I dieci lebbrosi

Predicazione tenuta da Francesca Sini su Luca 17,11-19

Ancora un miracolo “in itinere”, compiuto da Gesù mentre è in cammino. Non si tratta di un viaggio qualunque;  Gesù è in cammino verso Gerusalemme.  Luca lo evidenzia prima di iniziare il racconto dei dieci lebbrosi;  l’evangelista non vuole farci dimenticare che Gesù sta andando a Gerusalemme ben consapevole di quello che lo aspetta là, tanto è vero che al capitolo dopo ripete ai dodici: “Ecco. Noi andiamo a Gerusalemme”, annunciando loro, ancora una volta, la sua passione. Ma questo non gli impedisce di compiere, durante il suo viaggio, gesti di com-passione;  proprio quella compassione che gli chiedono i dieci lebbrosi, rivolgendosi a lui con un forte grido che esprime tutta la loro disperazione.  Essi vengono incontro a Gesù, ma si tengono a debita distanza, per non contravvenire alle regole.
Ci sono regole precise nei testi della Bibbia ebraica a proposito della lebbra;  Levitico 13 dà una descrizione dettagliata delle lesioni.  I sacerdoti agiscono come dei medici;  sono loro che devono esaminare il malato e decidere se è affetto da lebbra;  nel qual caso l’ammalato dovrà vivere isolato.  “Il lebbroso… porterà vesti strappate… griderà:  Impuro!  Impuro!… se ne starà solo;  abiterà fuori dal campo” (Lev.13, 45-46).  E sono ancora i sacerdoti che, nel caso di guarigione, hanno l’autorità di dichiarare il malato guarito;  e in questo caso ci sarà il sacrificio di espiazione, descritto al capitolo 14, per poter riammettere la persona nella comunità.  Ecco perché il nostro passo ci parla di un gruppo:  i lebbrosi si riunivano in piccole colonie e stavano nei pressi delle strade di grande comunicazione per chiedere l’elemosina ai passanti.  Strano che in questo gruppetto ci sia anche un Samaritano:  non correva buon sangue fra i Samaritani, considerati eretici e socialmente emarginati, e i giudei.  Ma la malattia, la sofferenza livellano le differenze.  E questa non è una malattia qualsiasi perché suscita repulsione.
Davanti al grido dei lebbrosi che chiedono misericordia, come reagisce Gesù?  Si limita a guardarli. Non si avvicina, non li tocca, come fa invece nel caso di un altro lebbroso che egli guarisce.  Dice loro di andare a mostrarsi ai sacerdoti;  dice loro di agire come se fossero già guariti.  Chiede loro cioè di andare sulla fiducia, prima che ci sia un risultato.  Ed essi, tutti e dieci, dimostrano di aver fede perché vanno, fidandosi della sua parola;  e mentre sono in cammino la loro lebbra scompare, sono guariti.  Fin qui è la descrizione di un miracolo come tanti:  c’è una richiesta, un intervento di Gesù e una prodigiosa guarigione.
Ma la storia non finisce qui, c’è un seguito.  Perché di fronte alla guarigione i dieci reagiscono in maniera diversa.  Nove di loro continuano il cammino verso il Tempio;  uno interrompe il suo tragitto.  Sono tre le cose che fa:  torna sui suoi passi, glorifica Dio e ringrazia Gesù gettandosi ai suoi piedi.  Di fronte alla riconoscenza di quest’uomo Gesù reagisce in maniera molto umana:  è deluso che uno solo sia tornato indietro per dare gloria a Dio.  E’ questo che gli dispiace maggiormente:  non tanto la mancata riconoscenza da parte degli altri nove, ma il fatto che non hanno reso gloria a Dio.  E a questo punto mette in evidenza il fatto che quell’unico che è tornato indietro è uno straniero;  Luca usa una parola che letteralmente significa “di un’altra razza”.  Gesù lo fa rialzare e gli dice:  “la tua fede ti ha salvato”.  Questa è la differenza fra i nove e il Samaritano riconoscente:  i nove sono guariti, il Samaritano è guarito e salvato.  Perché è salvato?   Dando gloria a Dio ha riconosciuto l’intervento di Dio nella sua guarigione.  E così facendo è diventato uno che annuncia il Regno di Dio.
Non dobbiamo biasimare i nove lebbrosi.  Primo, perché hanno avuto fede, e sul loro atto di fede sono stati guariti.  Secondo, perché hanno obbedito a quanto Gesù aveva detto loro di fare, che era poi un attenersi alle regole, seguire quanto prescritto dalla legge di Mosè.
Ma se non dobbiamo criticare i nove, dobbiamo però ammirare ancor di più il decimo lebbroso e vederlo come un esempio.  Ci dà un esempio di riconoscenza perché torna indietro a ringraziare Gesù;  ma più ancora ci dà un grande esempio perché rende gloria a Dio per questo atto miracoloso che lo ha liberato dalla malattia e dall’emarginazione.  Nell’intervento dell’uomo Gesù egli riconosce l’intervento di Dio.
Ecco;  quando sentiamo la presenza di Dio nelle nostre vite, quando ci rendiamo conto che veramente Dio ha fatto per noi qualcosa di speciale, abbiamo anche noi due possibilità:  o attenerci alle regole della nostra chiesa, essere dei buoni cristiani, fare tutto per bene.  Oppure avere il coraggio di fare qualcosa di più e di diverso, avere il coraggio di rendere gloria a Dio riconoscendo che è entrato nelle nostre vite per cambiarle.
L’esempio ci viene ancora una volta da uno straniero.  A Luca piace ribadire come nello straniero ci possa essere più fede, più amore che nel giudeo.  Lo ha già fatto nella parabola del buon Samaritano, lo farà ancora di più nel libro degli Atti, dove mostrerà che l’annuncio di Paolo viene accolto dagli stranieri, a cui l’apostolo si rivolge dopo che il suo annuncio è stato respinto dai giudei.
In particolare, i Samaritani erano gli abitanti di quella zona la cui popolazione originaria era stati deportata in Assiria;  gli Assiri avevano poi ripopolato la città di Samaria con gruppi che venivano da altri paesi.  Ecco perché Gesù usa la parola “di un’altra razza”.  Essi inoltre non erano ortodossi nella loro religione.  Ed ecco perché  fra i due popoli c’era una separazione totale.
Perché nello straniero c’è più freschezza, più entusiasmo che nell’ortodosso?  Forse perché lo straniero, proprio in quanto emarginato, apprezza di più il bene:  sente irrompere nella sua vita con più forza l’intervento di Dio.  E’ come se dicesse:  “Ma come, Dio ha dimostrato il suo amore proprio a me”?  La differenza sta proprio qui:  i nove lebbrosi che non sono tornati indietro hanno agito con la testa, il samaritano ha agito con il cuore.  Anche noi dobbiamo riacquistare questa freschezza di vedute, ed essere più spontanei nel nostro agire.
E’ importante che riusciamo a riconoscere anche nel quotidiano la presenza latente di Dio, per essere pronti alla riconoscenza, alla lode.  Possiamo e dobbiamo uscire dagli schemi del nostro essere dei buoni cristiani, per essere pronti ad andare avanti, o meglio, come il lebbroso Samaritano, a tornare sui nostri passi.  Ma cosa significa tornare sui nostri passi?  Può voler dire essere pronti a cambiare idea, a cambiare atteggiamento nei confronti degli altri.
E’ bene però che ognuno di noi pensi a degli esempi che lo coinvolgono personalmente.  Dio chi ha chiamato una volta, nella nostra vita, e noi, con tutte le nostre debolezze e tutti i nostri limiti, abbiamo detto di sì.  Ma questa chiamata di Dio non è una volta per sempre, è una chiamata che si rinnova, Dio sempre ci chiama di nuovo;  e sempre di nuovo noi diciamo di sì.  Ecco dunque:  impariamo, o meglio re-impariamo, a dire il nostro sì con la freschezza di chi si sente chiamato per la prima volta. Questo può voler dire  fare qualcosa di diverso, anche qualcosa che vada contro le regole, per riconoscere l’intervento di Dio nelle nostre vite e nella storia. Amen.

Francesca Sini

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