La libertà di chi predica

Continua la rubrica “Predicare” in cui il pastore Bruno Rostagno ci conduce per i meandri dell’omiletica, della predicazione cristiana, concedendoci in esclusiva di ripubblicare (ampliati ed aggiornati) i capitoli del suo volume “La fede nasce dall’ascolto: guida per la predicazione”, Claudiana, 1984. Questo è il capitolo 2.3

La predicazione non è una semplice ripetizione o parafrasi del testo biblico. È un discorso di una persona di oggi a persone di oggi; è un discorso messo in moto e guidato dal testo, ma non imprigionato dal testo. Chiaramente, la libertà di chi predica non è libertà di dire tutto quello che si vuole. È una libertà che nasce dalla fedeltà al messaggio biblico, dal poter vivere di quella parola che si è chiamati ad annunciare (Giov. 8,31-32). Più il predicatore o la predicatrice conosce e comprende il testo, più si sentirà libero o libera nell’annunciarlo.
Chi predica è libero se sa che il potere di trasformare i cuori e le situazioni è della parola di Dio, non suo. Siamo servitori, non proprietari della parola. Se il rapporto tra fedeltà e libertà non è chiaro, l’impostazione e l’effetto della predicazione sono falsati e si oscilla tra schiavitù e falsa libertà. Questa mancanza di chiarezza produce atteggiamenti che deformano la predicazione. Mi limito a indicarne quattro.
Falsa oggettività. Chi predica pensa di essere fedele scomparendo interamente come soggetto, nascondendosi dietro una spiegazione apparentemente aderente al testo. Il contenuto del testo viene messo avanti e imposto come una verità da accettare e assorbire senza alcun tentativo di comprensione. I limiti di questo tipo di predicazione sono l’astrattezza, il dogmatismo, l’assenza di comunicativa. La parola annunciata non è la parola vivente di Dio, ma una dottrina morta.


Scetticismo. Chi predica si sente schiacciato da quello che crede essere il proprio compito: convincere gli uditori, convertirli. Dimentica che la potenza è di Dio, non nostra. Ma i risultati del suo sforzo non arrivano; il suo discorso resta inefficace. Allora si abbandona alla sfiducia. Continua a predicare per forza d’inerzia. Nella predicazione accentua i toni pessimistici, sottolinea le difficoltà, ripete senza convinzione le affermazioni della fede  e le loro conseguenze per la vita dei credenti.
Enfasi retorica. Chi predica cerca di riprodurre artificialmente la potenza della parola. Si esprime con calore, esagera i toni. Il contenuto può essere altrettanto astrattamente dogmatico che nel primo caso, ma qui trionfa la forma. Il calore del discorso è surrogato dello Spirito Santo. L’intenzione nascosta è di manipolare gli ascoltatori, di renderli dipendenti dall’abilità del predicatore. Chi ascolta può reagire con fastidio e rinchiudersi, o restare affascinato e perdere la propria autonomia di credente.
Soggettivismo. Chi predica si sente libero non per effetto del testo, ma per aver lasciato da parte il testo; libero non nel testo, ma dal testo. Occupa il centro, presenta se stesso come oggetto interessante. Usa la fantasia e l’originalità di cui è dotato per esporre brillantemente idee ed esperienze personali, commenti su fatti e persone. In questo tipo di discorso vi può essere molta comunicativa che afferra l’uditorio, ma la parola di Dio è relegata alla periferia.
Non è che sia tutto sbagliato, in questi atteggiamenti. Chi non desidera attenersi alla fede condivisa nella chiesa? Chi non aspira a essere convincente, malgrado le contraddizioni della vita umana? Chi può fare a meno di certi mezzi retorici? Chi è scontento se riesce a essere brillante ed efficace? Ma solo alla luce della libertà che proviene dalla verità dell’evangelo queste esigenze si rivelano giustificate e raggiungono la loro piena espressione. Vediamo dunque quali sono le posizioni corrette, alle quali è giusto cercare di attenersi.
– La libertà di chi predica è di poter servire la Parola, in una posizione che non è centrale, ma secondaria rispetto all’avvenimento annunciato. Siamo liberi da ogni preoccupazione di completezza. Sappiamo che non è possibile in una predicazione, ma neanche in tutte le nostre predicazioni, esprimere tutte le dimensioni dell’opera di Dio. Il nostro tentativo ha un senso proprio perché può essere parziale e provvisorio. Dopo aver fatto lo sforzo per cogliere tutti gli aspetti del testo a partire dal suo centro, siamo liberi di esporre la nostra comprensione, pur sapendo che è parziale.
– La libertà di chi predica è di poter essere rispettoso della realtà. Lo Spirito di Dio non è sogno, è lo Spirito creatore. Non abbiamo quindi bisogno di mistificazioni. Proprio l’attesa del soffio creatore permette di affrontare la realtà così com’è. Diamo il giusto peso e il giusto spazio alle vicende umane. Nello stesso tempo sappiamo che, grazie allo Spirito, nella realtà ci sono già segni della nuova creazione; non dobbiamo aver paura di indicarli, anche se l’esperienza umana resta contraddittoria.

– La libertà di chi predica è di poter partecipare all’avvenimento dell’evangelo (Filipp. 1,3-7). Siamo liberi quando siamo afferrati dalla causa di Dio, quando questa causa è la nostra causa. Non si tratta di cercare a ogni costo di far colpo sugli uditori. Tuttavia, se siamo convinti che ciò che abbiamo da comunicare è di importanza essenziale, potremo comunicarlo con un calore e una passione autentici. L’apostolo Paolo non intendeva far violenza ai suoi lettori (1 Tess. 2,3-5), eppure non si può dire che le sue lettere siano scritte con freddo distacco.

– La libertà di chi predica è di poter impegnare tutte le risorse nel servizio che gli o le è affidato. Se non pretende di occupare prepotentemente il centro della scena, la soggettività di chi predica diventa una risorsa da utilizzare. La fantasia e l’originalità hanno tutto il loro spazio, perché i sermoni non sono prodotti fatti in serie.

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