“Ho visto, io ho visto…”

Predicazione tenuta da Winfrid Pfannkuche su Ecclesiaste 3,16-4,3

Care sorelle e cari fratelli,
Ho visto, io ho visto… lo sguardo critico di Qohelet non si ferma alle apparenze. Qohelet contesta la cultura dell’apparenza. Il suo sguardo penetra nella realtà delle cose. Qohelet è una che si informa. Già questo sarebbe una buona lezione per noi oggi. Nell’epoca dell’informatica. Informarsi bene. Non fermarsi alle apparenze e alle chiacchiere. Non navigare sulla superficie, in cui ci specchiamo e vediamo sempre solo noi stessi, dove c’è di tutto un po’, dove siamo portati dai venti di qua e di là. Non navigare sulla superficie, ma penetrare, in profondità, nella realtà delle cose. Fa parte di Qohelet, della vocazione di un’Ecclesiaste; fa parte della qhl, della vocazione di una chiesa.
Ho visto, io ho visto… il problema del vedere è che non vogliamo vedere. Anzi, vogliamo vedere soltanto ciò che appunto vogliamo vedere. Ma vedere la realtà significa vedere la malvagità. Penetrare nella malvagità. Lo sguardo di Qohelet penetra nella malvagità dell’uomo.
Ho visto, io ho visto… che nel luogo stabilito per giudicare c’è empietà, e che nel luogo stabilito per la giustizia c’è empietà, cioè lo sguardo di Qohelet penetra nei palazzi del potere, vede la corruzione nelle istituzioni, in ciò che è stato stabilito per combattere la corruzione. Qohelet intercetta le macchinazioni, i soprusi, i giochi di potere dei potenti. Qohelet guarda oltre alla bellezza e alla grandezza in cui si specchia la nascente e fiorente cultura greca che idealizza, esalta, santifica le possibilità dell’uomo. E conclude: siamo come le bestie, siamo come le belve.
Ho visto, io ho visto… ecco, le lacrime degli oppressi, i quali non hanno chi li consoli. E conclude: son più felici i morti, o peggio: i non ancora nati, perché non hanno ancora visto. Non hanno ancora dovuto vedere.


Ho visto, io ho visto… non avessi mai visto! Sentiamo la sofferenza di Qohelet di aver visto la realtà, la vera natura delle cose…
Non credo sia un’inclinazione o un cedimento della nostra Qohelet al pessimismo, scetticismo, nichilismo o masochismo. Ma credo sia veramente uno sguardo profondo, profondamente biblico, nel cuore malvagio del mondo.
Anche quando il mondo appare pacifico al massimo grado, in realtà, resta sempre il terreno di una lotta incessante tra vita e morte, in cui il debole soccombe al potere del forte. Lo racconta Dino Buzzati in “Una notte pacifica”: Una coppia è andata a stare in campagna. Una sera il marito sta leggendo dopo che la moglie è andata a dormire. Improvvisamente lei si sveglia terrorizzata e chiama: Penso ci sia qualcuno in giardino! Vai a vedere. Per calmarla egli va alla finestra e guarda fuori: Che splendida luna! Non ho mai visto niente di più tranquillo! E invece, proprio in quel momento, un animale da preda stava uscendo dal suo covo; un ragno fu inghiottito da un rospo che, in seguito, finì tra gli artigli di un vecchio gufo. Ma il marito guardando fuori dalla finestra non vide niente. Tutto era liricamente, divinamente pacifico. Sua moglie si svegliò di nuovo: Carlo, ho sognato che qualcuno è stato ucciso in giardino. Nell’intento di calmarla, egli andò di nuovo alla finestra: Dormi, cara. Non c’è anima viva fuori. Non ho mai visto un paesaggio così tranquillo.
Qohelet non è un bravo marito: ho visto, io ho visto… che la vita non è altro che una lotta incessante in cui il debole soccombe al potere del più forte.
Se questa è la realtà, la vera natura delle cose, allora ha un senso parlare di salvezza. Se Qohelet ha visto bene, allora sì che la questione della nostra vita non è come adattarci o come cavarcela, ma come salvarci. Se Paolo ha visto bene, e cioè: che la creazione è stata sottoposta alla vanità, che tutta la creazione geme ed è in travaglio, allora sì che ha un senso parlare di salvezza, della speranza che anche la creazione stessa sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella gloriosa libertà dei figli di Dio (Romani 8,20ss.).
Se invece la nostra realtà è come la vede il bravo Carlo dalla finestra: che non c’è niente di più tranquillo, che tutto è liricamente e divinamente pacifico, allora certo non ha senso di parlare di salvezza. In quell’istante, con la moglie in campagna comunque non era il momento di parlare di salvezza. Come insegna Bonhoeffer: nelle braccia dell’amata è una bestemmia parlare dell’amore di Dio.
Ma Qohelet, cosa avrebbe detto alla moglie? Qohelet che ha visto la nostra reale situazione sotto il sole, cosa avrebbe detto? Avrebbe risposto: sì cara, hai ragione, qualcuno è stato ucciso in giardino, altro che qualcuno, una strage…? Nò, Qohelet avrebbe risposto come il marito. Questo è forse il senso della piccola parte positiva e propositiva in mezzo alle due visioni bestiale e micidiale della realtà (la prima: l’ingiustizia, siamo come le bestie; la seconda: gli oppressi, meglio non essere nati): Io ho dunque visto che non c’è nulla di meglio per l’uomo del rallegrarsi nel compiere il suo lavoro; tale è la sua parte… Qohelet si sarebbe dunque rallegrato di compiere il lavoro da bravo marito, di fare la parte a lui assegnata, cioè del marito che ama sua moglie…
E così l’avrebbero fatto anche Paolo o Bonhoeffer, avessero avuto una moglie con cui passare un weekend in una casa in campagna.
Non si gioca al profeta con la propria moglie. Non si gioca al profeta nella chiesa. Non ci si rallegra nello svelare la nostra realtà malvagia. Non ci si rallegra nello svelare i peccati. Perché noi stessi siamo parte attiva di questa realtà malvagia, parte attiva della lotta incessante della vita, noi stessi vogliamo essere forti per non soccombere. Se uno ha visto è più forte di uno che non ha visto. Perciò, chi ha visto rischia di diventare cinico. Cinicamente paragona gli uomini con le bestie. Cinicamente afferma che sarebbe stato meglio non essere mai nati.
Qohelet è cinica? Una cinica osservatrice della realtà ingiusta, delle ingiustizie, oppressioni e violenze? Ha visto sì, ma non fa niente? Ha visto come i profeti, ma non predica l’azione sociale in difesa degli oppressi. Perché? Perché rimane una osservatrice? Io penso di nò. Anzi, penso che proprio perché non è una osservatrice della realtà ingiusta, proprio perché è consapevole di essere parte attiva della realtà ingiusta, proprio perché è cosciente che lei stessa è come una bestia, che Qohelet stessa ha una belva dentro di sé, Qohelet stessa è vanitosa, Qohelet stessa viene dalla polvere e ritorna alla polvere, Qohelet stessa è oppressa non ha chi la consoli, e perciò Qohelet stessa sospira infine: sarei più felice se non fossi mai nata… ecco, penso che proprio perché non è osservatrice esterna, ma completamente coinvolta nei processi ingiusti della vita, perché Qohelet stessa rischia di esser travolta dal potere del più forte, Qohelet non è una cinica filosofa osservatrice dello spettacolo malvagio del mondo.
Qohelet guarda in profondità e direbbe: Non basta la retorica dell’impegno sociale. Perché anche il bene che vogliamo fare, anche la nostra azione sociale, anche la nostra diaconia non si svolge fuori ma dentro il mondo ed è quindi parte attiva della lotta, rischia quindi anch’essa di essere un’affermazione di potere del più forte, e il debole soccombe sotto la maldestra buona volontà del più forte.
Il senso solidale, il senso di essere soltanto una creatura, il senso del proprio limite è così forte in Qohelet che riapre la solidarietà al mondo delle altre creature, alle creature che hanno più senso del limite che non gli esseri umani (cf. Geremia 8,4-8). Infine, il senso solidale di Qohelet è così forte che si vorrebbe fare da parte.
E, in questo suo sentirsi parte, solidale, in questa sua compassione non meno forte di quella dei profeti, Qohelet riflette le risposte teologiche tradizionali rispetto alle ingiustizie del mondo. Ho detto in cuor mio: «Dio giudicherà il giusto e l’empio poiché c’è un tempo per il giudizio di qualsiasi azione e, nel luogo fissato, sarà giudicata ogni opera». La predestinazione, la forza degli oppressi: prima o poi, giustizia sarà fatta. Oppure: Io ho detto in cuor mio: «Così è a causa dei figli degli uomini, perché Dio li metta alla prova…». Quante volte abbiamo pensato così? Tutti questi pensieri tradizionali, sì, Qohelet li accetta, ma restano lì come una sapienza scolastica. Poi esamina criticamente anche idee nuove, contemporanee greche: Chi sa se il soffio dell’uomo sale in alto, e se il soffio della bestia scende in basso nella terra? Mette in dubbio che l’uomo abbia un’anima superiore, con un destino più elevato della bestia. Qohelet mette in dubbio, radicalmente in dubbio, ogni affermazione di superiorità. La sua solidarietà con la creatura è totale. Qohelet non è che una creatura… polvere che ritorna alla polvere…
Eppure Qohelet, cosa insegna, cosa rimane in questa situazione di positivo, di propositivo? … che non c’è nulla di meglio per l’uomo del rallegrarsi nel compiere il suo lavoro; tale è la sua parte… da buon calvinista: non fare tante storie, ma fa quello che devi fare e fallo bene. Sobrietà ebraica. Sobrietà evangelica. Accetta la tua parte, il tuo limite, la tua vocazione. In essa ritroverai la gioia. La speranza. La salvezza.
Che un giorno apparve. Apparve a Cefa. Ai dodici. Ai 500. A Giacomo. A tutti gli apostoli e, ultimo di tutti, apparve anche a me, come all’aborto… Ma per la grazia di Dio io sono quel che sono; e la grazia sua verso di me non è stata vana… Amen.

Brindisi, 20 novembre 2011

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