Il valore di “una vita intera”

Predicazione tenuta da Eric Noffke su Marco 12,41-44

Care sorelle e cari fratelli,
Gesù si pone davanti alla cassa per le offerte del tempio e osserva, come colui che si prepara ad un giudizio, le azioni degli uomini e delle donne. Osserva e vede quel che essi fanno: come si comporteranno al momento in cui si tratta di separarsi da qualche cosa che appartiene loro, per donarlo al Tempio? L’episodio che abbiamo letto questa mattina si pone all’apice di un capitolo denso di polemiche contro l’establishment ebraico di Gerusalemme; polemiche di carattere religioso, ma anche, chiaramente, di carattere politico, perché le guide religiose del tempo erano anche le guide politiche dalla nazione. Attaccarle sul piano religioso significava anche attaccarle sul piano politico, proprio perché dal loro ruolo nella fede essi derivavano quello nella politica. Ora che ha discusso su alcuni punti cruciali, attaccando direttamente gli scribi per la loro arroganza ed ingiustizia, si siede ad osservarli nel Tempio, alla prova dei fatti, perché la prova dei fatti arriva sempre quando dobbiamo separarci da qualche cosa che possediamo. Gesù guarda, e la prima cosa evidente che fa è denunciare, senza apparentemente proporre un giudizio di valore: la povera vedova ha messo nella cassetta delle offerte “la sua vita intera” (come recita il testo greco alla lettera); gli altri, i ricchi, hanno messo solo il superfluo. Che cosa dobbiamo ricavare da questa osservazione del Nazareno?

Gesù fa questa osservazione solo ai discepoli. In questo momento non vuole parlare al mondo, ma ai suoi. È, dunque, una parola rivolta ai discepoli, alla chiesa, a noi che l’ascoltiamo qui oggi, non a quelli che parcheggiano i loro suv davanti alla nostra chiesa tutte le mattine della settimana. È una parola rivolta principalmente ai poveri, che in gran parte costituivano le chiese antiche, a quella gente semplice e umile che vedeva negli insegnamenti di Gesù una parola di speranza e di giustizia in un mondo ingiusto. Siamo noi, dunque, che abbiamo preso il loro posto nel procedere delle generazioni, a doverci confrontare con questa sua parola. E che cosa dice, dunque ai discepoli, con questa sua constatazione?

Primo. Il punto di vista di Gesù. Io credo che ci portino sulla gusta strada quegli esegeti che sottolineano una lettura politica di questo passo. Qui, all’apice della sua polemica, Gesù denuncia lo sfruttamento religioso della povera vedova. La religione può diventare strumento di oppressione e i ricchi sacerdoti si fanno ancora più ricchi coi soldi, con la vita stessa della povera donna. Lei ha messo “tutta la sua vita”… i ricchi non solo hanno messo del superfluo, ma sanno anche che quei soldi torneranno a loro vantaggio. Se, dunque, questa parola era rivolata ai discepoli, noi siamo chiamati a riflettere sulla chiesa, se essa si comporti sempre degnamente con il sangue di quelli che l’hanno sostenuta nei secoli: quante volte la chiesa, in quanto istituzione, è, o è stata, strumento di potere dei ricchi? Quante volte le chiese sono, o sono state, corrotte e strumentalizzate? Quante volte l’offerta della vedova è stata sfruttata, invece di essere valorizzata? Noi evangelici sappiamo che l’istituzione è necessaria, ma anche che essa fa presto a trasformarsi in una gerarchia clericale: per questo abbiamo sempre lottato per avere una chiesa democratica. Ma quanto i nostri sforzi hanno funzionato, quanto anche le nostre chiese protestanti hanno tradito la loro vocazione e si sono state occupate dalla “cricca” che le governa a suo proprio vantaggio? Noi evangelici non siamo esenti da colpe, e dobbiamo imparare a vedere la trave che è nel nostro occhio.
Se non altro, però, non abbiamo scuse, perche sappiamo che, se la chiesa è corrotta o non funziona, la colpa è dei suoi membri che accettano questa situazione, che non ci investono, che non ci credono a sufficienza e per ignavia preferiscono delegare ad altri la gestione della chiesa, magari a gente mediocre o semplicemente inadatta. Noi metodisti e valdesi a che punto siamo? Investiamo sulla nostra chiesa, oppure deleghiamo? Ci mettiamo in gioco in prima persona, oppure lasciamo fare alla nostra offerta, magari del superfluo? Facciamo attenzione, perché anche noi, con la nostra pretesa democrazia, se siamo disattenti o disamorati, pur non essendo né strumento di potere di qualcuno (e come potremmo esserlo), né corrotti da una sacerdozio avido dei soldi della vedova (speriamo!), non dobbiamo dimenticare che possiamo diventarlo nostro malgrado: la disorganizzazione e la trascuratezza nel lavoro rischiano di mandare in fumo l’offerta di vita fatta da molta gente del loro denaro e del loro tempo prezioso. E il mancato impegno da parte delle nostre persone migliori risulta solo in una efficienza limitata o in veri disastri quando chi li sostituisce è non è chiaramente all’altezza del proprio mandato. Una delle cose che più mi ha colpito di questi quasi quindici anni di ministero pastorale è la vulnerabilità della chiesa a persone “pericolose”, magari accolte con entusiasmo e rivelatesi, poi, dei veri disastri. Anche in questo caso, i due spiccioli della vedova vengono sprecati irresponsabilmente: la resa dei conti, anche in questioni spirituali, si ha nel momento del dare e del gestire quel che si è ricevuto. E questo ci conduce al punto successivo.

Secondo. Il punto di vista della donna. Lei ha messo nella cassetta tutto ciò che aveva per Dio, perché credeva nel Tempio, in quello che rappresentava al di là della sua palese corruzione e di tutti i suoi errori. Gesù non esprime un giudizio su quel che ha dato, si limita a constatare, a denunciare il fatto; lo fa perché ciascuno di noi, suoi discepoli, ne tragga  un insegnamento. La domanda implicita è: E i ricchi? Come mai loro che hanno tanto non sanno rinunciare a nulla ma danno solo del superfluo? I poveri, nel vangelo, sono quelli che più si mettono in gioco, mentre i ricchi sono quelli che hanno fatto una scelta contro Dio, in favore dei loro soldi.
E noi, da che parte stiamo? Questa domanda sottile riecheggia in tutto quello che abbiamo detto prima, perché nella chiesa la sua fedeltà o la sua corruzione dipendono da quello che noi diamo “al Tempio”. Nella chiesa ci saranno sempre quelli che danno il superfluo e quelli che investono tutto se stessi, ma sono solo questi ultimi che la rendono viva, che le danno la possibilità di essere testimone della Parola. È vero che una chiesa ha bisogno anche dei soldi di chi dà il superfluo, ma questo serve solo al superfluo della chiesa, la quale, invece, vive o muore in base a quanti dei suoi membri daranno tutta la loro vita a Cristo. Sarà bene che ce lo ricordiamo! Anche se la donna sa sicuramente che il tempo è corrotto, la sua offerta va a Dio. E se il Tempio corrotto poteva ancora avere un senso per milioni di ebrei del tempo, era grazie all’offerta di molte persone come la vedova. È così che, anche in relazione alla vita della chiesa, noi dobbiamo chiederci che cosa diamo noi oggi a Cristo. Se gli diamo il superfluo, la nostra chiesa morirà; se diamo noi stessi, la nostra chiesa potrà essere testimone dell’evangelo ancora una volta.

Care sorelle e cari fratelli, il senso di questa storia è, dunque, molto semplice. Anche per noi, oggi, Gesù è seduto di fronte a noi, davanti alla cassetta delle offerte, ad osservare il momento in cui i nodi vengono al pettine, e ci guarda. Guarda se scegliamo tra Dio e il mondo, se diamo noi stessi o solo il superfluo, e ci invita a riflettere. Quale sarà la nostra scelta?
Amen

Eric Noffke, 27 marzo 2011 presso il Tempio metodista di Roma Via XX Settembre

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