua Eminenza Emmanuel, Metropolita di Francia, per la chiesa ortodossa), Mohamed Ahmed El-Tayeb (Grande Imam di Al-Azhar, rappresentato dal Dr. Abbas Abdalla Abbas Soliman, Sottosegretario di Stato di Al Azhar Alsharif, per la religione musulmana), il Grande Ayatollah Mohammad Taqi al-Modarresi (per la religione musulmana), il Grande Ayatollah Sheikh Basheer Hussain al Najafi (rappresentato dallo Sceicco Naziyah Razzaq Jaafar, Consigliere Speciale del Grande Ayatollah, per la religione musulmana), lo Sceicco Omar Abboud (per la religione musulmana), Sua Grazia Justin Welby (Arcivescovo di Canterbury, per la chiesa anglicana).
L’iniziativa è stata salutata con favore dal Cec (Consiglio Ecumenico delle Chiese), presente all’evento nella persona di Fulata Mbano-Moyo, coordinatore dei programmi per le donne nella chiesa e nella società, che ha invitato tutte le chiese componenti il Cec ad aggiungere la propria firma e il proprio impegno fattivo.

La schiavitù moderna
Il Global Slavery Index definisce la schiavitù dei nostri tempi così:
La schiavitù moderna è un crimine nascosto. Assume molte forme ed è conosciuta sotto molti nomi: schiavitù, lavori forzati, o traffico di esseri umani. Tutte le forme comportano che una persona sottragga a un’altra la sua libertà, la sua libertà di lasciare un lavoro per un altro, la sua libertà di lasciare un posto di lavoro per un altro, la sua libertà di esercitare il controllo del proprio corpo. La schiavitù moderna implica che una persona eserciti un possesso o un controllo su di un’altra, in modo da privarla significativamente della sua libertà individuale, con l’intenzione di sfruttare quella persona, usandola, comandandola, traendone profitto, spostandola o disfacendosene.
La schiavitù comprende un ampio ventaglio di possibili azioni mirate alla sopraffazione di un individuo sull’altro, fino alla sua totale reificazione. Nel XXI secolo il pianeta avverte ancora fortemente la necessità di riaffermare la differenza fra persona e cosa. Perché? E’ triste constatare come si assimili e si valuti la persona, per sfruttarla come capitale estremamente più redditizio dell’oggetto. La persona sul mercato rende di più. Paradossalmente i moderni mezzi della tecnologia, quelli invocati dagli stessi firmatari, agevolano i traffici umani e il controllo sulle persone. Oggi è più facile guadagnare, sfruttando degli esseri umani come merce.

La definizione proposta di schiavitù, oltre ad essere ampia, è molto sottile e fa avvertire il fenomeno molto più vicino di quanto si potrebbe pensare, tanto più minaccioso perché visibile soltanto in parte. Un volto della schiavitù emerge attraverso l’abuso evidente, in cui è riconoscibile dall’esterno l’equivalenza fra persona e merce. Rimangono molto più in ombra tante facce nascoste, celate sotto un’apparente normalità: necessitano di uno sguardo più penetrante per essere svelate. Le schiavitù avvengono avvantaggiandosi di un vuoto di diritto, in contesti in cui gli esseri umani, in parte o per la totalità, non sono considerati uguali e, in particolare, le libertà individuali non sono garantite dalla legge. Possono accadere, però, con una diversa incidenza, anche in uno stato di diritto, in cui le fasce più deboli della popolazione non sempre, non ovunque, godono di strategie di integrazione sociale tali da lasciare identificare un interlocutore affidabile nello stato, nelle associazioni, nell’umanità che s’incontra per strada.
La dichiarazione sottoscritta dai rappresentanti religiosi è stringata, ma apre la finestra su di una realtà complessa, così nevralgica da raggiungere potenzialmente tutti, sia in veste di vittime sia di carnefici.

Dov’è lo schiavo, dov’è l’oppressore?
Il nostro immaginario collettivo, con tutte le sue rappresentazioni, non è sempre lesto ad aggiornarsi, per cui alla parola “schiavo” facilmente può associare confortevoli cartoline del passato, in cui catene, marchi a fuoco, fori alle orecchie e altri segni rendevano riconoscibile e localizzabile la categoria. È possibile che alcuni di questi strumenti siano ancora adoperati, ma per la gran parte la schiavitù moderna si serve di ceppi nascosti, irrobustiti dalle catene dell’indifferenza, mentre tutto intorno prende corpo una maggiore o minore consapevolezza. A fronte delle lotte antiche, che hanno segnato il passaggio delle epoche, oggigiorno, nel nostro borgo globalizzato, siamo abbastanza più acquiescenti e disponibili a voltarci dall’altra parte, perché la questione non c’interessa o perché c’illudiamo che non ci riguardi o che coinvolga direttamente soltanto un livello selezionato e istituzionale, senz’altro indispensabile, ma non in via esclusiva.
Il mondo in cui viviamo è stratificato, i livelli medi di vita e di qualità della stessa cambiano sensibilmente col variare delle latitudini: minore è l’attenzione della politica e del diritto verso i diritti umani, maggiormente la schiavitù può manifestarsi indisturbata. Si pensi a com’è stato esibito e come tuttora perduri il sequestro di oltre 200 ragazze nello stato di Borno, nel nord-est della Nigeria, per mano dei miliziani di Boko Haram il 14 aprile 2014.
Sussistono tipologie di schiavitù, che avvengono, almeno apparentemente, con il consenso dello schiavo, come nel caso della vendita del proprio corpo. Nemmeno in questo caso è consigliabile massificare troppo. Finisce col diventare prostituta la donna venduta e messa sulla strada, l’immigrata attirata con la prospettiva illusoria di una vita migliore, la ragazzina in cerca di un’indipendenza economica che può diventare inconsapevole consegna ad un altro della stessa propria libertà. C’è sempre ed effettivamente un consenso reale?
Sembra quasi assurdo che nel Global Slavery Index si includa nella casistica la privazione della libertà di cambiare lavoro o posto di lavoro. Fa sentire tutti abbastanza prigionieri.
Quando allude al trasferimento forzato di esseri umani, non può non venire in mente la galassia emigrazione con tutte le conseguenze che comporta. Spesso tali circostanze sono lette come cause. E se, invece, le leggessimo come effetti di cause più remote, che provocano queste circostanze per scopi non visibili, mantenendo in piedi e sfruttando al meglio una rete di schiavitù invisibili?
Evidentemente in tutti questi casi, con differenze importanti fra una realtà e l’altra, si registra una latitanza istituzionale, politica, giuridica e religiosa.
Dalla prospettiva dei soggetti più direttamente coinvolti, è inevitabile anche chiedersi perché, in casi quali la prostituzione, il commercio di organi, le ingiustizie sul lavoro e simili, le persone soggiogate non chiedano aiuto, non sempre tentino una via di fuga. Sarebbe necessaria un’analisi puntigliosa delle singole circostanze, ma non possiamo negare che, oltre al livello istituzionale, entrano in gioco altre variabili: l’autocoscienza dello “schiavo”, la possibilità che questi ha di fidarsi dell’ambiente sociale in cui vive, l’indignazione che la comunità sociale e religiosa sa dimostrare fattivamente, facendosi carico delle ingiustizie.
Le religioni sono sorrette da teologie diverse, da diversi modelli di salvezza, ma tutte riservano un’attenzione privilegiata all’agire morale. Se nelle nostre società civili non si comunica più un’affidabilità palpabile, se non è scontata l’indignazione al male e la difesa della vittima, due sono le scelte possibili: o corriamo ai ripari o siamo conniventi con il male, contribuendo silenziosamente a rinsaldare le catene dell’indifferenza e delle altre forme che generano la schiavitù moderna.

Il Global Slavery Index non manca di additare fra le cause di discriminazione che favoriscono la disuguaglianza, separando in fasce invisibili la popolazione, la formazione di pregiudizi diffusi verso determinate categorie di persone, facendole sembrare meno importanti delle altre. Vi leggiamo, infatti:
Alti livelli di pregiudizio e discriminazione in una società possono creare un contesto che etichetta alcune persone come meno importanti e meno degne di diritti e di protezione, cosa che a sua volta rende più facile che si commetta contro di loro il crimine della schiavitù moderna. Nel Global Slavery Index sono applicate sette variabili per quantificare l’estensione e i tipi di discriminazione. Questi motivi includono fattori di discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale, la disabilità, la condizione dell’immigrato, l’appartenenza etnica, i diritti politici ed economici delle donne, e il livello di ineguaglianza del reddito (coefficiente di Gini) in un dato paese. La prova statistica conferma la relazione fra discriminazione e prevalenza di schiavitù moderna.

Il terreno culturale nel quale germogliano i modi di guardare all’altro è direttamente implicato nella formazione dei pregiudizi, in grado di orientare in maniera tacita e silenziosa l’atteggiamento comune verso una certa categoria di persone. Sulla formazione del giudizio le religioni da sempre fanno contare il proprio peso nel bene e nel male. E’ bene favorire una consapevolezza sempre maggiore della ricaduta sulla difesa dei diritti umani che questo può far avvertire, in modo da ridimensionare anche lo stile della comunicazione a servizio degli uomini, delle donne, dei bambini di oggi.

Rivisitando il brano della Genesi (4,9), all’ipotetica domanda di Dio: “Dov’è tua sorella, quella donna schiava della prostituzione, dov’è tuo fratello, quel bambino schiavo della guerra, quel migrante schiavo della sua stessa clandestinità …?”, vogliamo continuare a rispondere, come Caino, che non ne siamo i custodi?
Potremmo anche continuare a farlo, credenti e non. Quando, però, ci faremo belli indignandoci a parole contro il male, non dovremo meravigliarci se ci sentiremo rispondere come Natan disse a Davide (2Sam 12, 1-14): “Sei tu quel’uomo!”. E se, con l’animo del giustiziere, diremo: “Dov’è l’oppressore?”, la risposta non può che essere: “Sei tu quell’oppressore!”.

Religioni e libertà
L’idea di libertà cambia molto in ragione dell’ambiente vitale che la genera, in cui si radica anche un pensiero religioso. Molto spesso la libertà autentica viene proiettata in avanti dalle religioni, verso una dimensione raggiungibile soltanto grazie ad un particolare sforzo ascetico, se non addirittura in una vita altra. Spesso le religioni sono interpretate, ancora oggi, come un limite costitutivo della libertà, perché propongono un codice morale, un determinato stile di vita. All’interno di una stessa confessione religiosa convivono talvolta ideali antropologici e pensieri filosofici diversi, portatori di idee diverse della libertà.
Al testo sottoscritto dai rappresentanti delle religioni lo scorso due dicembre non interessa la sostanza filosofica né il contenuto teologico della libertà. E’ presa in esame la sua urgenza umanitaria.
Anche in questa scelta di fondo è possibile rinvenire un taglio interessante e proficuo della collaborazione fra le religioni, molto in linea con lo spirito delle Assemblee Ecumeniche Europee(1) e della Charta Oecumenica sottoscritta a Strasburgo nel 2001 dalle Chiese d’Europa. Prima viene l’uomo, la salvaguardia della sua salute, dell’equilibrio del suo ambiente, poi tutto il resto.
E’ degno d’interesse il fatto che, nel primo capoverso del testo, i firmatari includano nell’impegno anche “le persone di buona volontà”, come a dire che tutti siamo coinvolti dal tema dei diritti umani, credenti e non, lasciando il profilo religioso in un discreto secondo piano, quello del servo. E’ come se le religioni facessero un passo indietro, guadagnano così una visione a tutto campo.
Si intende contrastare tutto quanto è contrario a uguaglianza, libertà, pari dignità di ogni essere umano e si dichiara l’intenzione di ridare libertà e restituire speranza nel futuro.
Le teologie sono chiamate a uscire dall’autoreferenzialità per riconoscersi nel servizio all’essere umano destinato al bene, per centrare un obiettivo denso di finalità, portatore di un’etica condivisa e condivisibile universalmente. Intorno a questo agire morale ogni religione nel suo specifico potrà definire meglio la propria identità nel mondo, affrontando la sfida che oggi il male le pone internamente ed esternamente a essa. Che ogni religione possa sentirsi libera dal pregiudizio e accolga liberamente la sfida che i tempi pongono, rispondendo con un impegno concreto e organizzato, a chi la accusa di elevare steccati, di dividere, di cavalcare paure, di sfociare in forme pericolose di fondamentalismo, un impegno come quello sottoscritto, purché si traduca in pratica.
La strada dell’impegno umanitario condiviso potrebbe essere la risposta intelligente per arginare e sconfiggere sul campo i fondamentalismi che proliferano.
Le religioni e il programma della speranza
Dopo aver imparato dalla volpe a prendersi cura della sua rosa, fiore al quale si sente legato e che vuole proteggere dalla pecora, il Piccolo Principe di Saint-Exupéry(2) dice: “Sai… il mio fiore… ne sono responsabile! Ed è talmente debole e talmente ingenuo. Ha quattro spine da niente per proteggersi dal mondo…”.

Possiamo rintracciare un’intenzione simile nel proclama sottoscritto. I rappresentanti religiosi impegnano le proprie comunità non soltanto a debellare la schiavitù, ma a prendersi cura dell’orizzonte delle persone schiavizzate, a ridare libertà e restituire speranza nel futuro.
All’essere umano non basta la sopravvivenza, non è sufficiente soddisfare i bisogni primari: dispone di tutto un immaginario da curare e da nutrire per sé e per chiunque venga alla luce. Le religioni scorgono nella vita una progettualità, la vedono proiettata in una finalità, sebbene le assegnino nomi e modi differenti. Sul piano delle condizioni esterne che guadagnano e garantiscono le forme attuative della libertà, con il suo carico di doveri e diritti, è indispensabile la creazione e il consolidamento di strutture tali da tradurre in pratica l’ideale di uguaglianza e di pari dignità.
Nessun essere umano, però, che non riesca a sperimentare la libertà nella sua coscienza, nella sua interiorità, può riconoscersi mai effettivamente come libero. E in tale istanza le religioni devono trovare uno sbocco naturale, devono nutrire la libertà interiore perché ogni essere umano possa levare lo sguardo e concepire il futuro, prepararne i tempi di attuazione da protagonista, da attore che imprime un senso alle proprie azioni, senza con ciò rimanere legato alla professione di una religione, scelta possibile, anch’essa, soltanto nella piena libertà.

Il proclama è firmato. E dopo?
Ogni religione a suo modo si propone come cammino esistenziale: sarebbe bello che questa sintetica dichiarazione d’intenti definisse gli alti ideali recepiti sotto forma di programma, passi ben studiati, con tappe definite e verificabili da parte di ogni religione, che, partendo dalla lettura delle realtà di schiavitù, metta in atto misure concrete per contrastare gradualmente il male, vincendolo con il bene.
E’ auspicabile che la teologia plurale si attrezzi nell’ottica di una visione prospettica della speranza, cadenzata in obiettivi definiti, identificabili. In questo modo chiunque potrebbe realmente coinvolgersi nel percorso, offrendo il proprio contributo. Chiunque potrebbe criticare fattivamente gli obiettivi non rispettati, i ritardi, le lacune, i tentennamenti e contribuire ad aggiustare il tiro. L’intero prospetto potrebbe in modo più efficace condizionare la cultura, che tanto influisce sulla formazione delle idee.
L’accompagnamento confessionale potrebbe approfondirsi così come esodo continuo dalla schiavitù alla libertà, man mano che ogni individuo schiavizzato prende coscienza di sé, si emancipa dal male, accoglie e nutre la fiducia che lo fa sentire libero, progredisce verso una più profonda libertà personale che si traduce in possibilità di un futuro dignitoso da preparare.
Nell’ottica confessionale l’impegno per il bene è un alimento della propria fede. Per non risolversi nel suo contrario, cioè in una forma di male, questo accompagnamento deve qualificarsi come genuino servizio all’uomo, non dando adito ad alcuna pretesa di proselitismo, perché lo schiavo possa realmente prendere coscienza di essere libero.
Le religioni da sempre sono a servizio dell’uomo, ma dall’impegno sottoscritto in poi lo sono insieme.
Ogni persona di buona volontà potrà realmente coinvolgersi, soltanto nel momento in cui saranno esplicitati i singoli passi in grado di avvicinare l’obiettivo della libertà e della speranza.
Le singole religioni hanno un percorso da rispettare e da mostrare anche oltre i propri confini, ma dal 2 dicembre scorso si sono assegnate anche un programma arduo da rispettare e da propagandare in compagnia, progettare la speranza degli uomini e delle donne lungo il viaggio di questa vita.

Ada Prisco

Note

(1) Basilea 1989, Graz 1997, Sibiu 2007.
(2) Antoine de Saint-Exupéry, Le petit prince, Gallimard, Paris 1945, tr.it. Il piccolo principe, Bompiani, Milano 2008.

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