Tu lasci andare il tuo servo

Predicazione di Eric Noffke su Luca 2,25-30

Care sorelle e cari fratelli, care Hilda, Marina e Cristina, carissimi parenti tutti,
Giorgio era una persona che amava profondamente la vita. Chi lo ha conosciuto è rimasto certamente colpito dalla mille cose che faceva, dalla sua capacità di stare al passo coi tempi, di essere l’avanguardia della nostra chiesa in molti ambiti. Era un uomo coraggioso, che non aveva paura del confronto e non evitava le scelte, anche quelle difficili. Era un teologo curioso, che andava a guardare ai confini più avanzati della teologia per vedere che cosa succedeva di interessante. Era un pastore e un giornalista sempre in dialogo con gli eventi contemporanei, inserito in una rete incredibile di contatti. Era un credente che sapeva cogliere nel presente gli stimoli più interessanti, per utilizzarli nella testimonianza evangelica: si pensi soltanto al fatto che Giorgio era già su internet, quando noi, suoi studenti, cominciavo appena a scrivere con il computer, senza neanche lontanamente comprenderne le possibili applicazioni nell’ambito dell’evangelizzazione. Era anche un professore, non solo quando lo fu di fatto presso la Facoltà, dove ha insegnato teologia pratica, ma un po’ in tutta la sua carriera, grazie alla sua capacità di divulgare, di comunicare al grande pubblico le novità della ricerca: quanti nuovi credenti hanno letto i suoi libri che introducono alla Bibbia, alla fede, alla storia dei protestanti…
Certo, sovente è stato contestato, e di questo era contento: la grandezza di un maestro non sta soltanto nel contenuto del suo insegnamento, ma anche nella capacità di stimolare tante persone a varcare nuove frontiere. Neppure la vecchiaia e la malattia lo hanno fermato: quando ho visto Giorgio l’ultima volta, agli inizi dell’estate, mi parlava del suo desiderio di scrivere ancora su Riforma, perché aveva qualche cosa da dire sulla questione dell’evoluzione… Non si fermava mai; come ha detto un collega, non ha mai smesso di pensare.
Per ricordare una persona così, oggi ho scelto questo passo che forse vi potrà apparire un po’ strano: come mai una parola biblica di commiato e di congedo dalla vita, per una persona così piena di voglia di vivere? Io credo che proprio nella profonda voglia di vivere ed agire di Giorgio si debbano cercare il senso ed il valore della coscienza della fine della vita, ed il suo riconoscimento in senso positivo.
Tu ora lasci andare il tuo servo… così prega Simeone nel racconto di Luca che abbiamo letto insieme quest’oggi. Una frase che contiene due parole indicanti un vincolo (“lasciar andare” e “servo”), le quali ci riconducono ad una grande verità, valida per ogni credente, ad un fatto che traspare chiaramente anche dalla vita e dall’opera di Giorgio: ogni grande personalità cristiana trae ispirazione da una parola che Dio ci rivolge e dalla quale nasce una storia nuova, una vera e propria passione. Noi cristiani crediamo che questa relazione con Dio, con il creatore dei cieli e della terra, costruisca un dialogo fondamentale con qualche cosa di più grande di noi, collocando la fragilità della nostra esistenza in un contesto più ampio e riempiendola, così, di senso. La parola che riceviamo suscita un profondo amore, una passione vincolante, quasi imprigionante, tanto che alla fine della sua vita, quando vede definitivamente compiuta la promessa di Dio, Simeone esclama: Tu lasci andare il tuo servo! Egli sa di aver ricevuto una promessa, e che questa ha dato fin dall’inizio un senso nuovo alla sua vita; ora che essa si è realizzata, la sua esistenza terrena può anche finire. Proprio questa fiducia nel grande progetto di Dio e nelle sue promesse muove uomini e donne della statura di Giorgio nella loro esistenza così ricca e arricchente.
Simeone, poi, si riconosce come servo. A noi questo termine oggi non piace, ma qui serve molto bene a sottolineare la forza del nostro rapporto personale con Dio: è un amore che ci lascia asserviti, permettendoci così di prendere coscienza del nostro posto davanti a Lui. Pur con tutta la libertà che il Signore ci concede e ci dona, noi restiamo a sua disposizione, e non il contrario. Giorgio ci ha dimostrato, lungo tutto l’arco della sua esistenza, quanto arricchente e liberante sia questo servizio. Adoperarsi per una causa giusta non può che emanciparci da tutti i vincoli e dalle le frustrazioni che viviamo nell’essere asserviti a cause fasulle oppure a noi stessi. Chi crede di rimanere libero avviluppandosi intorno a sé, in realtà rimane schiavo di una vita soffocata: uccide la creatività, l’amore, la passione, la fantasia, la curiosità… Solo chi sa aprire la sua esistenza al grande spazio dell’amore di Dio è veramente libero di esprimersi valorizzando tutti i suoi doni e le sue qualità.
A questo punto sorge una domanda: perché Simeone chiede al suo Signore di lasciarlo andare in pace proprio ora che ha visto l’edempimento della sua promessa? Non è adesso che tutto inizia? La risposta è chiaramente negativa: è l’esistenza di Simeone alla luce della fede nella promessa ad essere l’elemento fondamentale. La conferma finale è quasi superflua: Simeone la conosceva già per fede, essa serve piuttosto al lettore, per avere una conferma che quel bambino è straordinario. Proprio nel momento in cui il percorso di una vita di testimonianza e di affetti si è completato, Simeone rende la sua ultima testimonianza su Gesù e può accettare che i suoi giorni abbiano termine. Giorgio, ugualmente, ha vissuto intensamente, la sua voglia di vivere non è mai venuta meno e proprio qui sta il punto: chi ha veramente vissuto può anche capire che il tempo è giunto e che è ora di chiedere al Signore di lasciarlo andare nella pace. Giorgio ha fatto tutto quello che ha compreso come sua vocazione: ha scritto, insegnato, pubblicato; ha avuto delle figlie e dei nipoti che ha amato; ha avuto una superba compagna di vita e di azione, Maria. Nella pienezza della sua vita, dunque, l’ha potuta lasciare con serenità.
Tu lasci il tuo servo andare in pace è, dunque, un modo per dire: – Ho visto la Tua gloria, ho sperimentato il Tuo amore, ho reso la mia testimonianza. Ora riconosco che il momento di tornare alla pace è giunto. – Dopo una vita di impegno e di lotta, è giunto il tempo del riposo. Noi non sappiamo che cosa accada di noi al momento della morte. Possiamo dire le cose più belle e le cose più terribili su di essa. Possiamo lasciarci trascinare dalla tragicità del nulla, e lasciare che la vita si svuoti del suo significato; oppure possiamo affidarci alla divina promessa di vita eterna e farci arricchire da essa. Io vorrei che oggi fosse proprio la parola pace ad esserci da guida fedele nell’affrontare la morte di una persona amata, stimata, onorata: giorno per giorno viviamo la vocazione alla vita che abbiamo da Lui ricevuto, e questo dà un senso pieno ad ogni nostro giorno. Quotidianamente amiamo, lavoriamo, lottiamo. Ma poi giunge la fine, e se la vita è stata veramente vissuta, possiamo trovare quella pace che Giorgio ha sperimentato e ci ha mostrato insieme a sua moglie Maria. Noi riceviamo questa testimonianza e, con spirito di gratitudine e di amore, affidiamo questo nostro fratello al suo meritato riposo, alla pace ultima che viene da Dio.
Amen

Eric Noffke

Roma, mercoledì 24 agosto 2011, Chiesa metodista Via XX Settembre – Funerale di Giorgio Girardet

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