Il pane della vita

Predicazione di Andrea Panerini su Giovanni 6,30-35 

Cari fratelli e care sorelle,
come sono sempre sospettosi e scettici questi discepoli di Gesù! E’ la folla che lo ha cercato, che vuole seguirlo ma allo stesso tempo non si accontenta degli straordinari “numeri” che questo predicatore itinerante gli ha appena fatto vedere. In effetti, un conto è vedere alcuni fatti straordinari con lo stesso atteggiamento di quando andiamo a teatro o al circo, ma qui Gesù chiede di avere fede, di rimettere in gioco la propria vita, le proprie convinzioni, le proprie sicurezze. I discepoli, la folla, chi assiste a questo discorso, tutti aspettano e continuano a sognare un pane che cadrà loro dal cielo senza rendersi conto della realtà di Gesù in mezzo a loro, del Regno che viene. Gesù non dà qualcosa, ma offre se stesso. Questo nella materialità del mondo, ieri, oggi e credo anche domani, non è concepibile: il popolo vuole panem et circenses, vuole un condottiero militare che liberi Israele dall’oppressione romana, vuole un demagogo che lo faccia sognare con promesse mirabolanti. Che se ne fa di questo galileo che offre il suo misterioso pane, che offre se stesso per il nutrimento spirituale di tutti? L’incomprensione dell’uditorio nei confronti di questo discorso è palpabile e in questo possiamo dire che il mondo ha rifiutato il pane che Gesù gli offre e rifiutandolo ha negato la sovranità del Padre. Tuttavia chi ha ascoltato ed è stato toccato dalla Grazia persevera ancora oggi, pur indegnamente, nel discepolato.
Quale miracolo fai, dunque, affinché lo vediamo e ti crediamo? Nello stesso capitolo del Vangelo di Giovanni siamo di fronte a una moltiplicazioni di pani e di pesci per la moltitudine che si è assiepata sulle sponde del lago di Tiberiade e lo stesso Gesù cammina sulle acque del lago. Sono i “numeri” di cui prima parlavo: Giovanni tuttavia non parla di miracoli ma di segni. I miracoli sono degli accadimenti che sfuggono alla comprensione immediata dell’uomo ed eccitano la sua impressionabilità. In Palestina, nel corso del primo secolo, numerosi erano i predicatori, gli stregoni e i ciarlatani che, con vari mezzi e approfittando anche dell’ignoranza delle masse, compivano questi miracoli che, di per sé, non rappresentano certo una rivelazione divina. Giovanni parla di segni (σημείον) che in greco rimanda ad una idea di fertilità, di un qualcosa che lascia traccia di sé. Ecco Gesù non compie, nei quattro vangeli, degli atti straordinari per farci vedere quanto è bravo o quanto Lui è in comunione con Dio. Li compie per lanciare dei semi che dovranno fruttare nel deserto arido del mondo che lo circonda. Mentre la maggior parte di coloro che guardano questi segni miracolosi vedono solo l’aspetto spettacolare, in una minoranza il seme trova il terreno per attecchire e germogliare col tempo.
Or la Pasqua, la Festa dei Giudei, è vicina è scritto all’inizio di questo capitolo (v.4): è la seconda Pasqua nel racconto di Giovanni e non ha come cornice il Tempio di Gerusalemme ma un paese poco importante del nord della Galilea, regione già di suo abbastanza periferica sia per la religione giudaica che per gli occupanti romani. Siamo a Capernaum, nella sinagoga. Il discorso di Gesù, di cui abbiamo appena letto una parte, è verosimilmente una haggadah pasquale, una grande narrazione che gli ebrei ancora oggi fanno durante la celebrazione del seder, la cena pasquale. Questi racconti servivano per trasmettere oralmente la conoscenza degli accadimenti pasquali di generazione in generazione. Infatti i discepoli rievocano l’episodio della manna dal cielo (Es. 16,16-18) a partire dal salmo 78: è una omelia di tipo rabbinico che, se leggete tutto il capitolo, parte dalla Torah, cita un salmo e conclude il proprio percorso con un riferimento ai profeti (in questo caso Geremia).
Signore dacci sempre di questo pane. Che cos’è questo pane che dà la vita? Il pane di vita, che dà la vita nel linguaggio giovanneo è in primo luogo la Parola di Dio. Nel capitolo 4 potete leggere dei fiumi d’acqua viva e l’acqua viva è certamente la rivelazione del Cristo che fluisce nell’uomo. All’interno dell’Antico Testamento esistono molti simboli letterari per parlare della Parola di Dio. Uno che ritengo significativo è preso dal libro del profeta Amos (8,11-13): «Ecco, vengono i giorni», dice il Signore, DIO, «in cui io manderò la fame nel paese, non fame di pane o sete d’acqua, ma la fame e la sete di ascoltare la parola del SIGNORE. Allora, vagando da un mare all’altro, dal settentrione al levante, correranno qua e là in cerca della parola del SIGNORE, ma non la troveranno. Quel giorno, le belle ragazze e i giovani verranno meno per la sete.»
Ecco, in questo suo sermone pasquale Gesù ci dice: Io sarò sempre presente in mezzo a voi attraverso la mia Parola. E nel simbolo del pane, che anche oggi qui tra poco spezzeremo, c’è tutta l’essenza dell’Eucarestia, della Cena del Signore. Quel pane non solo è simbolo della nostra comunione con il corpo di Cristo, morto in croce per noi, ma è anche un rendere grazie (eucharistesas) alla Parola di Dio che ci fortifica, ci permette di riunirsi come fratelli e sorelle in Cristo ed è essenziale alla nostra vita. Da sempre gli esegeti hanno discusso sul perché Giovanni non riporta nulla sull’ultima Cena e al suo posto ci narra questo discorso dopo i due segni sul lago di Tiberiade. Di sicuro l’autore del Vangelo non voleva mettere in discussione la celebrazione euristica, almeno nella forma conosciuta alla fine del primo secolo, ma rimarcare quale è il centro del sacramento stesso: nella Santa Cena è in gioco l’incontro personale con Gesù e quindi è in gioco l’incontro dell’uomo con l’altro uomo nell’amore di Dio. Per questo motivo la Santa Cena è celebrata collettivamente e, si spera, fraternamente nonostante i nostri personali approcci al Signore. Essa è segno della comunione della Chiesa nel pane d’amore donatoci da Cristo per mezzo della sua Croce. E’ invece possibile che l’Evangelista voglia invece impedire una falsa comprensione dell’Eucarestia, una magia ad opera di una casta sacerdotale ed è questo uno dei maggiori argomenti che, purtroppo, ancora oggi ci divide dai fratelli cattolici.
Io sono il pane della vita. La fede placa la sete, il rapporto personale con Gesù quieta la fame. La sete è il desiderio di vita, è quell’istinto che ci permette di andare avanti, un giorno dopo l’altro nonostante le avversità e lo scoraggiamento. La fame rimanda al sentimento di essere poco realizzati. Quante volte nelle nostre esistenze ci sentiamo insoddisfatti della nostra vita, non realizzati nella scuola o nel lavoro, come se i nostri giorni avessero poco senso? L’uomo è perennemente prigioniero di questa sindrome, anche le persone che ci possono sembrare le più soddisfatte, almeno a livello materiale, hanno questo languore esistenziale. D’altronde non solo il benessere materiale rende felici: Non di pane soltanto vivrà l’uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio (Mt. 4,4). La fame, perciò, è in ultima analisi fame di un dono incondizionato, fame d’amore e di una Parola che libera e consola, non di beni effimeri e transitori. Se Gesù si auto-definisce come pane del cielo questo significa che Egli ci conduce – come è condotto Israele nell’Esodo – verso la libertà, verso la terra promessa in cui possiamo essere veramente noi stessi, affinché il rapporto con Lui ci possa dare la forza lungo il deserto della nostra vita. Il deserto. Il deserto della vita è lungo e accidentato e non possiamo che guardarlo con sgomento e terrore: dal giardino che il Signore ci aveva donato si è tramutato in una terra arida a causa delle nostre paure e delle nostre disubbidienze. Se ci guardiamo intorno, anche senza uscire dalle nostre chiese, che cosa vediamo? Rancori, maldicenze, parole al vento, ipocrisia e fariseismo sono sempre dentro le nostre comunità perché non ci lasciamo convertire fino in fondo dalla Parola di Dio. E tuttavia nella Cena del Signore la Chiesa, dopo tanti colpi bassi e proibiti, dopo tanti litigi, dopo tanto girare a vuoto, nella constatazione dell’inadeguatezza nel predicare l’Evangelo e nel testimoniare Cristo, si ritrova unita attorno al pane e al vino. Gesù è il cibo del credente, Gesù è la Parola che sostiene la Chiesa anche quando questa dà il peggio di sé.
Io sono (εγώ ειμι) dice il Cristo: in queste due parole c’è tutta la pienezza dell’essere di Dio e riecheggiano le parole pronunciate a Mosè: “Io sono colui che sono” (Es. 3,14). Questa pienezza è irraggiungibile da parte dell’uomo ma di fronte a questa manifestazione sovrana di Dio la nostra vita ci sembra ancora più vuota, ancora meno piena dell’essere e più concentrata sull’effimero avere, in beni materiali e in effimere soddisfazioni. Ma questo vuoto, che abbiamo dentro di noi, aspetta solo di essere riempito dal Signore. Con il suo pane, con il Cristo che è nostro nutrimento spirituale possiamo gettare alle spalle la disperazione e rigenerarci nella speranza e nella fiducia della venuta di nuovi cieli e di una nuova terra. Amen.

7 agosto 2011, Chiesa battista di Teatro Valle a Roma

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