Ecclesiaste 1,12 – 2,26

Continua il ciclo di meditazioni sul libro dell’Ecclesiaste del pastore valdese Winfrid Pfannkuche che siamo lieti di accogliere nella nostra rivista on-line – 2

Care sorelle e cari fratelli,
qui parla un Io. In cerca di un Tu. Qui parla l’esperienza, l’esperienza importante, profonda, consistente di un Io. In cerca della tua esperienza, dell’importanza, della profondità, della consistenza della tua esperienza. Qui parla un Io in cerca di un Tu. In cerca della vita di un Tu, anzi, in cerca del Tu della vita.
Una ricerca. Ecco: una ricerca. Qohelet è una ricerca. Una ricerca disperata. Una ricerca frustrante. La ricerca di una vita giusta. La ricerca di una vita giustificata. La ricerca di una vita gratificata. La ricerca di una vita sensata. La ricerca di una vita riuscita. La ricerca di una vita felice. Beata.
Questa Qohelet siamo noi. La qhl, la comunità chiamata, convocata, radunata, tradotta in greco: ecclesìa, chiesa, Ecclesiaste. La chiesa una ricerca. Ecco, la chiesa è una ricerca.
Siamo tante persone diverse, tante esperienze diverse che qui diventano un solo soggetto, un solo Io. Un Io in cerca di un Tu. In cerca del Tu della vita. Come una Qohelet.
Che oggi ci parla come una maestra saggia che si rivolge ai suoi allievi. Ma, sentendola parlare, abbiamo piuttosto la sensazione come se volesse rinunciare ad essere maestra, poiché tutto è vanità, un correre dietro al vento.
Ci parla come un re saggio, stimato venerato da secoli, Salomone, la tradizione della sapienza, il massimo mai raggiunto del popolo di Dio, il massimo simbolo della sua vita riuscita e felice anche oltre ai confini d’Isarele. Ma, appunto, sentendolo parlare, abbiamo la forte impressione come se volesse rinunciare ad essere re, poiché tutto è vanità, un correre dietro al vento.
La maestra saggia diventa un’allieva. Il re saggio – la massima realizzazione della vita – un operaio che si gode la fine della sua giornata. Poiché tutto è vanità, un correre dietro al vento.
E’ comunque – commento al margine – una bella comunità quella in cui la maestra saggia non dimentica di essere allieva e il re saggio non si scorda di essere anch’egli un operaio come tutti gli altri. Dove ogni vanto è smascherato come tale: vanità, un correre dietro al vento.
Correre dietro al vento, inseguire il vento, la traduzione letterale sarebbe: pascere il vento. Si possono pascere pecore e capre, ma pascere il vento… la vita un pascere il vento? La nostra chiesa un pascere il vento? Un correre dietro al vento? Un correre dietro alla ruah?
Le chiese della Riforma, a questa domanda, hanno risposto sì. La chiesa è un correre, gridare dietro allo Spirito. La chiesa è un correre, gridare dietro a Gesù. Un pascere il vento, sì, perché un pascere senza ambizioni di dominio, controllo, potere.
Come Qohelet Lutero ha relativizzato i saggi della teologia scolastica tradizionale. Come Qohelet, ha relativizzato la gloria del re papa che, proprio ai tempi della Riforma, viveva nell’adorazione assoluta della sapienza greca (Giulio II chiamò il Vaticano un “nuovo Olimpo”) e della propria realizzazione in opere piuttosto faraoniche che salomoniche quale la costruzione del tempio di San Pietro. Come Qohelet, ha avuto l’ardire di mettere in gioco la propria esperienza, onesta e sincera, il proprio io, la propria coscienza. Come Qohelet, ha fatto l’esperienza del dolore di chi viene a sapere le cose: “Non è degno di essere chiamato teologo colui che contempla le perfezioni invisibili di Dio nelle sue opere, ma colui che discerne e intende le orme visibili di Dio, come posteriormente, nelle afflizioni e nella croce. Il teologo della gloria chiama il male bene e il bene male, il teologo della croce chiama le cose per nome” [la disputa di Heidelberg (1518): tesi 19-21]. Come Qohelet, ha trovato il suo diletto nella convivialità. E, come Qohelet, ha fatto grandi cose nella vita – diremmo: è stata una vita piena, realizzata – e muore dicendo: “non siamo altro che poveri mendicanti, questo è vero…”
Suona simile alla conclusione: vanità delle vanità, tutto è vanità. Ma i “poveri mendicanti” rivolgono la loro richiesta a Qualcuno. A un Tu. Lutero aveva conosciuto il Tu della vita a cui rivolgersi. Pur rimanendo sempre in cerca, pur rimanendo sostanzialmente ricerca.
Lutero visse la sua esperienza in un tempo che chiamiamo “Rinascimento”, il culmine della saggezza umana, dei piaceri umani e delle opere umane. La massima espressione della gloria umana. Qohelet vive i tempi dopo Alessandro Magno, all’epoca dei tolomei. Parliamo dei tempi di Archimede e della scuola di Alessandria. La cultura greca conquista il mondo. Non solo come filosofia teorica, ma praticamente in tutti gli ambiti della vita. Come impatto, forse, la massima espressione delle glorie umane mai viste sotto il sole. Qohelet, scettica e critica, smonta l’orgoglio delle glorie umane. Non solo scettica e critica ma, come vedremo più avanti, soprattutto preoccupata. Preoccupata perché la grande cultura greca ha un grande prezzo: riduce masse di persone in schiavitù. E la schiavitù, il lavoro schiavizzante, per l’ebrea Qohelet, non è accettabile.
Ecco, a un tal mondo – rinascimento del rinascimento – Qohelet contrappone la sua esperienza: vanità delle vanità. E lo esprime attraverso la finzione letteraria del re Salomone: la massima realizzazione della saggezza, dei piaceri, di grandi opere, in una sola persona.
L’esperienza, persino quella del re Salomone che riassume tutto il raggiungibile e desiderabile in sé, dice l’Ecclesiaste, è stata un’esperienza frustrante e disperata. Potremmo rileggere nelle esperienze di quel re Salomone le nostre esperienze, ci ritroveremmo tutti almeno in qualche cosa: lavorare e un altro porta via il guadagno; cercare consolazione nel vino, nelle amicizie, nell’amore; impegnarsi fino in fondo per dei progetti belli ed edificanti; impegnarsi nello studio per capire e crescere. Non c’è nulla che non sia compreso in questo elenco di cose non teoriche ma pratiche vissute. Il quadro generale sulla nostra esistenza ci paragona ad un re solitario, un Io che riesce a fare molto, quasi tutto, ma in fondo è solitario. In fondo un solitario domandare: dove sei Tu, il Tu della mia vita?
In fondo: qual è questo fondo che tocca Qohelet? La morte. Dove ogni Io e dove ogni Tu spariscono. Nel nulla. Nella vanità. Nel vento. Nello hevel, come il povero Hevel (Abele) sparì nel nulla. Dov’è Abele, tuo fratello? (Genesi 4,9). Mentre Caino continuò a vivere.
Due sono le possibilità, le vie, i progetti nella ricerca di una vita sensata riuscita, felice: l’una è quella responsabile che cerca il miglioramento di se stesso, degli altri, della società, del mondo; l’altra è quella sensuale che cerca il proprio benessere, il proprio piacere. Una via saggia e una via stolta. Il punto dolente però è questo: purtroppo il saggio muore, al pari dello stolto! Perciò ho odiato la vita…
Noi diremmo: destino. L’oscuro destino. Qohelet lo chiama Dio. Dio relativizza tutto. Il desiderio di una vita giusta, in fondo, è vano. Il sogno di una vita riuscita, in fondo, è vano. Il progetto di una vita felice, in fondo, è vano. Invano si affaticano i costruttori… invano vegliano le guardie (Salmo 127). E Paolo: …vana la predicazione e vana pure la vostra fede… Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini (I Corinzi 15,14.19). E Giovanni: Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui… (I Giovanni 2,15.17).
Stiamo tutti insieme – credenti e non-credenti di tutte le religioni e non-religioni – davanti a questo oscuro Dio-destino. Una forza oscura, una volontà incomprensibile che m’impedisce di fare quel che voglio. Un progetto oscuro che impedisce la piena realizzazione del mio progetto di vita. Un oscuro destino che alla fine vuole anche la mia morte. Qui siamo. Un Io. In cerca di un Tu. In cerca del Tu della vita.
Qohelet ci insegna chi non è il Tu della vita. Non è la sapienza, non sono i piaceri, non sono le realizzazioni dei nostri progetti. Poiché tutto è vanità, un correre dietro al vento.
Non rimane nulla. Davanti a questo nulla, davanti alla morte, non rimane che la Parola di un re che si è fatto crocifiggere, dicendo: Ma pure, non come voglio io, ma come tu vuoi (Matteo 26,39).
Che ci dà la promessa: Cercate e troverete (Matteo 7,7). Cercate il Tu della vita e lo troverete. Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più (Matteo 6,33).
Che parla al cuore di Qohelet: Qui c’è più di Salomone (Matteo 12,42). Dopo tutte le esperienze, delusioni e frustrazioni, non  smetterà mai di chiamare Qohelet, àlzati, Io sono la resurrezione, àlzati e cammina, io sono con te, ovunque tu andrai. Non sei tu che pasci il vento. Ma è il vento che pascola te. Il mio Spirito. Che ti ricorda, in mezzo alle vanità delle vanità, che tutto è hevel, sì, che anche tu sei hevel, sì, ma che hai pur sempre anche un fratello Hevel, Abele.
Il Tu della tua vita. In carne e ossa. Il cui sangue non ha mai smesso di gridare. Gli devi amore. E lo puoi veramente amare. Da quando sai che anche la massima sapienza, i massimi piaceri e le massime realizzazioni professionali non sono che vanità, un correre dietro al vento, da quando non sei più occupata né ossessionata della tua personale ricerca della felicità, da quando ti fidi, ti sei affidata a Colui che ti chiama beata, felice.

25 SETTEMBRE 2011
15° DOPO PENTECOSTE

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