Il Dio fedele

Predicazione di Andrea Panerini su Deuteronomio 7,6-12

Mi ha sempre fatto riflettere la parola “santo”. Nel linguaggio comune del nostro paese, che è a maggioranza cattolica, “santo” è quella persona che costituisce un esempio straordinario per il popolo dei credenti e che ha ricevuto una “chiamata” particolare in virtù della quale, dopo la morte e in virtù del suo presunto esempio di vita, si trasforma in intercessore presso la divinità e, se guardiamo alla religiosità popolare del nostro territorio, in una semi-divinità che opera miracoli talvolta molto grotteschi. Molto spesso sono raffigurati in santini a volte di pregevole fattura artistica ma spesso in pose stereotipate dove non mancano gli sguardi estatici e gli abbellimenti retorici. Cari fratelli e care sorelle sarà forse per questo che ho sempre visto con molto sospetto questa parola e credo anche voi: non ci sono altri intercessori presso il Padre se non Gesù Cristo e non vi è davvero bisogno di altre divinità o surrogati pagani per placare l’ira divina. Questo riflesso antropologico e culturale rende più difficile entrare nella prospettiva di questo brano, ma noi dobbiamo scavare nella Scrittura affinché la Parola di Dio ci possa raggiungere e colpire con tutta la sua forza.
Popolo santo. La Nuova Riveduta traduce con “consacrato”, questo termine non è scorretto ma non rivela al lettore la vera potenza della parola. Nella versione greca dei LXX si parla di laoς agioς (laòs agios) ovvero “popolo separato”, separato dalla profanità e messo a parte da Dio: egli non è santo in se stesso, perché non ha intrinsecamente un valore assoluto. Solo Dio è “santo”, tutto il resto lo è per analogia, per riflesso: è solo il Signore che santifica. La santificazione si traduce in una messa a parte rispetto al mondo pagano. Il popolo d’Israele è una sua “proprietà personale” (cfr. Es. 19,5-6), un suo “tesoro particolare”, come traduce la Nuova Riveduta. Questa terminologia è presa dal linguaggio di corte nel Vicino Oriente antico, qualifica i beni che appartengono personalmente al sovrano (cfr. Eccl. 2,8) in opposizione all’erario statale. E’ Dio che ha scelto il suo popolo, se ne è “appropriato” sconfiggendo il Faraone (v. 8)
Perché il Signore ha scelto Israele? La risposta è semplice: perché lo ama e sempre lo ha amato. Un atto gratuito, incondizionato, irrazionale. L’Amore non ha motivazioni e chi, tra di voi, ha veramente amato un’altra persona, può sapere quanto possa essere folle e privo di spiegazioni. Se questo vale per gli esseri umani, tanto più è per l’Amore sconfinato di Dio verso il suo popolo. Questa dichiarazione d’Amore si inserisce in un contesto duro, di giustificazione degli stermini compiuti nei confronti dei popoli vicini, ma questo era il contesto storico in cui il testo è stato realizzato da mani d’uomo, in un momento di risentimento per l’occupazione babilonese, in una situazione dove era necessario una volta di più rimarcare la differenza d’Israele nei confronti dei popoli circostanti. Il deuteronomista mette nella bocca di Mosè, se leggete tutto il capitolo, un linguaggio molto lontano dal nostro ma anche da quello del Nuovo Testamento. Ma questo, che riguarda i mezzi con cui la rivelazione divina arriva a noi attraverso la Sacra Scrittura, non deve farci perdere di vista il centro del discorso: l’Amore che Dio prova per il suo popolo. L’autore usa la parola ebraica ‘aheb, una parola usuale per descrivere l’amore intenso, erotico, fisico, di una intensità sconvolgente. E’ un Dio che impazzisce di Amore per il suo popolo, è un’innamorato folle che tenta sempre di giustificare, redimere, santificare le sue creature.
Al versetto 7 viene annunciato un motivo centrale della teologia dell’Antico Testamento (ma anche del Nuovo) escludendo una possibile ragione razionale per l’elezione di Israele: il Signore non ha scelto un popolo numeroso, forte e potente. Egli si è invece legato per Amore al più piccolo di tutti, al meno influente, al più indifeso. Dio sceglie gli ultimi, i poveri, i miseri e manda sulla Croce suo Figlio come l’ultimo dei ladroni (cfr. 1Cor. 1,26-28): ama, però, anche i paradossi, ama il piccolo, ma non perché resti piccolo. L’Onnipotente guarda alla miserevole condizione del suo servo e in lui opera grandi cose. Oltre all’Amore vi è anche la Promessa: nella vocazione di Abramo il Signore ha fatto un giuramento per amore del Suo Nome: darà terra e prosperità al suo popolo. Io ho riconosciuto che non c’è nulla di meglio per loro del rallegrarsi e del procurarsi del benessere durante la loro vita, ma che se uno mangia, beve e gode del benessere in mezzo a tutto il suo lavoro, è un dono di Dio dice l’Ecclesiaste (3,12-13). Il Signore non ricerca mortificazioni e ascetismo settario nella condotta umana, Egli si compiace se l’uomo si rallegra nella Sua creazione e ama il suo prossimo. La sequela Christi si compie proprio in questo: rifiutando le lusinghe di una rinuncia aprioristica tipica della teologia medioevale, il credente pone la sua etica in mezzo al mondo avendo come Avversario non il piacere in quanto tale ma il goderlo senza Dio e con egoismo nei confronti degli altri.
Popolo santo. La santità del popolo d’Israele non è dovuta solo all’osservanza della Legge: certo il deuteronomista mette nella narrazione legale un’enfasi accentuata ma il punto focale è il fatto che Israele non si mescola al mondo pur essendone circondato, è nel mondo pur non appartenendovi. Viene subito in mente la preghiera sacerdotale di Gesù nel Vangelo di Giovanni: Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo (17,16). Il che non significa affatto rinchiudersi nelle comunità ma essere consapevoli che il mondo che ci circonda, come i popoli che erano intorno Israele, è pagano, idolatra, falso, ipocrita e corrotto. Gesù ci dice: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi (Mt. 10,16). Lo stare in mezzo al mondo pur non appartenendovi significa stare in mezzo ai predatori e ai seduttori: le seduzioni sono ben note e si chiamano ricchezza, fama, piacere egoistico, invidia, violenza e maldicenza. Il nostro stare in mezzo al mondo non deve essere acquiescente: deve denunciare con forza la potenza di questi seduttori per aprire le orecchie del maggior numero di persone all’Evangelo.
Come essere oggi un popolo “santo” per il Signore, come adempiere oggi la Sua Legge dato che il Suo patto in Cristo è stato allargato a tutta l’umanità? Innanzitutto ci mette sulla strada il Signore stesso nel libro del profeta Osea: Misericordia voglio, e non sacrifici (6,6). La lusinga del letteralismo, della religione delle opere senza compassione, contro cui lo stesso Gesù si è scagliato nel corso del suo ministero, è sempre in agguato ed è una reazione tipica ma disumana e non voluta da Dio al secolo infetto che ci circonda. Quello che è necessario capire in questo testo è, quindi, l’amore incondizionato e ingiustificato di Dio per il suo popolo. Incondizionato perché il Signore nella Legge non pone condizioni impossibili e al tempo stesso è pienamente consapevole della trasgressione continua e pervicace dell’uomo, della sua disubbidienza: tuttavia continua ad amarlo di un Amore che nessun essere umano può nemmeno immaginare, tanto che è, è stato e sarà sempre difficile per chiunque, per me, per i più illustri teologi o i padri della Chiesa anche solo pensare, narrare, predicare questo Amore che sfugge alla nostra comprensione e che, in ultima analisi, si sintetizza nella follia e nello scandalo della Croce di Gesù. Questo Amore è anche ingiustificato perché il Signore avrebbe tutti i motivi per abbandonare l’umanità a se stessa, nella sua tronfia presunzione, nel suo cinismo scandaloso, nella sua mancanza di misericordia.
Il mandato che ci dà il Signore è molto chiaro: proclamare che il Signore è l’unico Dio, il Dio fedele, che mantiene il suo patto e la sua bontà fino alla millesima generazione verso quelli che lo amano e osservano i suoi comandamenti (v. 9), un mandato che non ci permette di stare passivi nei nostri cenacoli ma ci impone di percorrere la terra proclamando l’Amore che Dio ha per l’umanità, percorrendo terre e mari, passando da folli, rinunciando a una parte di noi stessi, se necessario: «Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente» dice il Risorto nel Vangelo di Matteo (28,18-20). Questa è l’osservanza della legge di Mosè che Gesù è venuta a completare e a spiegare, questo è il gran comandamento: Tu amerai dunque il SIGNORE, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze. (Dt. 6,5) da cui ne consegue che amerai il prossimo tuo come te stesso (Lev. 19,18)
In questo, che sembra tanto facile, tuttavia noi ci disperiamo: siamo incapaci di amare Dio e di amare il nostro prossimo come Egli ci richiede nella sua misericordia e ci scoraggiamo disperando della Sua Grazia. Ma Lui ci soccorre perché la forza di amare non ci viene dal nostro interno: l’uomo, nel suo egoismo, è incapace di amare. Amiamo perché il Signore ci dà la forza di amare, amiamo perché il suo Amore infinito ci spinge a farlo. Come ci dice l’apostolo Paolo così anche voi fate conto di essere morti al peccato, ma viventi a Dio, in Cristo Gesù (Rm. 6,11). E come possiamo essere morti al peccato e rinati in Cristo se guardiamo sempre al nostro particolare e mai agli altri? Una risposta che mi ha colpito in maniera particolare mi è arrivata leggendo i Discorsi di Agostino: molti pagani hanno questi idoli abominevoli nei loro poderi, e ci entriamo forse noi per farli a pezzi? Noi cerchiamo, prima, di spezzare gli idoli nel loro cuore. Quando anch’essi saranno diventati cristiani, essi stessi ci inviteranno a compiere un’azione tanto buona o ci preverranno. Ciò che dobbiamo fare adesso è pregare per la loro conversione, non irritarci contro di loro.
La preghiera di conversione è la risposta, nella preghiera Dio ci ha forza e speranza, in essa possiamo spezzare gli idoli nel nostro cuore e tentare di convertire gli altri perché possano spezzare i loro mentre l’idolo principe di questo secolo è l’idea dell’autosufficienza dell’uomo nei confronti di Dio e del suo creato. Noi non siamo autosufficienti: siamo come neonati che hanno bisogno di attaccarsi alla mammella della madre per ricevere il nutrimento spirituale. In questa immagine di tenerezza e di totale abbandono sta la forza della fede, non nell’irritazione nei confronti di noi stessi né di coloro che non credono ma fiducia incondizionata nell’elezione che Dio ha preparato per noi. La sua Grazia irresistibile è più forte dei nostri idoli, dei nostri dubbi, delle nostre debolezze.
Signore, fa che possiamo davvero amarti, che possiamo accettare il Tuo Amore come un dono che alimenta la nostra vita e di cui davvero non possiamo fare a meno. Amen.

31 luglio 2011 – Chiesa metodista di Roma Via XX Settembre

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