La dignità di chi ascolta

Continua la rubrica “Predicare” in cui il pastore Bruno Rostagno ci conduce per i meandri dell’omiletica, della predicazione cristiana, concedendoci in esclusiva di ripubblicare (ampliati ed aggiornati) i capitoli del suo volume “La fede nasce dall’ascolto: guida per la predicazione”, Claudiana, 1984. Questo è il capitolo 2.4

Fin dal V secolo prima della nostra era si discuteva se nel discorso dovesse prevalere la forma o il contenuto. La forma si appoggia sulle passioni che animano gli uditori. Il contenuto si affida alla forza persuasiva della verità, senza bisogno di ornamenti. Il Nuovo Testamento propende chiaramente per la seconda alternativa; si vedano testi come 1 Tess. 2,3-6; 1 Cor. 2,1-5; 2 Cor. 4,1-2.5; Giac. 3,1-12. Il che non significa che non si debba tener conto delle disposizioni e delle reazioni di chi ascolta. Quando si ascolta si è anche impressionati (positivamente o negativamente) dal tono della voce, dai movimenti e dalle espressioni di chi parla. Per questo dedicheremo un capitolo al problema della comunicazione.
Quello che mi preme dire è che l’effetto della predicazione non può essere creato artificialmente. Chi ascolta va rispettato nella sua dignità: può essere convinto o perplesso, può approvare o criticare, può partecipare o non sentirsi coinvolto. Soprattutto è libero di trarre le sue conclusioni personali da ciò che ascolta. Tutto ciò non ha a che fare semplicemente con il fenomeno della comunicazione; è strettamente connesso con l’evento della parola di Dio. Il predicatore o la predicatrice annuncia, lo Spirito opera. Chi predica non può mai sapere in anticipo in che modo la parola raggiungerà gli uditori.


Questi tuttavia non gli/le sono indifferenti. Non può pensare che, se lo Spirito opera, può risparmiarsi la fatica di preparare il sermone e di dirlo con tutta la convinzione di cui è capace. In altre parole, non può creare la fede, ma può e deve operare con i suoi doni per far sì che il messaggio giunga chiaramente, può in questo senso agire su chi ascolta
Inversamente, anche gli uditori agiscono su chi predica. Un uditorio distratto rende più difficile la predicazione; un uditorio attento la facilita. La predicazione funziona quando chi ascolta recepisce e partecipa. Nel recepire, riconosce la competenza di chi parla; nel partecipare, comincia a vivere in profondità l’evangelo che ascolta, e questa fede attiva influisce sul predicatore o la predicatrice, che si sente sostenuto/a dalla comunione che si crea. Per questo, almeno nelle comunità piccole, andrebbero accolte con favore le interruzioni, quando qualcuno che ascolta sente il bisogno di completare il discorso con una sua esperienza. In ogni caso bisognerebbe trovare il modo per lasciar spazio dopo la predicazione per le reazioni che possono esprimersi mediante un breve commento o una preghiera. Altra cosa è la discussione del sermone; se l’esigenza è sentita, può trovar spazio in un momento apposito.
La dignità di chi ascolta ha dunque due aspetti: la ricezione e la partecipazione. Vediamoli meglio uno dopo l’altro.

2.4.1. La ricezione
L’effetto della predicazione non è nelle mani del predicatore o della predicatrice. Chi predica non è un manipolatore, non plasma gli uditori a suo piacimento, li lascia liberi di trarre le conseguenze da quello che ascoltano. La ricezione non è mai forzata, è un campo di libertà.
Tullio De Mauro fa una distinzione tra significato e senso, che è importante anche per quanto stiamo dicendo. Il significato di un segno (per esempio di un semaforo) è identico per tutti. Il senso è una realizzazione particolare del significato. La luce rossa del semaforo ha per tutti lo stesso significato: fermarsi. Ma il senso è diverso per chi ha fretta o per chi dispone di molto tempo.
Come predicatori o predicatrici, abbiamo il compito di esporre nel modo più chiaro possibile il significato del messaggio. Ma possiamo presumere solo genericamente il senso che avrà per chi ascolta. Sarà quindi bene che ci asteniamo dal dire perentoriamente a chi ci ascolta il senso che il messaggio deve avere per lui o lei; se lo facessimo, non soltanto limiteremmo arbitrariamente la potenza della parola di Dio, ma legheremmo in modo autoritario l’uditore alla nostra persona, lo renderemmo dipendente da noi. La dignità di chi ascolta nasce dal fatto di essere amato o amata da Dio, perdonato/a e risollevato/a, senza bisogno di mediatori, perché Cristo è l’unico mediatore.
«Se si può constatare il contenuto del testo, non così la situazione degli uditori che noi possiamo giudicare soltanto esteriormente. Dio solo conosce il cuore degli uomini. (…) Il pastore non conosce la situazione di ogni uditore; ma la parola di Dio dice a ciascuno ciò che gli è necessario
Si potrà osservare che al predicatore è pur necessario di stabilire la “situazione omiletica”, cioè la situazione spirituale, morale, materiale in cui si trovano gli uditori, per indirizzare meglio il messaggio. (…) Ma rimane vero che egli si rende conto della situazione sempre soltanto approssimativamente e dal di fuori, il Signore invece conosce i suoi e può raggiungere l’anima con quella parola che dona la vita» (V. Vinay, Teologia pratica, dispense, p. 154 s.).
Non c’è nulla di peggio che presumere di sapere in quale condizione spirituale si trovano gli uditori, soprattutto quando tale presunzione si traduce in un giudizio negativo. La predicazione si riduce allora a una serie di rimproveri che rappresentano per chi ascolta una vera e propria umiliazione. La predicazione ha, quando è il caso, il dovere di essere critica. Ma la critica non va fatta al di fuori della realtà della grazia. L’apostolo Paolo ha talvolta dovuto dire delle parole dure alle chiese, ma non ha mai smesso, nemmeno nei contrasti più acuti, di considerarle come partecipi della salvezza in Cristo.
Quindi, nessun atteggiamento di superiorità, nessuna intonazione autoritaria e aggressiva. Al contrario, è bene partire da una fiducia di fondo nella buona disposizione degli uditori. La dignità di chi ascolta consiste pure nel non stare nella posizione di chi è passivo e aspetta soltanto che l’oratore conquisti la sua attenzione e lo o la convinca. Vi è anche un rispetto di chi ascolta verso chi predica; un credito, che il predicatore o la predicatrice può perdere se non affronta seriamente il suo compito, ma che normalmente è accordato in base alla competenza che le o gli è riconosciuta.
Insomma, vi è un’azione reciproca. Il predicatore o la predicatrice ha bisogno di contare su uditori attivi, che con la loro attenzione partecipano allo svolgimento della predicazione e così aiutano chi parla. Nello stesso tempo, il discorso deve tendere a suscitare l’attenzione.

2.4.2. La partecipazione
L’effetto della predicazione è un avvenimento, è opera dello Spirito. Gli uditori e uditrici partecipano a questo avvenimento in quanto sono essi o esse stesse testimoni, e devono continuamente ridiventarlo. Il sermone è solo uno dei servizi nella chiesa. È un servizio essenziale, ma resta inefficace se gli altri doni dello Spirito non sono più riconosciuti e vissuti nella pratica del servizio quotidiano nel mondo. La predicazione dell’evangelo, in questo senso, è fatta da tutta la chiesa, nella diversità dei servizi suscitati dai doni dello Spirito (1 Cor. 12). Non solo la chiesa, ma ogni membro, attuale o potenziale, è individualmente interpellato dall’evangelo, raggiunto dal perdono, messo in movimento per una vita nuova. Se questo non accade, è sicuro che niente nella chiesa potrà funzionare.
Tuttavia, il singolo ha bisogno nel suo impegno di essere sostenuto e orientato dalla testimonianza e dall’attività comune di tutta la chiesa. È vero che ci sono situazioni in cui singoli membri si mettono al lavoro in un servizio, senza aspettare l’iniziativa di una chiesa resa immobile dalla propria infedeltà. Ma questo impegno, se è autentico, tende al rinnovamento della chiesa, la sprona a uscire dall’immobilità per rimettersi in movimento. In mancanza di questo orientamento verso il servizio e verso la comunità, il singolo tenderà sempre di più a separare la predicazione dalla vita. L’ascolto diventerà un fatto teorico; nella pratica tutto resterà senza conseguenze.
Una predicazione che si adatti a questa involuzione e si limiti a dare un conforto passeggero è stata giustamente definita di tipo consolatorio. Questa blanda anestesia non ha niente a che fare con la vera consolazione. La consolazione biblica è connessa con la liberazione. Il servizio nel mondo non è una cosa facile; la predicazione deve fronteggiare i condizionamenti del presente, la contraddizione tra le esigenze della fede e la situazione concreta, il sentimento d’impotenza di fronte ai colossali problemi dell’umanità, l’angoscia di fronte alla prospettiva della malattia e della morte. Consolazione significa non sminuire la gravità di tali emergenze, ma tener presente la realtà della liberazione di Dio, che apre una via nel deserto; fare riferimento alle iniziative concrete che ne sono testimonianza.
Concludendo, possiamo riprendere la questione del rapporto tra contenuto e forma. La risposta a tale questione si trova nella dignità di chi ascolta, che richiede dal predicatore o dalla predicatrice un atteggiamento di rispetto e di interesse. Il rispetto esige che l’evangelo sia presentato senza artifici, con semplicità, nel solo intento di servire la verità che è Gesù Cristo. L’interesse esige che si creino le condizioni per una partecipazione attiva. Chi predica sarà attento/a a tutto ciò che è di impedimento alla comunicazione e cercherà di stabilire un rapporto che possa favorirla.

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