“Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!”

Predicazione tenuta da Andrea Panerini su Luca 23,33-43

Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!”. Cari fratelli e care sorelle, non è forse questo l’interrogativo che segretamente ci poniamo ogni volta che leggiamo la passione di Gesù e la sua  orribile morte? Anche a noi spesso, nei dolori e nelle gioie della nostra quotidianità, sembra una fine ingloriosa, terribile e gratuita. Dio non avrebbe potuto rivelarsi al mondo in maniera più spettacolare e incruenta? A parte l’ovvia obiezione di come l’uomo possa sindacare l’azione di Dio, mi appare significativa la risposta che dà Karl Barth nel suo scritto “L’umanità di Dio”: Dio è stato l’uomo reale, dal cui cammino avevamo deviato. Dio stesso ha con ciò pronunciato la parola di perdono, la parola del nuovo comandamento, la parola della resurrezione della carne e della vita eterna. Essendo Dio l’uomo “reale” egli ha assunto su di sé anche la realtà del dolore e della morte causata dalla disobbedienza dell’uomo stessa nella caduta della creazione descritta in Genesi 3.
Su questo ritorneremo, ma fissiamo un primo punto: l’umanità perduta è stata fortemente amata da Dio e da questo è derivata la croce, una croce che nella nostra limitata comprensione non poteva essere evitata dato che il Signore ha voluto prendere tutto della condizione umana, in primo luogo – lo voglio ripetere – il dolore e la morte, segno della limitatezza umana.


In Luca non vi sono molti dettagli della crocifissione: l’autore, probabilmente, presuppone come noto l’avvenimento già raccontato da molti altri scritti (in parte pervenuteci e in parte perduti) e dalla tradizione orale. Nella sua narrazione egli fa concentrare il lettore sui tre personaggi appesi alla croce e non su ciò che avviene intorno: il popolo è muto, osserva da lontano, incapace di approvare o disapprovare quell’esecuzione che è riportata con poche frasi asciutte e laconiche senza indulgere in particolare doloristici e macabri, anche se essa è dolorosissima. Non è quindi al Vangelo di Luca che Mel Gibson si è ispirato per le scene francamente eccessive e morbose della sua “La passione di Cristo”. Peraltro bisogna sempre pensare che questi eccessi sono assenti, pur con modalità differenti, in tutti e quattro i vangeli canonici, più interessati a dare una loro interpretazione teologica e catechetica della passione che non indulgere in certi dettagli.
Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!” La croce è qui una esaltazione di Cristo nella sua gloria: tre volte è staro deriso con l’espressione “salva te stesso”. Ora Gesù salva effettivamente qualcuno (il ladrone pentito) e il fatto che il salvato sia un criminale che sta morendo sul patibolo “è del tutto congeniale alle tipologie di persone benedette da Gesù nel corso del suo ministero” (Craddock), è il Gesù che “sconfina” ancora una volta prendendo su di sé la sorte degli ultimi, degli oppressi, degli impresentabili. Nell’ora della sua morte Gesù continua il suo ministero poiché “il Figlio dell’uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto” (19,10) Il significato salvifico di questa morte risplende nell’immagine del giusto che non ha nessuna colpa (al contrario dei ladroni ai suoi lati) ma assume su di sé la colpa degli altri.
Il primo ladrone non solo lo insulta, il suo insulto è blasfemo (come si capisce dalla radice del verbo greco che Luca utilizza, blasfemein  [blasfemein]): quest’uomo è uno dei tanti che riversano su Gesù la loro rabbia feroce e insensata. L’espressione “se sei il Cristo” richiama l’episodio delle tentazioni (4,3-9) in cui Satana si rivolge a Gesù, ma è questa sulla croce l’ultima tentazione per il Cristo prima di concludere il suo passaggio dentro questo mondo: la tentazione finale alle lusinghe della logica perversa di questo mondo, si potrebbe dire. Quale miracolo più spettacolare si potrebbe immaginare di un crocifisso che, nuovo Ercole o nuovo Davide, scende dalla croce e si proclama il re d’Israele spazzando via i suoi avversari? Ma non è questa la logica in cui si muove Dio che in Gesù Cristo “umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce.” (Fil. 2,8)
La conversione del secondo ladrone (che è riportata solo in Luca) è un appello chiaro al fatto che non è mai troppo tardi per convertirsi, è un richiamo dell’autore del Vangelo alla sua comunità affinché non si smarrisca nelle pesanti prove che essa deve affrontare. Il ladrone che si converte si rivolge a Gesù con una supplica del salterio ebraico (Sl. 106,4), “o Signore, ricordati di me”, una preghiera che gli ebrei devoti utilizzavano in punto di morte: nella Scrittura ebraica la salvezza arriva quando il Signore si ricorda del suo servo. Egli ha trovato la via della fede: finalmente riconosce in Gesù il Messia che ora raggiunge il suo Regno.  E’ una via che sembra facile ma che è la più difficile: significa che, nel mezzo del dolore e del nostro peccato, ci affidiamo completamente nelle braccia di Dio e confidiamo nella Sua misericordia. Riflettiamo insieme: quanto nelle nostre chiese, nelle nostre comunità, nella nostra famiglia c’è questo abbandono alla fiducia verso la sollecitudine divina? Penso che sia più facile avere un atteggiamento attendista o di aperta sfida verso il Signore. “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!” è la frase che ripetiamo in continuazione e ci autogiustifichiamo dicendo che è una invocazione in cui si chiede la salvezza mentre in realtà è la nostra arroganza che parla: di croci sentiamo solo quelle che portiamo noi sulle nostre spalle e non guardiamo mai quelle che sono costretti a portare gli altri. Cerchiamo Dio solo nel momento del bisogno, quando il nostro dolore ci appare insopportabile, ma raramente lo invochiamo per un ringraziamento o per intercedere per gli altri. La nostra natura razionale ci porta a diffidare di un Dio che si fa debole e che si fa crocifiggere donandosi gratuitamente: ci solletica molto di più l’illusione di una divinità tremenda, vendicativa, potente, con le saette in mano e gli errori che si possono studiare nella storia del cristianesimo sono lì a testimoniarci questa deformazione dell’immagine del Signore nelle nostre menti e nei nostri cuori.
La croce… questo strumento di tortura e di morte tremendo è il simbolo della nostra religione. La croce, perché “noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo, e per gli stranieri pazzia” (1 Cor. 1,23) come afferma l’apostolo Paolo. La croce è uno scandalo anche per noi perché,  ci mette di fronte alla nudità del nostro peccato e della nostra infedeltà nei confronti di Dio. La croce è pazzia perché sfida tutte le nostre convinzioni materialiste: se il fondamento dell’etica cristiana è la croce nulla ci può separare in modo più netto dalla mentalità di questo mondo. In questa accezione la croce ci condanna senza appello: dopo il sacrificio di Cristo siamo ancora più piccoli e insignificanti. Ma la croce non significa il giudizio di Dio su Israele né l’esclusione dalla salvezza ma anzi avanza un tempo nuovo di misericordia e di perdono. Il verbo “salvare” è ripetuto molte volte in questo capitolo del Vangelo ma ci si riferisce a un diverso tipo di salvezza, quella che viene chiesta a Gesù rispetto a quella che egli realizza. La morte di Gesù diventa puro presente e ci da la certezza, solo nella fede, di entrare con lui nella gloria di Dio in quanto confidiamo, indegnamente nella sua Grazia e nel suo Amore.
Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!” I discepoli sono smarriti, sembra non ci sia nessuna salvezza, sembra la fine di tutte le illusioni: nel racconto di Emmaus lo stesso Luca descrive l’amarezza di chi ha seguito Gesù: “noi speravamo che fosse lui che avrebbe liberato Israele” (24,21). In base alle loro tradizioni religiose, i discepoli non erano preparati a questa morte, un Messia che soffre e muore per la salvezza del mondo non è previsto né dall’Antico Testamento né dall’attesa ebraica a loro contemporanea. Agli occhi degli osservanti chiunque “è appeso al legno” era considerato maledetto da Dio (Dt. 21,23; Gal. 3,13) anche se non è chiaro se si parla di crocifissione o impiccagione. Ma, in ogni caso, nel mondo romano e del vicino oriente la croce era la fine riservata agli schiavi, agli innominabili, agli intoccabili, a coloro che nemmeno erano degni di essere considerati persone, è una esecuzione non solo crudele ma anche vergognosa e i cittadini romani ne erano esentati: lo stesso Paolo, secondo la tradizione, è decapitato e non crocifisso. Tutto ciò ci porterebbe a ritenere che la croce sia un simbolo di morte che solo l’evento miracoloso e irrazionale della Pasqua trasforma in qualcos’altro. “La croce diviene l’albero della vita” afferma Elisabeth Moltmann-Wendel in un bel libro sulla “Passione per Dio”. Nella croce c’è già l’albero rigoglioso e lussureggiante che preannuncia l’evento pasquale, anche se nessuno riesce a vederlo e la stessa creazione geme ed è in travaglio per la sofferenza del suo Signore.
E’ la morte di Gesù l’evento salvifico: la Resurrezione è il fatto in base al quale noi riconosciamo che la sua morte è evento di salvezza. Pasqua dimostra il “sì” di Dio di fronte a questa morte che si addossa il grido sofferente di una umanità sconvolta, il “sì” di Dio che si prende tutte le nostre colpe e riassume in sé tutte le morti.
Signore aiutaci a comprendere che la Tua croce ci interpella direttamente, che il Tuo amore per noi parte e si completa nella morte di Gesù Cristo, agnello per l’espiazione del nostro peccato. Amen.

Andrea Panerini, 22 aprile 2001, Culto del Venerdì Santo, Chiesa metodista Roma

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