Il fratello separato

Predicazione tenuta da Bruno Gabrielli su Genesi 32:23-33

E’ uno dei racconti più difficili di tutta la Bibbia ebraica: difficile da capire e difficile da credere. Difficile da capire perché molte e diverse appaiono le intenzioni di chi l’ha scritto, quasi certamente più di un predicatore dell’antico Israele: allora si usava rimaneggiare le testimonianze di fede delle precedenti generazioni, togliere e aggiungere in base alle necessità dell’attualizzazione, con una libertà che nessuno di noi oserebbe permettersi; ma soprattutto difficile da credere, perché da nessun’altra parte dell’Antico Testamento troveremo mai un abbraccio così intimo, un tale mescolamento o addirittura tanta confusione fra umanità e divinità.
Occupiamoci prima di tutto delle intenzioni: che cosa voleva dire chi ha scritto questo racconto? Tanto per cominciare, voleva spiegare l’origine di una delle tante prescrizioni alimentari ebraiche – niente nervo del sottocoscia di nessun animale nel loro menu! – e di alcuni nomi della geografia e della storia d’Israele: lo “Yabbok”, vale a dire “torrente dell’assalto” o “della lotta”; “Peniel”, il nome del guado, che tradotto significa “faccia di Dio”; e soprattutto “Israele” nel senso di “colui che lotta” o “ha lottato con Dio” mentre di solito s’interpreta quel nome come “Dio lotta” o “che Dio lotti”. Questa voglia di spiegare antiche tradizioni è la più evidente, ma almeno per noi oggi anche la meno importante: probabilmente è dovuta ai rimaneggiamenti più tardivi.


Una seconda intenzione, anch’essa abbastanza chiara, è quella di esaltare la venerabile figura del patriarca Giacobbe, figlio di Isacco, nipote del gran padre Abramo, a sua volta capostipite delle dodici tribù d’Israele. Probabilmente era l’intenzione di chi ha scritto il nucleo originale di questo racconto il quale a sua volta riprendeva una leggenda ancor più antica e non israelitica: un uomo, attraversando quel guado, s’imbatte in un essere divino – i popoli pagani dell’Antico Vicino Oriente credevano che ogni guado fosse presidiato da un dio o da un démone particolare – e riesce a sconfiggerlo, costringendolo a “benedirlo” – e cioè a cedergli il suo potere – e diventando così un eroe non molto diverso dall’Edìpo della mitologia greca che libera la città di Tebe dalla terribile Sfinge: Israele è così proclamato eroe invincibile “per gli dèi e per gli uomini”, insomma: per chiunque!
Ma l’intenzione del racconto che a noi può interessare di più è una terza, meno evidente, ma assai più importante delle altre due: predicare Dio che libera dalla paura! Nella Bibbia ebraica, per come è giunta fino a noi, non c’è più posto per altri dèi o démoni. L’operazione è ben nota: i predicatori d’Israele spesso e volentieri utilizzano miti e leggende di altri popoli, ma per contestarle, per purificarle partendo dalla loro fede nel Signore, unico vero Dio d’Israele prima, e poi dell’intero universo. Il démone del racconto pagano diventa perciò il Dio d’Israele perché non ci sono altre possibilità: non c’è alcun dio all’infuori del Signore!
Solo che in questo modo, risolto un problema, se ne affaccia subito un altro e ben più grosso: come può un uomo, sia pure l’eroico patriarca Giacobbe, aver lottato “faccia a faccia” con Dio, avergli messo le mani addosso fino a sconfiggerlo, fino a costringerlo a scendere a patti? O non è una tremenda bestemmia?
E’ il solito problema: noi continuiamo a illuderci di aver finalmente conosciuto Dio per intero, di poter stabilire una volta per tutte quel che Dio può e non può fare, quel che Dio può e quel che non può essere. La nostra mente pretende di essere tanto grande da poter contenere Dio, e invece è tanto piccola da non saper riconoscere a prima vista, qui come altrove, nella nostra stessa vita quotidiana, il Dio che prima del famoso Essere perfettissimo, onnipotente ed eterno, il Creatore e il Signore di tutto e di tutti, è il Dio che ci ha insegnato a chiamarlo “Papà”.
Per capire che cosa di veramente importante vuol dirci questo racconto è indispensabile dare una rapida occhiata a quanto precede e a quanto segue: Giacobbe, dopo vent’anni di esilio a sgobbare per lo zio Làbano di cui ha sposato due figlie, con tutta la sua ricca famiglia – mogli, figli, servi e bestiame in gran numero – sta per tornare nella sua terra d’origine dalla quale era fuggito per paura della vendetta di suo fratello Esaù, al quale – poveraccio, non era certo furbo come lui  –  ne aveva combinate di cotte e di crude. Sono passati vent’anni, ma di Esaù Giacobbe ha ancora una paura maledetta e perciò sta facendo di tutto per ritardare l’incontro: alla sera ha fatto attraversare il guado ai suoi con tutti i bagagli, ma lui è rimasto indietro, come bloccato dalla paura. La paura di Giacobbe è paura dell’ira del suo fratello separato che in effetti gli viene incontro con 400 uomini, paura determinata dalla convinzione di non poter essere perdonato da lui come invece accadrà. E scende la notte, e la paura, come per tutti, col buio della notte aumenta. Ed è a questo punto che Dio assale Giacobbe, lo costringe alla lotta con lui, mette alla prova la sua fede, il suo coraggio, la sua volontà di affrontare la vita.
Oggi non si usa più – non dalle nostre parti, almeno – ma sappiamo bene di altri tempi, di altre culture, di popoli guerrieri in cui il padre stesso insegnava ai propri figli maschi a lottare finché non avessero imparato a difendersi da soli, a non aver paura di nessuno: un po’ come i lupi del Libro della giungla di Kipling, dove però, quando il figlio sconfigge il padre, ha pure il diritto-dovere di ucciderlo per prendere il suo posto a capo del branco. Qui, ovviamente, la storia è diversa: Dio non si lascia uccidere da Giacobbe, né Giacobbe diventa Dio!
Dio, più umanamente, lotta e si lascia vincere da Giacobbe affinché Giacobbe non abbia più paura di nessuno, né di dèi, né di démoni, né di altri uomini. E, come un padre orgoglioso, è felice di lasciarsi superare dal figlio finalmente cresciuto, adulto e forte. Adulto e forte non tanto fisicamente, si capisce, ma nella fede, pronto ad affrontare qualsiasi nemico, ma anche e soprattutto a strappare a chiunque il perdono, la riconciliazione: dopo che ha saputo conquistare la benedizione di Dio, chi oserà rifiutargliela? Se Dio è con lui, chi sarà contro di lui?
E tuttavia Giacobbe non esce indenne dalla lotta, ma trasformato nel fisico e nell’anima, con l’anca sbilenca e con un nuovo nome che significa una nuova identità, una nuova essenza: non è più “Giacobbe” – che vuol dire “furbo, imbroglione” – ma è “Israele”, è “colui che ha lottato con Dio” e perciò non teme più alcuna lotta. Dio, invece, resta Dio: la vittoria del figlio è anche la vittoria del Padre. Giacobbe non riesce a strappargli il suo “nome”, la sua identità, il suo essere più profondo, che resta ignoto perché Dio vuole restare libero. Chi ha vinto davvero, dunque?
Ancora una volta ha vinto il Dio che vince per noi, uomini e donne, suoi figli e figlie, e che non vuole vincere – mai! – senza di noi.
Amen.

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