Perché un testo biblico?

Continua la nuova rubrica “Predicare” in cui il pastore Bruno Rostagno ci conduce per i meandri dell’omiletica, della predicazione cristiana, concedendoci in esclusiva di ripubblicare (ampliati ed aggiornati) i capitoli del suo volume “La fede nasce dall’ascolto: guida per la predicazione”, Claudiana, 1984. Questo è il capitolo 1.2

Il predicatore o la predicatrice sa che domenica dovrà presiedere un culto. Non è pastore, non deve predicare ogni domenica; predica però abbastanza regolarmente, e lo fa con gioia. Predicare infatti è difficile, ma dà gioia. Non certo perché sia un’occasione per mettersi in mostra, per provare l’emozione di stare più in alto degli altri. Predicare è una gioia perché, fin dal momento dello studio del testo, si riceve moltissimo: la fede è arricchita e fortificata, e non c’è niente di più bello che poter trasmettere a sorelle e fratelli la forza, la convinzione, la conoscenza che il testo ci comunica. Poter predicare è una grazia di cui non saremo mai abbastanza riconoscenti.
Dunque il predicatore o la predicatrice si accinge con gioia a preparare il culto e il sermone. Può darsi che abbia già in mente qualche idea, una riflessione fatta durante la settimana, un messaggio che gli o le sembra importante comunicare. La tentazione è però di affrettarsi a sviluppare le proprie idee iniziali, cercando solo alla fine dell’elaborazione un testo biblico che serva di appoggio. Ma la predicazione non è l’esposizione dei nostri pensieri, che certamente riteniamo interessanti: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie, dice il Signore» (Isaia 55,8). La predicazione non ha lo scopo di esibire ciò che sappiamo; è un lavoro umile, in cui si tratta di servire la parola di Dio. È un discorso spirituale, nel senso preciso del termine: un discorso mosso dallo Spirito, generato dall’opera salutare di Dio che culmina in Gesù Cristo, quell’opera che è il contenuto dell’evangelo e che possiamo comprendere solo ascoltando attentamente la Bibbia.
Se sviluppasse le proprie idee, e quelle soltanto, il predicatore rimarrebbe solo con se stesso, lasciando la comunità sola con se stessa o rendendola dipendente dalla propria abilità. Il testo biblico si trova invece di fronte al predicatore o alla predicatrice, gli o le ricorda così che la parola di Dio non è in suo possesso, non è identica alle sue idee, ma gli/le viene donata. La parola dev’essere innanzitutto ricevuta, sia da chi predica, sia dalla comunità a cui viene annunciata. Chi predica è il primo a riconoscere i propri limiti, ma procede con fede nel suo tentativo di comprendere e trasmettere in modo attuale la parola, contando sulla fedeltà di Dio: «Abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché questa grande potenza sia attribuita a Dio e non a noi» (II Corinzi 4,7).
Ma non sarebbe lo stesso partire da un bel testo letterario, dal pensiero di un teologo o di un filosofo, dall’osservazione di uno scienziato, da un brano poetico, da parole particolarmente significative di una canzone? No, non sarebbe lo stesso. Penetranti o commoventi, questi testi sono un’illustrazione della predicazione, non ne sono l’origine.
La Bibbia ci parla di fatti in cui Dio interviene mettendo in moto una storia; la storia attraverso cui si deve riconoscere il suo amore, la sua volontà di creare un essere umano nuovo e un mondo nuovo. In questa storia si verificano delle situazioni fondamentali, che continuano a essere le nostre, anche se le società cambiano e le culture si trasformano. La battaglia del profeta Elia contro l’idolatria rimane attuale anche per noi, pur se l’idolatria assume oggi forme diverse. La battaglia dell’apostolo Paolo contro il legalismo rimane valida, anche se si tratta di scoprire quale legalismo attenti oggi alla libertà dell’essere umano. Che cosa ha reso possibile la battaglia di Elia, la battaglia di Paolo? Un intervento di Dio che ha dimostrato la vanità degli idoli e l’infondatezza di un atteggiamento che pretende di raggiungere la giustizia mediante il legalismo. L’intervento di Dio culmina nell’azione di Gesù, che accoglie l’essere umano con la sua disperazione, con il peccato che lo aliena da Dio, da se stesso, dal prossimo, per liberarlo e rimetterlo in piedi; grazie a questo intervento, l’essere umano diventa libero di vivere per Dio e per il prossimo, trovando così il senso della propria vita.
Ora, tutto questo è di una novità tale, che nessuna trasformazione storica, nessuna rivoluzione può pretendere di superarlo o di poterne fare a meno. Per quanto avanzati crediamo di essere, Gesù sarà sempre più avanti di noi.
Ecco perché il testo biblico, che ci conduce a scoprire la novità di Gesù, è all’origine della predicazione. Rinasciamo alla fede ogni volta che un testo biblico ci si apre nella sua carica vitale. Non cerchiamo un testo biblico perché ci serva da illustrazione per ciò che abbiamo da dire; è il testo biblico ad avere il messaggio decisivo, e ci spinge a dirlo con parole nostre. Il sermone è un discorso personale e attuale; ma, nella sua essenza, è una spiegazione del testo biblico. Ha raggiunto il suo scopo quando il testo ha interpellato chi ascolta.

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Un pensiero su “Perché un testo biblico?

  1. Caro pastore,

    predico nel II e nel III circuito delle nostre chiese da un anno e mezzo. Sono iscritto al corso di laurea SBT della nostra Facoltà (indirizzo biblico) e sono negli elenchi dei PL con lo status di “candidato” in attesa di ultimare l’iter formativo.

    A tutti i neofiti come me mi permetto di ricordare il volume usato in questi ultimi anni dal prof. Ermanno Genre come testo-base per il corso di Omiletica del corso di laurea SBT: “Predicare. L’arte di annunciare la Parola oggi”, ediz. Ancora, Milano 1997 (l’originale è del 1985). Craddock, teologo statunitense cattolico, offre numerosi spunti di riflessione e pratici.

    In generale, come arrivato da ultimo io avverto la modestia della riflessione italiana recente sull’omiletica, forse a causa del contesto religioso nostrano.

    Per quanto mi riguarda, non nego di essere oggi influenzato da letture come quella di Thomas Groome “Sharing Faith” (1991) o di David Buttrick “Homiletic” (1987).

    Grazie per questa bella iniziativa ed un fraterno saluto.

    Giuseppe Stilo
    Pinerolo (TO)

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