Ecclesiaste 1,1-11

Inizia un ciclo di meditazioni sul libro dell’Ecclesiaste del pastore valdese Winfrid Pfannkuche che siamo lieti di accogliere nella nostra rivista on-line. 

Care sorelle e cari fratelli,
Parole dell’Ecclesiaste, figlio di Davide, re di Gerusalemme. Come molti libri biblici anche l’Ecclesiaste inizia semplicemente con queste parole: Parole dell’Ecclesiaste. Quando la Bibbia parla di parole non dice soltanto parole. Ma molto di più. La parola ebraica per dire “parole” (devarim) significa anche “fatti”. Le parole, i fatti, l’esperienza, la vita, la persona di Ecclesiaste. Una persona.
Vorrei – anzi, ho il dovere (e anche il piacere) di – presentarvela. Ecco una persona. Una persona con tutta la sua vita, con tutta la sua esperienza, con i suoi fatti e misfatti, con le sue parole – si rivolge a te.
Un fatto abbastanza scontato. Una persona si presenta a te, si rivolge a te. Eppure, allo stesso tempo, un fatto che conta. Forse più di ogni altro.
Molte persone si sono presentate nella nostra vita. Molte persone si sono rivolte a noi. Molte di loro sono passate senza lasciare un segno. Non abbiamo voluto o saputo ascoltarle né accoglierle. Non contavano. O hanno contato per un tempo, ma ora non contano più.
Alcune persone però sono rimaste. Hanno lasciato il loro segno. Siamo rimasti in dialogo. Avevano e hanno tuttora qualcosa da dirci. Contano. Forse più di ogni altra cosa nella nostra vita. Hanno portato qualcosa di nuovo nella nostra vita. Hanno cambiato la nostra vita.
Ora ti presento Ecclesiaste. Non è qui di persona. Ma con un libro. Con i suoi devarim. Con tutto il suo essere.
Abbiamo incontrato tante persone in carne e ossa. Ma senza libro, cioè ignorando i loro devarim, le loro esperienze, i loro fatti e misfatti – “fatti loro”. Ci sono appunto persone che abbiamo conosciuto e conosciamo tuttora, anche molto intime, ma non abbiamo mai comunicato veramente.
E poi ci sono persone che conosciamo soltanto attraverso le loro parole, le loro devarim, e con esse siamo rimasti in dialogo, hanno sempre qualcosa da dirci, parliamo, comunichiamo, discutiamo, tutti i giorni, fino alla fine dell’età presente.
Ora ti presento dunque Ecclesiaste. Forse sarà una persona che ascolti, che accogli nella tua vita, con cui rimani in dialogo. Che porta qualcosa di nuovo nella tua vita. Che cambia qualcosa nella tua vita. Così è stato per molti. Per questo l’Ecclesiaste è rimasto nella nostra Bibbia, nel libro della vita. E si rivolge ancora oggi a noi.
Ma chi è questo misterioso Ecclesiaste? Forse è più facile dire chi non è: non è il figlio di Davide, re di Gerusalemme. Non è il re Salomone. Questa è una finzione letteraria. Che dà peso alle parole pronunciate dalla leggendaria saggezza del re Salomone, che ha vissuto ben otto secoli prima del nostro Ecclesiaste.
Ecclesiaste vive sì a Gerusalemme, ma soltanto due secoli prima di Gesù. Sotto il dominio della Persia. Mentre il mondo diventa sempre più greco. La grande novità all’orizzonte. La cultura che sta diventando quella dominante, e lo è rimasta da allora fino ai giorni nostri.
Ora Ecclesiaste suona pio e appunto ecclesiastico. Ma suona soltanto. Ecclesiaste non è che la traduzione greca del suo nome ebraico originale Qohelet. Ma perché tradurre un nome? Perché non è soltanto un nome, bensì anche una funzione. Si chiama Qohelet ed è un qohelet.
Qhl significa chiamare, convocare, radunare. E’ la parola biblica dell’assemblea chiamata, convocata, radunata. Tradotto in greco: ecclesìa, chiesa.
La funzione del qohelet è dunque quella del convocare e radunare. Lutero lo traduce con “predicatore”. Qohelet è un predicatore che con le parole raduna, crea comunità. Una comunità che comunica, una comunità in dialogo, in discussione.
Qohelet non è solo una funzione, ma anche e soprattutto un nome. Un nome declinato al femminile. Qualcuno sostiene la tesi che si tratti semplicemente di una donna.
E cosa dice la donna Qohelet? Quali sono le sue parole? E segue come introduzione, come prologo, un riassunto delle sue devarim:
Vanità delle vanità, dice l’Ecclesiaste, vanità delle vanità, tutto è vanità. Un inizio, una presentazione – direi – leggera. Uno si aspetta una parola dolce e simpatica di accoglienza. Un po’ di diplomazia “ecclesiastica”. Un po’ di leggerezza almeno iniziale. Niente. Qui parla una che di tanta leggerezza non ne può più. L’insopportabile leggerezza dell’essere.
Vanità delle vanità, dice l’Ecclesiaste, vanità delle vanità, tutto è vanità. La Signora Qohelet arriva subito al dunque. Al dubbio radicale. Aria di delusione. Aria di frustrazione.
Vanità è la sua parola preferita. Non c’entra la civetteria. C’entra il nulla. L’assurdità. L’inconsistenza. L’inefficacia. Illusione. Frode. Vapore. In ebraico si chiama hevel: aria, alito fuggente. Hevel è anche il nome Abele: quel povero figlio di Adamo del quale appunto ricordiamo poco più della sua morte. A Caino, il lavoratore, il costruttore di città e di civiltà, Qohelet dice: in fondo anche tu, uomo orgoglioso, non sei che Abele, hevel, come un fiore che oggi c’è e domani non ci sarà più. Hevel, alito fuggente. Aria. Aria che però non può nascondere lo sfogo di una profonda delusione, di una forte frustrazione in chi parla. Infatti, la parola hevel arriva perfino al significato “schifezza”. E’ tutto una schifezza… perfino al superlativo: schifezza delle schifezze.
Ecco che cosa si nasconde dietro il nome pio ed ecclesiastico dell’Ecclesiaste: la predicatrice Qohelet senza alcuna diplomazia ecclesiatica. La convocatrice di una comunità in cui c’è spazio, ascolto, accoglienza anche per i tormentati dal dubbio, per i delusi e i frustrati. Una comunità in cui possa esserci dialogo vero, discussione vera, con le esperienze vere, fatte veramente e non quelle finte o messe in scena. Esperienze vere. Dove parole e fatti si guardano ancora in faccia. Infatti, Qohelet è amata da tanti pensatori, atei e agnostici, molto al di là dei confini ecclesiastici. L’Ecclesiaste, la predicatrice di una ecclesìa interessante anche per chi si pone domande all’infuori del pensiero dominante dell’etichetta ecclesiastica. Interessante per chi oggi vive in Italia e non è più tanto convinto di risolvere tutto con la leggerezza, la diplomazia, la messa in scena e la finta simpatia. Ma si pone ancora qualche dubbio. Qualche domanda.
Ecco la domanda di Qohelet: Che profitto ha l’uomo di tutta la fatica che sostiene sotto il sole? Quale guadagno ha l’uomo di tutto il lavoro schiavizzante che sostiene sotto il cielo, cioè nel mondo? Qohelet è interessata a questo mondo. A questa vita. Alla sua fatica. Al lavoro. Alle deformazioni e ingiustizie. Ai frutti della fatica umana. All’analisi della realtà. All’etica e all’antropologia. Ne avremo da dialogare, da discutere con lei. Per ora però pare si dia già una riposta da sola: Che profitto ha l’uomo di tutta la fatica che sostiene sotto il sole? Nessuno.
Parte con questa negatività che conosciamo benissimo dai nostri dialoghi quotidiani sulla situazione attuale: le ingiustizie della nostra esperienza immediata che generalizziamo anche facilmente: tutto il mondo è così. Con Qohelet andiamo facilmente d’accordo. Condividiamo le sue esperienze. La sua visione del mondo, o – come direbbe lei – di tutto ciò che è sotto il sole. Sono esperienze umane elementari. Infatti, non a caso, ci sono i quattro elementi, la terra: Una generazione se ne va, un’altra viene, e la terra sussiste per sempre. Il fuoco (il sole): Anche il sole sorge, poi tramonta, e si affretta verso il luogo da cui sorgerà di nuovo. Il vento: Il vento soffia verso il mezzogiorno, poi gira verso settentrione; va girando, girando continuamente, per ricominciare gli stessi giri. E l’acqua: Tutti i fiumi corrono al mare, eppure il mare non si riempie; al luogo dove i fiumi si dirigono, continuano a dirigersi sempre. Tutto scorre. Senza principio. Senza fine. Senza senso. Hebel. Il non-senso della sofferenza: Ogni cosa è in travaglio, più di quanto l’uomo possa dire; i sensi umani percepiscono una lunga monotonia insopportabile: l’occhio non si sazia mai di vedere e l’orecchio non è mai stanco di udire. La storia umana è un continuo ripetersi, non è lineare con un principio e una fine, ma ciclica, gira attorno a sé stessa come una ruota, come una macchina: Ciò che è stato è quel che sarà; ciò che si è fatto è quel che si farà; non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Tutto gira e funziona come un orologio. Tutto è sottoposto alle leggi naturali. Come un ritornello Qohelet ci ripeterà anche queste parole. non c’è nulla di nuovo sotto il sole.  E, come se avessimo protestato, entra in un vivace dialogo con noi: C’è forse qualcosa di cui si possa dire: «Guarda, questo è nuovo?» Quella cosa esisteva già nei secoli che ci hanno preceduto. E conclude la sua visione del mondo: Non rimane memoria delle cose d’altri tempi; così di quanto succederà in seguito non rimarrà memoria fra quelli che verranno più tardi. Potremmo protestare. Ma, prima o poi, dobbiamo forse cedere: ha ragione Qohelet.
Sconsolante. Una visione del mondo sconsolante. Ma onestamente, sinceramente: non è forse anche la nostra visione del mondo? Una visione atea. Ma onestamente, sinceramente: non siamo forse tutti degli atei? Cioè non-dèi, o meglio: umani. Non è forse anche la nostra esperienza e percezione del mondo? Sconsolante.
La cosa strana è forse che si trova nella Bibbia. Ma allora impariamo da Qohelet una cosa importante: la Bibbia non ci fa mai sentire soltanto la voce di colui che consola, ma sempre anche quella di colui o colei che ha bisogno di consolazione. La Bibbia ci fa sentire il Consolatore, ma sempre insieme al Consolatore anche il grido di consolazione dell’esperienza travagliata dell’uomo. La Bibbia è il dialogo, la discussione, la comunicazione tra il Consolatore e il consolato. E nel vivere e praticare questo dialogo, nel vivere e praticare questa discussione si può sperimentare la consolazione.
C’è consolazione e consolazione. Quando qualcuno ci fa sentire che la nostra presunzione e il nostro orgoglio non sono che vanità, anzi: una schifezza, possiamo sì provare delusione e frustrazione. Ma come sano distacco dai nostri idoli illusori. Per una vera consolazione c’è sempre un presupposto che impariamo da Qohelet: l’onestà elementare, la sincerità elementare rispetto alla sconsolatezza, alla smemoratezza, allo hevel, alla nostra reale situazione sotto il sole.
Così si forma comunione, qhl, ecclesìa, sì anche – o: paradossalmente – grazie allo spirito critico di Qohelet, grazie al dubbio radicale dell’Ecclesiaste. Il nostro compito è essere una qhl, una qohelet sotto il sole di questo paese.
Ma in questa visione, pur onesta e sincera: dove rimane il Dio che interviene nella storia? Dove rimane l’esperienza della fede: tutto è diventato nuovo? Dove rimane la speranza?
Io credo che soltanto a colui che sinceramente e onestamente non crede nei miracoli, miracoli possono veramente accadere. Chi ha perso la visione della propria speranza, può sperimentare quella speranza che non è nostra, la speranza che era in Gesù di Nazareth.
Chi ha perso la propria fiducia nel mondo e nella vita, può sperimentare quella fiducia che non è nostra, ma che Gesù Cristo ha posto come dono in noi, per salvarci dalla vanità delle vanità.
Quindi: Qohelet ci prepara. E per questo la sua voce, così fuori dal coro delle altre voci, è rimasta nel Libro della vita. Rimanga la sua voce anche nel libro della tua vita.

18 SETTEMBRE 2011
14° DOMENICA DOPO PENTECOSTE

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