Il Signore ci chiede di sorvegliare noi stessi e gli altri

Predicazione tenuta da David Buttitta su 1 Pietro 5,1-4

Carissimi fratelli e sorelle, sembrerebbe il testo consigliato da “Un giorno una Parola” per la predicazione di oggi estremamente semplice, talmente semplice che a una lettura personale della prima lettera di Pietro non ci soffermeremo più di tanto su questi versetti. Un’ esortazione dell’apostolo agli anziani di accudire e sorvegliare come buoni pastori il gregge del Signore. Nell’ottocento i fratelli e sorelle si sarebbe accontentati di una lettura di questo genere, per i fratelli valdesi poi sarebbe stato chiaro che la parola anziani in ambito ecclesiastico significava quelle persone incaricate dalla comunità di sorvegliare i membri di chiesa. Di fatto ancora oggi i membri del consiglio, del concistoro hanno questo titolo.


Ma, e c’è un ma, non siamo nell’ottocento e la scienza biblica è andata un po’ avanti. Vediamo un po’ cosa è cambiato da allora.  Iniziamo dall’autore: la lingua in cui è scritta non può essere quella dell’apostolo Pietro, il pescatore della Galilea che sapeva a malapena un dialetto aramaico della Galilea non poteva scrivere in un greco così aulico, in particolare poi la costruzione del discorso è piena di figure retoriche che denotano che non siamo di fronte ad un greco popolare, ma ad un greco letterario.
Nel contesto dell’intera lettera poi vi sono troppi riferimenti non solo all’antico testamento nella versione greca detta Settanta, ma anche e soprattutto agli scritti attribuiti sia a Paolo sia alla sua scuola.
Infine dalla descrizione che possiamo intuire delle chiese a cui è indirizzata la lettera le istituzioni ecclesiastiche stanno superando la fase spontaneistica e carismatica di formazione e sono nella fase dell’organizzazione  e differenziazione delle cariche ecclesiastiche.
Di fatto si parla già della figura dell’anziano, il presbitero, del diacono, e si intravede anche il passaggio della figura del servitore a quella dell’episcopo, che in greco si dice appunto con la stessa parola.
Quindi il nostro buon pescatore non ha scritto questa lettera che con tutti gli elementi che abbiamo frettolosamente elencato va almeno spostata temporalmente di un trentennio dopo la data presunta della morte di Pietro, siamo all’incirca alla fine del primo secolo.   Poi infine la stessa forma letteraria della lettera cosiddetta cattolica , cioè indirizzata a tutte le chiese è certamente più tarda nei confronti della lettere di Paolo e della sua scuola, mentre non c’è da meravigliarsi per l’uso del nome di Pietro, l’apostolo, come firma della lettera, questa era allora  una prassi costante per dare più rilievo e autorità ad una lettera.   Ora possiamo tornate al nostro testo: Ma che cosa significa pascere il gregge? La risposta è data dal verbo che segue immediatamente: “sorvegliando”.  Il compito primario degli anziani, pertanto, si espleta nel pascere, cioè nel sorvegliare. Il verbo greco usato per dire sorvegliare è episcopuntes, al participio presente, che indica la persistenza di questa azione nei confronti del gregge. Ciò dice tutto l’impegno e tutta l’attenzione che questi anziani devono mettere nella loro missione,  Ma ora vediamo un po’ come vengono ora definite le modalità con cui questo servizio deve essere compiuto.
Lo schema letterario adottato è quello della contrapposizione di comportamenti, evidenziata dal porre a confronto e accanto l’una all’altra espressioni al negativo e al positivo:non per obbligo;  non per vile guadagno; non dominatori di quelli che vi sono affidati;  ma; volenterosamente secondo Dio; di buon animo; come esempi del gregge.
I comportamenti negativi qui denunciati dovevano essere quelli propri che in qualche modo colpivano comunemente questi responsabili di comunità nello svolgimento dei loro compiti.  Attraverso quindi anche queste poche righe si apre uno squarcio sulla chiesa primitiva e si possono intuire quegli atteggiamenti che il nostro pseudo Pietro vorrebbe correggere, anzi condannare e debellare. Già nella chiesa primitiva vi erano persone che approfittando del proprio ruolo non svolgevano correttamente il proprio compito. Dei tre atteggiamenti non saprei quale è il peggiore. Lo svolgere il proprio compito di sorvegliante verso il proprio prossimo solo per obbligo significa non aver capito il comandamento dell’amore.  Lo svolgere poi questo compito per  danaro  è ancora peggio, infine assumersi un incarico soltanto per dominare gli altri fidando nella loro buona fede è il massimo della contraddizione fra il predicare il Regno che viene e il vivere secondo le logiche di potere che schiacciano gli altri.  Ma qui vi è anche un confronto tra comportamenti negativi e positivi, tra comportamenti egoistici e altruistici, che trovano la loro barriera di inconciliabilità in quel “ma” che non solo li divide, contrapponendoli tra loro, ma li rende anche incompatibili l’uno all’altro.   Lo schema che li sottende è sempre quello unico e costante del Cristo morto-risorto, della morte e della vita, del bene e del male, dell’io e del noi,  a cui tutto direttamente o indirettamente viene rapportato e su cui tutto viene misurato.   Al centro di tutto, dunque, ci sta sempre e unicamente il Cristo morto-risorto. Del no o il si alla nuova vita in Gesù Cristo.  Tutti gli anziani della chiesa primitiva  e per estensione tutti coloro che vengono chiamati ad un compito nella Chiesa e, perché no, nella società, pertanto, sono esortati a compiere un passaggio radicale dalla morte alla vita, da una visione egoistica e utilitaristica della missione a cui sono chiamati ad un donarsi, ad un umiliarsi, a frasi piccoli, a farsi esempio con la propria vita per l’intero gregge.  Nel v. 5,4  si parla delle conseguenze di questo passaggio radicale: “E quando apparirà il pastore supremo, riceverete la corona della gloria che non appassisce.” E’ il massimo premio che  un cristiano può avere.  Qui potrei chiudere il sermone, ma non ce la faccio, troppe sono le sollecitazioni che mi vengono in mente, e purtroppo non per attaccare i soliti noti che antepongono nelle chiese il loro ruolo personale al compito per il quale sono chiamati, costruendo costruzioni che impediscono il rapporto del Cristo con il gregge, ma le sollecitazioni sono quelle della cronaca di questi giorni.  C’è la crisi, il debito pubblico è alle stelle, la gente è subissata dalle tasse, le persone perdono il lavoro, i giovani non lo trovano, la disperazione avanza insieme alla povertà e la maggioranza degli anziani, quelli che dovrebbero accudire il gregge  della nostra società, organizzati in lobby e partiti, invece di essere esempio per il gregge continuano imperterriti a lucrare sugli altri con atteggiamenti che già in tempi normali sarebbero esecrabili. I soldi pubblici sottratti al loro compito primario di aiutare chi è in difficoltà divengono fonti di guadagno per la gran parte della  nostra classe politica; i soldi che noi versiamo in tasse diventano ville case, poderi, gioielli, vacanze in luoghi da sogno, lingotti, mentre contemporaneamente vengono esaltati quei personaggi, i soliti furbi, che evadendo si sottraggono al proprio dovere. Io non ho la sfera magica, Io non so cosa accadrà, quali risposte di cambiamento il popolo troverà per far rompere questo giocattolo che arricchisce illecitamente i pochi a discapito dell’enorme maggioranza che si arrabatta, potranno essere risposte positive o negative, ma il pericolo è che il gregge non riconoscerà nessuna autorità e si disperderà in atteggiamenti egoistici, individualistici o quant’altro.
Ma una cosa la so, che il Nostro Signore ci chiede con un aut aut forte e indelebile, di sorvegliare noi stessi e gli altri, vivere la nostra vita e le relazioni con gli altri come se fossimo e lo siamo parte del suo gregge ed  infine esserne  da esempio.
Perché egli verrà, e ci vorrà trovare svegli, questa è la promessa di Pasqua, questa è la sua promessa in cui noi cerchiamo di credere, ogni giorno nonostante tutto. Amen.

Chiesa Valdese di Firenze, 22 aprile 2012

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