I demoni muti: come riconoscerli e come vincerli

Predicazione di Gregorio Plescan su Marco 9,17-27

Il racconto di Marco 9 ci fa fare un salto nel passato – o nel presente di situazioni che ben conosciamo, a volte patiamo (o facciamo patire) e dalle quali, sorprendentemente!, possiamo anche essere liberati, “guariti”.
Immaginate… un paese in cui una famiglia ha un parente “strano”.
Perché è vero che noi, con i nostri ospedali e le nostre medicine non crediamo più ai “demoni”, ma è anche vero che tutti sappiamo che c’è malattia e malattia – che un conto è avere l’influenza o una gamba rotta, un altro è avere una malattia psicosomatica o nervosa.
Questa famiglia con un parente malato e “strano” è probabilmente spesso protagonista dei discorsi a cena o al bar, ma quasi mai lo è in senso compassionevole: generalmente chi ne parla lo fa con un sorrisetto sulle labbra, magari scrutando nella memoria di genealogie vere o fittizie, alla ricerca di un antenato “drolle” non che giustifichi, ma che sottolinei che la tara presente nella famiglia è ereditaria e in qualche modo “contagiosa”.
Come potrebbe il rappresentante più autorevole di questa famiglia – al tempo di Gesù era forse il padre di famiglia, al nostro tempo potrebbe essere anche la madre o una personaggio femminile – trovare un modo per condividere con i suoi compaesani il proprio dolore?
Non potremmo forse chiamare la malattia di quella famiglia “un demone muto”?
Come potrebbe il nostro “padre” (o madre, o zia, non importa) sperare di far guarire il proprio congiunto?
Si affiderebbe certo a qualche medico famoso – magari anche un po’ caro, di quelli che ti fanno passare con rapidità – ma forse non riuscirebbe a farci molto, perché in realtà per certe malattie la chimica serve, ma solo fino a un certo punto, solo se condita di pazienza, tolleranza, affetto…
Detto con parole nostre, il racconto di Marco 9 descrive proprio una situazione così: una solitudine profonda, di quelle che si possono sperimentare anche quando si è circondati da conoscenti che ti chiedono rispettosamente “come va?” quando ti incontrano per strada, ma in realtà non sono per nulla interessati alla risposta – al punto che un “male, grazie” li metterebbe terribilmente in imbarazzo.
Ecco, questo è un primo indizio dell’azione miracolosa di Gesù: riconosce che dietro alla malattia del ragazzo – il demone muto – c’è un dolore profondo, indicibile anche perché non interessa a nessuno…
Ma a Gesù il dolore del padre interessa, davvero.
Infatti il miracolo inizia quando Gesù fa capire al padre che per lui il dialogo può avere uno spazio – il padre gli racconta tutto:
Maestro, ti ho portato mio figlio perché è tormentato da uno spirito maligno che non lo lascia parlare… Quando lo prende, dovunque si trovi, lo getta a terra, e allora il ragazzo comincia a stringere i denti, gli viene la schiuma alla bocca e rimane rigido. Ho chiesto ai tuoi discepoli di scacciare questo spirito, ma non ci sono riusciti… Fin da piccolo, più di una volta lo spirito l’ha buttato nel fuoco e nell’acqua per farlo morire. Ma se tu puoi fare qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci!
A pensarci bene il miracolo vero consiste proprio nel il fatto che il padre trovi coraggio e forza nel parlare, nel dire la verità, anche quando questa è difficile da dire (se non ho fede, aiutami…): è da questo punto in poi che il ragazzo guarisce – e con lui anche la sua famiglia.
Nonostante la complessità della malattia, nonostante il fatto che il primo (e forse più sincero…) commento della folla sia “è morto”, forse detto con quel brivido tra il macabro e il curioso che esprimiamo talvolta quando osserviamo una disgrazia da tanto tempo pronosticata…
Come talvolta avviene, questo racconto parla anche a noi di avvenimenti importanti e anche un po’ spiacevoli, perché ci mettono in discussione.
Ci mettono quando ci vengono presentati i limiti dei discepoli, perché non sempre “dirsi Cristiani” fa la differenza, anzi.
Facilmente ci diciamo “Cristiani”, “Valdesi”, ma non per questo siamo capaci di tradurre la parola in realtà.
Questa non è un’osservazione moralista – né lo vuole essere: è una domanda seria e grave.
Quanto tempo dedichiamo al confronto con Gesù attraverso la lettura della Bibbia?
Quanto tempo dedichiamo alla preghiera, per noi e per gli altri?
A prima vista le parole “lettura della Bibbia, preghiera” di fronte alla malattia possono sembrare più che altro un segno di un pensare antico e superato dall’aspirina, ma non lo sono: quando Gesù dice ai suoi discepoli “questa razza di spiriti non si può scacciare in nessun altro modo se non con la preghiera” non dice che dovremmo ritagliare qualche minuto al giorno per la mistica e l’allontanamento dal mondo – ma chiede al contrario quante volte nel giorno ci apriamo al mondo, ci sforziamo di andare al di là delle nostre preoccupazioni per riconoscere anche quelle degli altri e preoccuparci anche per loro!
Quante volte, di fronte alla sofferenza, anche noi siamo nel coro di quelli che dicono “è morto” – nelle sue varianti tipo “è di famiglia, lo sapevo, prima o poi doveva succedere…”
A prima vista le parole “leggere la Bibbia, preghiera” sembrano voler dire “fatti gli affari della tua anima” in maniera così tradizionale da essere quasi completamente passato di moda – in realtà vogliono dire “imparate sanamente a farvi gli affari degli altri, perché dolore, sofferenza, richiesta di aiuto e di solidarietà non passano mai di moda…
Quante persone prigioniere di “demoni muti” conosciamo?
Con quanti dei loro parenti sappiamo e sopratutto vogliamo parlare a tu per tu, non per giudicare o per suggerire ricette improbabili – ma per ascoltare, lasciare loro la parola? …quando accettiamo, vogliamo farlo, allora possiamo dire che la preghiera è vera, anzi, è stata esaudita!

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