Scommettiamo sulla promessa di Dio

Predicazione tenuta da Eleonora Natoli su Isaia 50:4-9

La Bibbia ci narra delle storie antiche come l’uomo, ci parla da un tempo remoto eppure illumina la nostra vita nel nostro oggi,anzi spiega il nostro mondo nelle sue contraddizioni che assomigliano tanto a quelle passate.
L’immagine di Dio che l’uomo costruisce, nell’arroganza e nell’aggressività della sua prospettiva, è sempre contraria a quella che Dio ci propone nella sua  rivelazione. Ed è per questo che un testo come quello che abbiamo letto oggi può suonare così aspro alle nostre orecchie.
C’è chi ha definito i canti del Servo, di cui il nostro brano fa parte, è il terzo per l’esattezza, canti di consolazione ma ,ad una prima lettura, quello che resta impresso è la brutalità, la sofferenza , i maltrattamenti cui questo personaggio è sottoposto dai suoi aguzzini e l’assenza di Dio.
E’ una tentazione forte quella di sentirsi abbandonati da Dio quando la nostra situazione volge al peggio. E’ una tentazione più subdola dell’ateismo perché fa di Dio un idolo corrispondente alle nostre aspettative.
Dov’è Dio, ci domandiamo, mentre torturano il suo Servo? Quel Servo che ogni mattina si mette in ascolto attento della Parola del suo Signore, perché il primo compito del discepolo è quello di apprendere, di imparare. Dov’è Dio, quel Dio potente che ha steso la mano e ha fatto uscire il suo popolo dall’Egitto?
A chiusura del Padre nostro noi recitiamo che la potenza e la gloria  sono attributi di Dio ma questo brano ci parla di una voluta, docile e remissiva impotenza. Ci parla di vergogna, percosse e sputi cui il Servo non sottrae la faccia.
E intanto Dio si nasconde.

Da ciò la nostra paura che Dio non sia con noi, che non ci accompagni. Allora forse, dobbiamo imparare a cercare Dio come fa il discepolo di Isaia.
Incaricato di recare conforto allo sfiduciato , lui , il giusto, che riceve il conforto ogni mattina dal suo Signore, il Servo sa che Dio si espone al rifiuto e alla contraddizione, il Servo sa che Dio si nasconde dietro un amore fragile e disarmato per questo sa pure che non sarà confuso e offre senza resistenza la faccia ai colpi dei suoi persecutori.  Il Servo , in quanto perfetto discepolo, sa in cuor suo che Dio salva e solo a lui si rivolge perché il tribunale umano l’ha già condannato.
Ma il brano adesso chiede a noi come concepiamo la potenza salvatrice e la sapienza di Dio. Il Servo sa che Dio gli è accanto, nel suo nascondimento, perché è con lui nell’amore incondizionato, nel perdono del nemico che offende e perseguita.
Ma noi abbiamo la stessa forza nella debolezza? La stessa fiducia nell’apparente abbandono?
E qui si spalanca l’abisso fra ciò che vediamo accadere intorno a noi e la promessa di una migliore giustizia annunciata da Dio e presi nel mezzo tremiamo nell’incertezza della nostra fede sempre provvisoria.
Leggiamo e impariamo dunque:il Servo sa che Dio si nasconde e si rivela nel suo amore infinito per la fragilità del giusto. La particolare intimità che il Servo ha con Dio gli permette di capire, di essere certo che non sarà confuso, una bellissima e potente preghiera che è un’implorazione: quando tutto sembra perduto , la dignità, il decoro, la vita stessa, il Servo prega e in cuor suo sa che non verrà confuso. Il Servo ascolta, ogni mattina ascolta, prega e sa che Dio è lì con lui, nascosto agli occhi dei più perché ciò che appare è l’ignominia della situazione. Ma l’ultima parola non è mai umana per chi crede; l’ultima parola spetta a Dio. E’ il giudizio ultimo del tribunale di Dio quello cui il Servo si appella.
La sofferenza del Servo diventa emblema del nascondimento di Dio nelle vicende incomprensibili della storia. Non accadono trionfi ma apparenti sconfitte: il giusto è perseguitato il malvagio ha il potere dalla sua parte e Dio dov’è? Il Servo ha la risposta a questa atroce domanda e sa che Dio si cela nelle pieghe della fragilità umana, del’amore misericordioso che perdona, nell’obbedienza che porta al sacrificio di sé.
Avviene uno stupefacente ribaltamento in questo brano: l’esatto rovesciamento dei rapporti di potere umani, questo racconta il canto del Servo: parla di accettazione nella violenza, di perdono nell’oltraggio, di amore come risposta all’odio. Dio non si impone ma non viene mai meno.
E’ un canto duro, aspro eppure pieno in effetti, come ho detto prima, di consolazione. Dio c’è : non proiezione dei nostri desideri di trionfo ma come nel buio la luce.
E c’è del buio paradossale anche nella domenica delle palme quando si ricorda l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme. Sulla folla festante che celebra Gesù si stende l’ombra della croce .
E noi cosa abbiamo davanti agli occhi della mente in questa domenica delle palme? Abbiamo un vero discepolo del Regno, una folla che acclama e che probabilmente ha frainteso la missione di colui che acclama come re, e questo brano di Isaia che ci invita a confrontare la nostra vocazione di cristiani con il radicale discepolato di colui che accoglie la violenza umana del rifiuto all’annuncio del vero regno di Dio.
Nella sofferenza si radica forte la tentazione del silenzio e della disperazione, ma è ancora proprio nella sofferenza che si nasconde la potenza di Dio, quella potenza misteriosa e celata ai più che è certezza di salvezza per il Servo.
Il Servo non cede alla brutalità della follia disumana dell’uomo che spara in testa al bambino inerme di fronte alla scuola di Tolosa,  non cede di fronte al padre che getta il figlio di due anni nel Tevere perché ha litigato con l’ex-moglie, non cede di fronte allo scandalo dei campi profughi di tutte le guerre, di fronte ai migranti trattati come bestie da macello, di fronte alle notizie che straziano ogni giorno l’immagine del nostro mondo, questa è la nostra cronaca cioè il racconto di come si svolgono gli eventi delle nostre giornate. Questa è la nostra storia.
Il Servo non cede alla disperazione della sua situazione perché ogni mattina prega e riceve conforto da Dio, perché ogni mattina riceve da Dio una parola di giustizia possibile, di salvezza e di speranza al di là di ogni sconforto.
Se si risponde all’appello di Dio, la vita e il nostro modo di affrontarla subiscono quel rovesciamento con cui è tratteggiata la scena del Servo oltraggiato. Tutta la violenza distruttrice è sconfitta dalla forza di chi ama al di là della possibilità di reciprocità dello scambio. E’ il paradosso del cristianesimo amare mentre non si riceve altro che odio.
Dove c’è persecuzione Dio si nasconde nella dolcezza del perseguitato che non si lascia travolgere dalla disperazione: non è tutto finito, non è detta l’ultima parola. E il Servo, il discepolo prega in cuor suo per mantenere vivo quel Dio della speranza che lo nutre fin dal seno di sua madre.
Ormai siamo alla fine del periodo della Passione ma questo è un tempo che ci è dato proprio per riflettere con serenità e allo stesso con la serietà di chi ascolta la Parola nella profondità del proprio cuore  , è un tempo dato per riflettere sul fatto che tutto il cammino di Cristo ha sullo sfondo, ha come meta il Golgota e la sua croce. Questa Parola della croce che ci viene incontro dal passato della storia e dal futuro della speranza, ci chiama oggi a un’esistenza diversa che poco ha a che fare con quello che circonda se non il fatto di cambiare radicalmente il nostro sguardo sulla realtà.
E’, quello della croce, il momento in cui il discepolo, l’unico vero discepolo, l’unico vero figlio di Dio, sperimenta nello strazio della carne, nell’annientamento della sua vita quello a cui da sempre si è preparato: l’amore fino in fondo per il suo Dio.
La paura dell’abbandono, la tentazione della  disperazione vengono sconfitti dalla vicinanza forte e dolce di quel Dio Padre che abbraccia e sorregge, nascosto nelle pieghe di una storia crudele e avversa ma presente per colui che crede.
E’ un Dio inerme il nostro Dio che non parla il linguaggio della sopraffazione, che non rispetta la legge del più forte ma si schiera con l’uomo afflitto, disarmato di fronte alla violenza, e la scena devastante del trionfo della brutalità viene messa in discussione dall’obbedienza amante della croce e dalla forza salvifica della risurrezione. Il povero e l’afflitto sono già beati ora, sono già consolati ora; l’uomo dei tormenti è guarito ora e la sua sofferenza lenita ora dalla presenza di quel Dio che chiama e sceglie i suoi discepoli e li sorregge fino alla fine.
Misericordia e amore contro sopraffazione e violenza: questa non è una scena del passato, questa è la nostra realtà alla quale si rischia di soccombere cedendo alla disillusione più totale alla fredda indifferenza di chi afferma che così va il mondo.  Ma l’uomo di Dio, il discepolo , chiamato ogni mattina ad ascoltare la Parola sa in cuor suo che la Parola è promessa che si attua nell’oggi, che cambia gli animi, che rende giusti e capaci di guardare attraverso il velo di sofferenza che cela la vera umanità del Servo.
La Bibbia parla dell’azione di Dio, ogni su racconto racchiude in sé l’attività e la parola di Dio, il Dio che è l’alfa e l’omega, il principio e la fine, ciò che è stato, che è e che sarà, e il Discepolo della croce è l’incarnazione di questa parola;  la sua vita è l’azione di Dio all’opera e noi discepoli del primo vero Discepolo, servi dell’unico Servo di Dio nella nostra fede incerta e provvisoria , nella nostra testimonianza imprecisa, sfocata e traballante, scommettiamo ogni giorno che la promessa di cui narra la Parola è ancora più concreto di quello che è dato di vivere nella nostra realtà. Scommettiamo ogni giorno frenati dai nostri limiti e limitati nelle nostre possibilità che la promessa racchiuda una verità maggiore di ciò che ci circonda. Scommettiamo ogni giorno che nella tenebra brilla la luce e allora che il nostro amen, ogni giorno, sia impastato di misericordia, amore e speranza, debolezza e forza. Amen.

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