“Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi”

Predicazione tenuta da Andrea Panerini su Apocalisse 21,1-8 

Cari fratelli e care sorelle,

con questa domenica, la domenica “dell’eternità”, si conclude l’anno liturgico di tutte le chiese cristiane d’occidente. Nella chiesa cattolica romana si chiama domenica “di Cristo Re”, per sottolineare la sovranità di Dio sull’universo ma è sempre stata, fin dalla chiesa antica anche se la sua forma attuale è del XIX secolo, un momento di tensione liturgica e di messa in dubbio della fede dei cristiani. Questo giorno di festa, che prelude al nuovo tempo di Avvento con cui comincia un nuovo anno liturgico, ci dice una cosa molto semplice: Cristo non è ancora tornato.
E’ pertanto abbastanza logico che il lezionario proponga dei testi con un forte accento escatologico, che ci possano parlare della speranza nelle cose ultime che il Signore ci ha promesso. Cristo non è ancora tornato, dicevamo. Egli tornerà nel kairos, nel momento opportuno che solo il Padre conosce e a noi non resta altro da fare che pregare e vivere nella speranza che si adempiano le Scritture, cercando di testimoniare in questo mondo il Risorto nella fiducia di poter vivere con Lui nella nuova Gerusalemme.
Il finale dell’Apocalisse è la rivelazione fastosa e commossa della novità: l’assemblea liturgica rilegge le profezia sulla Gerusalemme messianica e, in quanto comunità del Cristo, celebra con entusiasmo la realizzazione – già iniziata – delle promesse e rinnova, allo stesso tempo, il desiderio e l’attesa del compimento finale. Nell’evento decisivo di Gesù Cristo la chiesa riconosce la svolta storica che segnerà la fine definitiva di Babilonia la prostituta (il potere del male) e darà vita a Gerusalemme la sposa (la comunione di Dio con gli uomini e le donne). Attraverso le pagine della Bibbia la liturgia cristiana legge la propria storia presente, celebra l’intervento efficace di Dio e anela alla pienezza futura.


Novità. Questa “novità” non è il risultato di una evoluzione, di un perfezionamento ma “il primo cielo e la prima terra sono passati”. Le cose nuove comportano l’eliminazione delle cose vecchie: la coesistenza è impossibile. Il mare stesso non ci sarà più: è veramente un nuovo creato, dovuto all’iniziativa e dall’azione di Dio, ad un suo nuovo intervento creatore. E’ una nuova creazione che si imporrà sulla quella vecchia che “geme ed è in travaglio” (Rm. 8,22) a causa del peccato e della propria imperfezione, è la novità del Dio che giudicherà tutti i popoli nel suo amore sconfinato, i popoli e gli individui che sono tutti indegni della salvezza ma che sperano nella Grazia invocando il nome del Signore. Geme questa umanità sofferente nell’attesa che il suo Salvatore torni ad instaurare il nuovo mondo.
Al versetto 2 abbiamo l’immagine della sposa, adoperata già nell’Antico Testamento per indicare Israele. L’Apocalisse usa, però, questa immagine in modo nuovo. Il profeta Osea (3,1-5) usava l’immagine di Dio stesso che redime la sposa dall’abiezione dall’impurità mentre Giovanni presenta la sposa nell’atto di scendere dal cielo come “nuova Gerusalemme”. Il Signore, consapevole del peccato dell’umanità, si offre agli uomini e alle donne prendendoli per mano e rialzandoli dall’abisso delle perdizioni in cui sono caduti. La realtà profonda espressa da queste immagini è quella di una comunione profonda e completa di Dio con l’umanità, una umanità che in Dio si è espressa attraverso il Cristo crocifisso e risorto che si offre in sacrificio per le nostre abiezioni e non si cura della nostra ingratitudine.
Il tabernacolo di Dio con gli uomini” annuncia in modo simbolico la presenza di Dio con i suoi, come faceva il tabernacolo durante il lungo passaggio nel deserto nell’Esodo. La parola greca che significa tabernacolo (skenè) ha le stesse consonanti della parola ebraica sekinà che nel giudaismo indicava la presenza o la dimora di Dio in mezzo agli uomini. Perciò nella nuova Gerusalemme non ci sarà tempio (21,22) perché la presenza di Dio con i suoi sarà una realtà viva e reale, sempre e ovunque. Egli è presente in mezzo a noi anche adesso, ma siamo incapaci di ascoltarlo e di vederlo veramente, quando si compiranno queste parole la presenza divina sarà piena in mezzo a noi, con noi e attraverso di noi.
Queste parole si compiranno, si stanno già compiendo, dalla Risurrezione del Cristo siamo già in attesa del suo ritorno e che giunga l’ultimo dei giorni. Questa prospettiva generalmente atterrisce l’uomo tanto che nel linguaggio comune il termine “apocalittico” ha assunto un significato decisamente negativo e catastrofico. L’esistenza materiale, come ora la conosciamo, con ogni probabilità finirà ma in cambio il credente ha davanti a sé la nuova creazione che avanza e che prenderà il posto di un mondo corrotto e ingiusto, di una umanità disperata e peccaminosa.
Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi”. Nell’umanità nuova non ci sarà spazio per il culto di Babilonia la grande e gli uomini non berranno più il calice della sua prostituzione, il regno del male sarà sconfitto definitivamente, l’uomo sarà posto al riparo da se stesso. Per cui tutte le conseguenze della predicazione del grande tentatore, l’angoscia, la paura, la morte non esisteranno più. Il lutto diventerà una parola sconosciuta. In queste parole possiamo cogliere delle forti analogie con alcune religioni e filosofie orientali: nel buddismo tibetano il raggiungimento del nirvana è la cessazione della sofferenza, delle reincarnazioni e il raggiungimento della pace e della beatitudine, questa prospettiva ha sempre allettato gli uomini di ogni generazione. Tuttavia manca in questa prospettiva la Grazia dell’Eterno, essendo tutto incentrato in un ideale di perfezione umana che non arriverà mai e non può arrivare a causa del peccato dell’uomo.
Ecco io faccio nuove tutte le cose”. Quando Dio prende la parola, essa è una parola creativa, come all’inizio della Bibbia. Nei primi versetti di questo capitolo 21 si può ravvisare uno schema che riprende e illumina gli eventi narrati in Genesi 1-3. All’inizio della Genesi l’uomo e la donna si nascondono e fuggono da Dio (Gn. 3,8-10). Tutta la Bibbia si presenta da allora come un’attesa da parte di Dio che i figli ritornino per non fuggire mai più da Lui. Come nella parabola del Padre misericordioso (o come viene comunemente chiamata, del figliolo prodigo) il Signore è ad aspettarci sul limitare della collina: “mentre egli era ancora lontano, suo padre lo vide e ne ebbe compassione: corse, gli si gettò al collo, lo bacio e lo ribaciò” (Lc. 15,20). Dio fa nuove tutte le cose perché non ha memoria delle cose passate, perché, consapevole dei limiti dell’uomo, lo ama nel momento del ravvedimento e del pentimento. Quando l’uomo lo cerca, anche nel momento del peccato, la sua Grazia è già presente e lo avvolge per non lasciarlo più. “Facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita; era perduto, ed è stato ritrovato” (Lc. 15,24).
La parte finale di questo brano può apparire dura nella sua condanna senza appello, sicuramente la forma è influenzata dall’apocalittica e dalla visione dell’aldilà dell’epoca in cui l’autore ha redatto questo scritto, la nostra sensibilità moderna ne è offesa. Il suo significato è, molto semplicemente, di lasciare la via della perdizione la via che Isaia 55,7 esorta a lasciare (“Lasci l’empio la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; si converta egli al Signore che avrà pietà di lui, al nostro Dio che non si stanca di perdonare”), per accostarsi all’acqua viva e pura di Dio e dissetarsi con essa.
I codardi e gli increduli sono coloro che, incapaci di affidarsi a Dio, continuano a fuggire davanti alla manifestazione della Grazia: essi hanno paura dell’amore di Dio perché sono incapaci di ricevere amore, sono incapaci di credere che il Cristo sia morto anche per la loro salvezza.
Gli omicidi si nascondono allo sguardo del Signore, negano al loro fratello, alla loro sorella la dignità di figli e figlie di Dio. Non solo chi uccide materialmente un altro essere umano è un omicida, si può essere omicidi comodamente seduti nei nostri salotti mentre l’inumano sistema economico da cui traiamo i nostri benefici materiali uccide milioni di esseri umani per fame, per malattia, per mancanza di speranza.
I fornicatori sono coloro che prostituiscono il loro corpo e la loro mente per arrivare ad una effimera auto-realizzazione che procede nell’auto-compiacimento. Non badano ai mezzi per arrivare al successo terreno, fornicando con l’Anticristo e con il grande seduttore: essi stessi si fanno seduzione per il mondo illudendosi, nel loro delirio di onnipotenza, di essere indipendenti nel loro delirio mentre non solo altro che strumenti del tentatore nel suo disegno di realizzazione completa del regno del male.
Gli stregoni ed gli idolatri hanno come loro orizzonte un solo idolo: il denaro, il vitello d’oro che tenta in continuazione di pervertire l’umanità. Gli stregoni li vediamo in azione da sempre e non vi potrà sfuggire l’analogia con la nostra attualità, dove queste persone, nello loro arroganza tecnologica, rimangono prigionieri dei loro stessi incantesimi. Gli idolatri pensano che solo un indice di PIL, un aumento di produzione, attraverso il feticcio dello sviluppo infinito si possa giungere alla dimensione di felicità per l’uomo: essi sostituiscono l’autenticità dell’essere umano creatura di Dio con l’in-autenticità di pezzi di carta e di metallo che sostituiscono e soggiogano la libertà dell’uomo.
I bugiardi sono nemici della verità, quelli che si fanno testimoni di quella colossale e tragica bugia che è l’incarnazione della bestia.
Sei cose odia il Signore, anzi sette gli sono in abominio: gli occhi alteri, la lingua bugiarda, le mani che spargono sangue innocente, il cuore che medita disegni iniqui, i piedi che corrono frettolosi al male, il falso testimone che proferisce menzogne, e chi semina discordie tra fratelli” (Pr. 6,16-19): la condanna allo “stagno ardente di fuoco e di zolfo” viene dall’umanità ed è una auto-condanna alla lontananza da Dio, è l’annullarsi nel peccato invece di andare verso la pienezza della vita eterna.
La profezia veterotestamentaria associava la promessa dell’abitazione di Dio in mezzo al suo popolo, alla venuta del Messia il cui nome è “Emmanuele” cioè “Dio-con -noi” (cfr. Is. 7,14) Tuttavia ciò che nelle antiche profezie era promesso a Israele, in Giovanni è ormai riferito a tutta l’umanità. “Ecco la dimora di Dio con gli uomini” con gli uomini tutti e non solo con Israele: questa promessa è rivolta a ciascuno e ciascuna di noi, anche se spesso non siamo capaci di accettare questa promessa. Egli ci offre la possibilità di voltare pagina in maniera definitiva: “Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate nuove” (2Cor. 5,17).
Giovanni ha espresso in maniera assolutamente notevole la convinzione cristiana che alla Fine incontreremo non un evento ma una Persona. Per l’autore dell’Apocalisse Dio non è, in definitiva, un “elemento” della nuova Gerusalemme: il Signore è, piuttosto, Lui stesso la realtà escatologica che abbraccia ogni cosa. Questa Persona ci esorta a vivere da suoi testimoni in mezzo a questo mondo dove l’iniquità e la prostituzione dilaga, consapevole del nostro peccato ma anche fiducioso che non siamo qui per rassegnarci all’ingiustizia del male e allo stesso tempo siamo fiduciosi che, nell’ultimo dei giorni il Suo intervento creativo cambierà ogni cosa. Vieni Signore Gesù, noi non ti temiamo, perché abbiamo fede nella tua bontà e misericordia e sappiamo che perdoni i nostri peccati, perché ti abbiamo cercato. Vieni Signore Gesù, noi ti aspettiamo impazienti, perché abbiamo fiducia nelle Tue promesse. Vieni Signore Gesù, la perversione di questo mondo è sempre più intollerabile, l’uomo ha compiuto cose orribili nel corso della sua storia, noi aspettiamo il Regno della Giustizia. Vieni, Signore Gesù. Amen.

20 novembre 2011 – Chiesa valdese di Forano

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