Il Messaggio e i destinatari

Continua la rubrica “Predicare” in cui il pastore Bruno Rostagno ci conduce per i meandri dell’omiletica, della predicazione cristiana, concedendoci in esclusiva di ripubblicare (ampliati ed aggiornati) i capitoli del suo volume “La fede nasce dall’ascolto: guida per la predicazione”, Claudiana, 1984. Questo è il capitolo 2.1

2.1. Dal testo al sermone
Anche se abbiamo cominciato ad annotare le nostre riflessioni, la parte fondamentale della preparazione è lo studio del testo. Viene però il momento in cui si tratta di passare dallo studio all’elaborazione. Abbiamo acquisito una prima conoscenza del testo; ora si tratta di comunicare il suo messaggio ai nostri contemporanei. Non è sufficiente ripetere i risultati del nostro lavoro esegetico, perché il sermone non è un commento al testo, è la proclamazione del testo in forma attuale. Formule come «Questa affermazione del testo significa…», «Questo testo è importante perché…», dovrebbero essere evitate. Per predicare bisogna entrare nella vita del testo, nel suo movimento. Bisogna capire il cuore del testo, per lasciarcene guidare; l’attenzione non dev’essere catturata da ciò che alla nostra mentalità appare come lontano o incomprensibile, per farne oggetto di disquisizioni più o meno riuscite. Su un testo come Gen. 4,1-15 certe predicazioni centrano il discorso sui primi versetti; il sermone si trasforma in un patetico processo in cui Dio è difeso o messo sotto accusa, secondo i punti di vista, per quella che appare un’ingiustizia ai danni di Caino. Se ci si abbandona senza pregiudizi al movimento del testo, si vede che il cuore del tutto non è affatto l’offerta accettata o rifiutata, bensì il dialogo che, a partire da questa scelta sconcertante, si sviluppa tra Dio e Caino. Il sermone deve farci entrare nel vivo del dialogo, da cui risulta il profondo interesse di Dio per l’uomo prima avvertito, poi punito e infine protetto. Se cerchiamo prima di tutto di fornire le ragioni dell’accettazione e del rifiuto dell’offerta facciamo una lettura moralistica. Se ci fermiamo alle conseguenze dell’accettazione e del rifiuto, facciamo una lettura psicologica. Se partiamo e ci lasciamo guidare dal discorso di Dio facciamo una lettura teologica. Il testo della Genesi è teologico, non moralistico, e neppure psicologico. Il centro del sermone è l’interesse di Dio; i suoi punti sono le implicazioni delle tre azioni di Dio verso Caino: avvertimento, punizione, protezione.
L’essenziale è quindi cogliere il cuore del testo, ciò che mette in movimento il tutto, per poi presentare, coinvolgendo chi ci ascolta, ogni singola parte. Il predicatore o la predicatrice non può restare all’esterno del testo, deve viverlo, deve invitare a viverlo. La passione di scoprire in che tempo e in quale ambiente il testo è stato scritto, che cosa il testo voleva dire a quel tempo e in quella situazione (che è il compito preliminare della critica), non deve soffocare la passione di partecipare al movimento del testo, di viverlo qui e ora (che è il compito della predicazione).
Ciò vale non solo per i testi narrativi, ma anche per i testi argomentativi. In questi ultimi, non essendoci racconto, sembra che non ci sia neanche movimento. Ma non è così: se non si coglie il movimento, il discorso si fa arido. Paolo in Rom. 6,15-23 sembra dire una cosa sola: il salario del peccato è la morte, il dono di Dio è la vita eterna. Il discorso sembra ridursi a un fatto negativo e a uno positivo. Apparentemente il negativo e il positivo si corrispondono in modo speculare; l’uno il contrario dell’altro. In realtà tutto l’interesse è centrato sul cammino della vita, a cui il testo ci fa partecipare. Il peccato è un’esperienza distruttiva, descritta nella sua potenza di costrizione e di seduzione (fa apparire la giustizia come un peso da cui promette di liberarci); Quest’esperienza è alle nostre spalle, appartiene al passato. Il peccato è un protagonista ormai uscito di scena. Ora inizia una nuova azione, che è quella della giustizia. La giustizia non è una nostra qualità. Possiamo agire perché riceviamo. Riceviamo l’insegnamento (l’evangelo) da cui ci lasciamo guidare (schiavi dell’ubbidienza). Riceviamo uno scopo per il nostro corpo (servi della giustizia). Riceviamo il frutto della santificazione (servi di Dio). Riceviamo il dono della vita eterna. Questo testo di Paolo non è dunque solo argomentazione logica, è attraversato da un forte movimento.
La predicazione nasce dunque quando seguiamo fedelmente il movimento del testo. Questo non vuol dire che tutto sia subito risolto. Il passaggio dal testo al sermone è un percorso laborioso, che implica difficoltà e richiede meditazione e decisione.

2.1.1. Il momento della prova
La difficoltà non è insuperabile, ma esiste. È innegabile che tra la realtà annunciata dalla Bibbia e la nostra realtà ci sia una distanza che talvolta sembra incolmabile. Vi è un momento in cui la situazione contemporanea, nei suoi aspetti positivi e negativi (pensiamo alle comodità offerte dalla tecnologia e alla perdita di posti di lavoro conseguente al progresso tecnologico), si impone con una logica da cui la Bibbia sembra lontanissima. Vi è un momento in cui la nostra lente ingrandisce i difetti della comunità a cui ci dobbiamo rivolgere e tutto appare immerso nel buio. Vi è un momento in cui ci sentiamo totalmente incapaci di presentare il messaggio biblico in modo intelligibile e credibile. Abbiamo creduto di intendere il messaggio, ma ora il compito di comunicarlo con le nostre parole si fa sentire come una responsabilità schiacciante.
Questo senso di impotenza si proietta sul testo, che appare lontano, difficile, inattuale. La soluzione più pratica pare allora quella di cambiare testo, ma è la scelta della pigrizia e della superficialità. Ci aggrappiamo a un testo che riteniamo più abbordabile, e non ci accorgiamo che un testo scelto come rimedio non è davvero rispettato, ma sarà manipolato per fargli dire le cose che abbiamo in mente.
Il percorso dal testo al sermone è minacciato dalla tentazione. Alla tentazione si può cedere, e allora si viene inghiottiti nel vuoto dell’incredulità, dove lo stato d’animo più soggettivo viene scambiato per realtà. Ma alla tentazione si può resistere con la fede in colui che l’ha vinta, e allora essa acquista una funzione feconda: ciò che per l’incredulo è soltanto forza distruttiva, per il credente diventa prova, vaglio che separa il grano dalla pula. Chi sa questo, procede senza lasciarsi spaventare.
Tuttavia vi sono anche momenti in cui è meglio fermarsi. Quando il discorso non è ancora chiaro, andare avanti può voler dire accrescere la confusione. Meglio interrompere il lavoro, o piuttosto interrompere una ricerca intellettuale infruttuosa, per ritrovare, dopo una pausa conveniente, il terreno solido della meditazione. Il senso dell’interruzione è di abbandonarsi con fiducia alla grazia di Dio, gettare su di lui il nostro peso (Sal. 55,22; 69,13-17). Il nostro lavoro si interrompe, ma il testo continua in molti modi a compiere il suo lavoro in noi.

2.1.2. Il tempo della meditazione
Anche se la riflessione personale non ha un suo tempo separato, ma accompagna tutte le tappe della preparazione, viene il momento in cui bisogna cominciare a chiarire, innanzitutto a noi stessi, quello che sarà il contenuto del discorso. È il momento della meditazione
Il primo carattere della meditazione è l’attesa. Chi medita attende, come le vergini savie che aspettavano lo sposo. Il savio «medita giorno e notte» (Sal. 1,2). Il verbo tradotto con «meditare» letteralmente significa «mormorare a mezza voce», come facevano gli antichi quando leggevano. Il lettore mormora il testo e se lo ripete, finché lo ha compreso. La lettura con cui il testo viene continuamente ripreso e riascoltato è stata anche paragonata al ruminare: la meditazione è un lavoro umile, che non si stanca di masticare il testo per potersene veramente nutrire. Un testo mal digerito produce una predicazione indigesta.
L’attesa è apertura al nuovo. L’intellettuale che pretende di aver capito tutto alla prima occhiata, il lettore annoiato che pensa di sapere già tutto sul testo, in realtà non capisce e non sa. Per capire bisogna ammettere di non sapere. Nella fede non si è mai finito di imparare. Quindi chi medita sa che nel testo c’è sempre qualche cosa di nuovo da scoprire, e sarà proprio la scoperta a permettergli di dire qualche cosa di nuovo nella predicazione.
Il secondo carattere della meditazione è la riconoscenza. Chi predica è il primo ascoltatore del testo, ha bisogno lui o lei per prima dell’annuncio della grazia. Se non ha ricevuto, non potrà dare. Chi medita è nell’atteggiamento di chi riceve e sa di essere accolto, perdonato, rimesso in movimento.
Il terzo carattere è la fiducia. Della persona che medita, il Salmo 1 dice che «tutto quello che fa, prospererà» (v. 3). Se non abbiamo fiducia in ciò che abbiamo da dire, non possiamo comunicare niente. Non si tratta di aver fiducia nelle nostre capacità oratorie; si tratta di aver fiducia nell’opera dello Spirito, che continua anche quando il nostro discorso è finito, e fa sì che il messaggio porti il suo frutto.
Il quarto carattere è il dialogo interiore. Nella meditazione ci si esercita alla predicazione, si provano parole, pensieri, si valutano obiezioni possibili. La meditazione è un’attività in cui inizia la costruzione del sermone, ma in modo ancora discontinuo, provvisorio, frammentario: è il sermone in cantiere, dove delle modifiche possono essere fatte, degli errori possono essere corretti. Chi inizia a costruire il sermone è in dialogo con il Signore che parla, è in dialogo con se stesso, aperto a varie possibilità. Chi medita così è anche pronto poi a dialogare con i fratelli e le sorelle, anzi, sente il bisogno di questo dialogo.

2.1.3. L’orizzonte della decisione
Questa attività discontinua, provvisoria, frammentaria, non può durare all’infinito. Sicuramente non può durare fino al momento della comunicazione e prolungarsi all’interno del sermone. Altrimenti il sermone procede in modo faticoso (faticoso soprattutto per chi ascolta), pieno di incertezze e di ambiguità. La meditazione all’interno del sermone diventa divagazione. A un certo momento la meditazione deve concludersi (per questo è impreciso chiamare meditazione il sermone o anche un messaggio in forma breve; se hanno al centro la parola di Dio sono predicazione, non meditazione). La costruzione deve avviarsi a prendere la forma compiuta; il discorso deve acquistare un suo orizzonte. Bisogna decidere tra le diverse possibilità, decidere che cosa si vuol dire, a che cosa si vuol mirare. Se non so dove voglio mirare, tutto il sermone risulta sfocato e privo di mordente.
Si obietterà che certe volte decidere è difficile. È vero. Infatti la predicazione è un tentativo. Anche il predicatore o la predicatrice vive le incertezze dell’esperienza umana e la tensione tra fede e dubbio. Le porta dentro di sé, come le persone a cui si rivolge. Non si può fare come se non ci fossero; chi predica dev’essere sincero con se stesso e con la comunità. Del resto, la comunità comprende benissimo che chi predica abbia i suoi problemi e le sue incertezze; quello che non comprende è la mancanza di chiarezza nel discorso. Una cosa sono le incertezze che ci portiamo dentro, o meglio che portiamo davanti a Dio; un’altra cosa sono le incertezze nella comunicazione del pensiero, le fumisterie, il girare attorno al nocciolo delle questioni perché chi predica non si è preso il tempo e la pena di guardare dentro questo nocciolo.
La predicazione è un tentativo perché la parola è di Dio e non nostra; nessuno può pretendere che il suo discorso sia identico con la verità. Ma il tentativo è compiuto in risposta al mandato che viene dal Signore, e si svolge sotto la promessa: «chi ascolta voi ascolta me» (Luca 10,16).

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