“Trasformeranno le loro spade in vomeri d’aratro”

Predicazione di Andrea Panerini su Isaia 2,1-5

Cari fratelli e sorelle,
questa visione del profeta Isaia appartiene a quella che chiamiamo escatologia: ovvero il logos, i discorsi, il parlare sulle “cose ultime”, sulle realizzazioni del Signore che alla fine dei tempi si realizzeranno. Tuttavia vedremo che questa parola escatologia ci impegna qui ed ora nei confronti del mondo che ci circonda e in cui spesso non ci ritroviamo.
Immaginiamo l’autore che, ispirato dal Signore, dall’alto del colle che sovrasta il Tempio, osserva i pellegrini con le loro carovane nel giorno di festa, per esempio dell’autunnale festività delle Capanne (Lv. 23,36; Gv. 7,37). Essi arrivano da molteplici luoghi e convergono tutti verso il Tempio. La visione ne abbraccia un’altra: in lontananza, tra le colline che si susseguono, si eleva una montagna più alta, che sembra unire cielo e terra e le genti vogliono scalarla, convinte di incontrare là il Signore come maestro e guido verso i sentieri di pace. In questo “Sion ottiene di dissipare e annullare l’episodio di Babele (…) Contro una torre superba, il monte della presenza divina, contro le lingue confuse, una Parola di Dio che tutti intendono e accettano, contro la dispersione, la riunione. Il sogno del profeta comincia a compiersi a Pentecoste, come confluire di popoli diversi che comprendono le nuove lingue dello Spirito”. (L. Alonso Schokel)
Il riferimento al colle e al Tempio include il loro superamento: in prospettiva c’è il monte da cui Gesù consegna il mandato missionario a tutte le genti (Mt. 28,16-20) e alla fine dei tempi, il nuovo monte di Dio. Egli mi trasportò in spirito su una grande e alta montagna, e mi mostrò la santa città, Gerusalemme, che scendeva dal cielo da presso Dio (…) Nella città non vidi alcun tempio, perché il Signore, Dio onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. (Ap. 21,10.22)
L’obbiettivo del pellegrinaggio diventa concreto: l’uomo è invitato a prendere sempre più coscienza del poter ritrovare se stesso inserendosi nelle vie di Dio, cioè nel Suo agire nella storia. Il profeta si aspetta che il monte del Tempio divenga effettivamente il più alto e che sia infine rivelato al mondo intero che qui si trova il santuario dell’unico vero Signore del cielo e della terra. Di fronte alla grandiosa trasformazione di tutta la terra l’intero mondo della nazioni stupirà e non avrà più bisogno di esortazioni. Comprenderà il linguaggio di Dio nella natura, con la quale Egli ha resto nota la propria divinità e che è il centro del mondo: ciò induce il profeta è a includere tutti i popoli nella Promessa del Dio d’Israele.
Il nostro passo esorta alla rinuncia alle armi e alla loro trasformazione in strumenti pacifici di lavoro (vomeri e falci): l’usco della forza è direttamente contrario alla confidenza in Dio. L’adagio, anche oggi usato, “se vuoi la pace, prepara la guerra” è gravemente contrario all’etica cristiana. Già, mi direte, sono belle parole ma non è così facile trasformare le spade in vomeri e le lance in falci. Belle parole ma utopistiche, irrealizzabili, noi abbiamo sempre un nemico da cui dovremo difenderci.
Modello di ogni programma di pace e di comunione resta sempre Cristo che ha riconciliato tutti con Dio in un solo corpo per mezzo della croce: Lui, infatti, è la nostra pace; lui che dei due popoli ne ha fatto uno solo e ha abbattuto il muro di separazione abolendo nel suo corpo terreno la causa dell’inimicizia (Ef. 2,14)
La Scrittura non è affatto equidistanza tra la guerra e la pace: seppur sia vero che in alcuni libri storici dell’Antico Testamento vi siano giustificazioni di guerre per l’espansione di Israele, tutta la Scrittura e non solo il Nuovo Testamento, propende in maniera netta ed inequivocabile per la pace e la concordia tra i popoli e le nazioni. Le chiese cristiane hanno per molti secoli tradito la Parola di Dio giustificando le guerre “giuste” e in questo, per esempio, i nostri fratelli quaccheri possono darci più di un esempio di coerenza nei confronti dell’Evangelo con il loro rifiuto di usare le armi anche a costo della loro vita, pur essendo perseguitati e messi in prigione, nel migliore dei casi, per questa loro coerenza. Nell’antichità le operazioni belliche erano indiscriminate e non esisteva un vero e proprio diritto internazionale, la bontà della guerra consisteva nel fatto che l’aveva intrapresa il tuo popolo. Fu Agostino ad introdurre il concetto di “guerra giusta” che era una limitazione della precedente impostazione ma che possiamo vedere, oggi, alla luce dell’Evangelo, come insufficiente e lontana dall’ideale che dovremmo conseguire. Sì, perché è necessario essere utopisti in questo mondo materialista e superficiale per cercare di fare penetrare i raggi di Cristo nel cuore degli uomini e delle donne di questa generazione. Noi dobbiamo desiderare la pace? Che cos’è, però, la pace? La pace non è la semplice assenza della guerra (anche perché di guerre sotterranee di classe, di nazionalità, di discriminazioni ne possiamo vedere ogni giorno anche nel nostro paese). La pace è opera della giustizia: non della nostra giustizia, ma di quella del Signore. La pace universale presuppone il riconoscimento universale di Dio e la sottomissione al Suo giudizio. Quando questo accadrà, l’umanità potrà pensare di distruggere tutti i suoi armamenti senza che questo la metta in pericolo. Noi dobbiamo avere la speranza che questo, un giorno, potrà accadere, altrimenti non abbiamo più nemmeno la speranza nell’opera e nella bontà di Dio stesso. Dobbiamo anche avere, pur immersi nel peccato, la consapevolezza che la Parola che libera è quella di Gesù: «Voi avete udito che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico: non contrastate il malvagio; anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra» (Mt. 5,38-39) Rispondere all’offesa del malvagio con l’amore condizionato che ci è dato dalla croce di Cristo: questa è la nostra salvezza e la via per la pace!
La salvezza non sta in alternativa alla catastrofe, non è la sorte fortunata che consente ad alcuni di scampare la catastrofe. Non è così che vanno le cose: la salvezza è l’opera di Dio che si realizza in continuità con la sua irrevocabile scelta d’amore. Essa si realizza all’interno della catastrofe nella quale siamo coinvolti, quella catastrofe nella quale precipitiamo e della quale siamo responsabili. Guerra, carestia, disperazione, inimicizia: è la catastrofe alla quale non possiamo più sfuggire, vi siamo già dentro. Ma è proprio nel cuore della catastrofe – trasformando dall’interno del dramma della nostra storia sbagliata – che il Santo, l’Eterno realizza le sue intenzioni perché Egli è fedele e avanza verso di noi e seguendo la sua Parola potremo davvero trasformare le spade in vomeri e le lance in falci. Mi viene in mente una bellissima immagine – che qualcuno potrà definire subito utopista e in effetti lo era – del romanzo Cristianopolis di Johannes Valentinus Andreae (1586-1654): siamo nel 1619, all’inizio di quella guerra che sarà la più disastrosa per l’Europa prima delle due guerre mondiali, ovvero la guerra dei Trent’anni. Eppure Andreae immagina la città cristiana senza armi e senza violenza: le armi sono impolverate dentro un museo per ammonire chi volesse farne ricorso. Ecco, è in questa utopia che noi cristiani dobbiamo ritrovarci. Signore dacci la tua pace e permetti alla tua giustizia di regnare su questa terra martoriata. Amen.

14 luglio 2011 – Chiesa metodista di Roma Via XX Settembre

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