“Maestro, vorremmo che tu ci facessi vedere un segno”

Predicazione tenuta da Andrea Panerini su Matteo 12,38-42

Cari fratelli e care sorelle,
è dura questa risposta di Gesù agli scribi e ai farisei. E’ una risposta che annichilisce e non ammette repliche. Fin dal principio del capitolo dodici del Vangelo di Matteo erano i farisei a discutere con Gesù, ora si sono associati anche gli scribi, i dottori della Legge mosaica. Da un certo punto di vista il loro scetticismo può anche apparire giustificato: nel I secolo operavano molti “profeti” che avanzavano pretese messianiche di vario tipo e promettevano di comprovare la loro autenticità attraverso dei segni straordinari che poi, ovviamente, non era in grado di realizzare senza trucchi e inganni: questi “miracoli di conferma” dovevano essere preannunciati prima di essere eseguiti. Hanno scambiato Gesù per uno dei tanti ciarlatani che girovagavano nelle provincie orientali dell’impero romano e, deridendolo, gli hanno chiesto – con aria di sfida e di scherno – quali grandi opere può compiere affinché possano credere a questo predicatore itinerante che, con parole taglienti, vuole mettere in discussione il loro modo di intendere la Parola di Dio.


Probabilmente la risposta originaria di Gesù è in Marco 8,12: «Perché questa generazione chiede un segno? In verità vi dico: non sarà dato alcun segno a questa generazione», una risposta asciutta e netta che ricusa ogni tipo di manifestazione miracolosa: il parallelo di Giona sarà aggiunto posteriormente (o comunque in forma indipendente dal racconto di Marco) dai redattori della cosiddetta “fonte Q” a cui hanno attinto Matteo e Luca. Torna, tuttavia, in mente il racconto della tentazione, in cui Satana sfida Gesù a dimostrare che è veramente Figlio di Dio (4,3-5). Alla base di queste sfide vi è la convinzione che il Messia, “l’umile unto del Signore” (Hare) non può in alcun modo dimostrare le proprie qualità, perché farlo significherebbe falsificare la propria identità. L’enigma del segno di Giona (Gn. 2,1) è sciolto al v. 40: il soggiorno dei tre giorni di Giona nel ventre del pesce prefigura il contatto di Gesù stesso con il soggiorno dei morti, con l’oscurità a cui segue la luce. Questo versetto rappresenta quindi il primo annuncio, seppure indiretto, della morte e resurrezione del Cristo in questo vangelo. Gesù risponde alla richiesta di un segno con una osservazione severa e sferzante: Questa generazione malvagia e adultera chiede un segno (12,39). genea ponhra kai moicalis dice il testo greco e soprattutto ponhra (da ponhros), “malvagio”, nelle sue varie espressioni, ricorre ben ventisei in tutto il Nuovo Testamento: nel vangelo di Matteo l’aggettivo viene usato in riferimento alle “cose malvagie” (9,4) oppure alla zizzania (13,48) o ancora nel discorso su purità e impurità (15,19) e nella parola escatologica dei talenti (25,26), tanto per fare alcuni esempi. E’ evidente che Gesù, al pari dei profeti d’Israele, si imbatte in un popolo e in una classe dirigente sorda e cieca, incapace di comprendere il suo messaggio di novità e di salvezza. Origene di Alessandria ha scritto su questo versetto: “Questa generazione è perversa perché la sua qualità distintiva le viene dal male. Adultera poiché, avendo abbandonato quello che in senso metaforico era suo marito, cioè il Logos o Legge della verità, si è unita con l’uomo di menzogna” (frammento 274)
L’adulterio del popolo è, quindi, la mancanza di fede nel Dio vivente ed è un tema ben conosciuto da chi legge l’Antico Testamento: un esempio molto conosciuto è l’invettiva di Osea su Israele: «Va’, prenditi in moglie una prostituta e abbi figli di prostituzione, poiché il paese non fa che prostituirsi allontanandosi dal Signore». (Os. 1,2) Queste invettive sono spesso molto violente, basta pensare anche a quelle con uno sfondo sessuale che si trovano nel libro di Geremia. Molti oracoli profetici predicono che Dio punirà l’infedeltà di Israele mediante altre nazioni (cfr. Is. 10,5) ma la punizione divina qui è stata trasferita teologicamente dalla storia al giudizio finale: cambia la funzione dei pagani. I niniviti e la regina del Mezzogiorno (cioè la regina di Saba di 1 Re 10) condanneranno “questa generazione” nel giudizio poiché essi risposero in modo positivo a un profeta e a un re saggio, mentre questa generazione rifiuta di lasciarsi trasportare da qualcosa che è  molto più grande di Giona e di Salomone, cioè dal Cristo inviato da Dio per la salvezza dell’umanità. “Per Cristo non fu una cosa straordinaria essere più grande di Giona e di Salomone, poiché egli era il Signore e questi erano dei servi; e tuttavia che razza di gente era quella che disprezzò il Signore che stava in mezzo a loro, dal momento che degli stranieri avevano ascoltato i suoi servi?” (Agostino, Discorsi, 72A,1). Israele rinnega il suo Signore quando le nazione straniere ascoltano i servi che gli ha inviato incontro: non è difficile poter attualizzare questo testo, se ci pensate bene. Esso interpella ognuno di noi con una forza dirompente e scomoda. Vorremmo seppellirlo sotto un mucchio di buonismo ed ovvietà.
Questa generazione malvagia e adultera chiede un segno risponde Gesù a chi pensa che è uno stregone che può risolvere miracolosamente i problemi: una frase di attualità sconvolgente in un paese, come il nostro, che pare essere più interessato al culto di santi che operano improbabili miracoli e alla venerazione ossessiva e non richiesta di Maria, la Madre di Gesù; in un paese in cui i cittadini si affidano a politicanti taumaturghi che possano risolvere i problemi con la bacchetta magica e sembrano fuggire dalla vera libertà che solo la responsabilità davanti a Dio e agli altri può portare. Dio è l’ultimo dei nostri pensieri, tutti presi dai deliri della potenza tecnologica e da atavici riti scaramantici e in questo modo siamo adulteri di fronte al Signore, che avrebbe tutte le ragioni per abbandonarci.
Questa generazione malvagia e adultera chiede un segno: questo sermone è stato scritto ed è pronunciato in ore drammatiche per il mondo, sia per la situazione del Giappone che per lo scatenarsi di una guerra internazionale e civile in Libia, senza dimenticare le tante situazioni di dolore e di conflitto nel resto del mondo. Pensiamo davvero che tutto quello che sta succedendo sia solo colpa della fatalità degli eventi? Non è forse l’uomo, nella sua bramosia di potere e di denaro, a interessarsi del dolore altrui solo quando pensa di poterne trarre profitto? Non è forse l’uomo, nella sua megalomania e presunzione, che pensa di poter imprigionare le forze naturali che Dio stesso ha posto a guardia del creato per poterlo manipolare? La vicenda delle centrali nucleari giapponesi, per  la quale preghiamo il Signore di risparmiare a quella terra, a quel popolo e a tutta l’umanità le conseguenze peggiori, è fin troppo attuale perché ognuno di noi non possa fermarsi a pensare di chi sia realmente la responsabilità per questa catastrofe.
Questa generazione malvagia e adultera chiede un segno: questa invettiva è rivolta anche a noi, alla nostra vita, alle nostre famiglie, alle nostre relazioni interpersonali, alla nostra chiesa. La nostra fede insufficiente e bisognosa di conferme ci fa chiedere a Dio segni in continuazione e siamo pronti a deprimerci per qualunque avvenimento negativo nel corso delle nostre giornate. Non è forse un caso che ci rivolgiamo a Dio solo nel momento del bisogno e del dolore e non gli rendiamo gloria e lode per tutto quello che ci concede ogni giorno della nostra vita? No, non è un caso. Gesù si rivolge a noi e ci dice chiaramente che siamo malvagi e adulteri. Malvagi perché a tutto anteponiamo il nostro io e l’effimero benessere di questo mondo, senza sentire che “tutta la creazione geme e soffre” (Rm. 8,22): non riusciamo a provare più compassione per gli altri esseri viventi. Adulteri perché quotidianamente eleviamo sacrifici alle divinità mute e sterili di questo mondo invece di rivolgere la nostra preghiera e la nostra richiesta di perdono all’unico vero Dio, il Signore della nostra vita. Siamo infedeli, incostanti e la valanga delle parole che si riversano su di noi, con noi in questa società mediatica sono rumore senza senso che ci impedisce di ascoltare la Parola che Gesù ci rivolge.
Ma il Signore non ci abbandona. Il Suo amore sconfinato per gli uomini e per la sua creazione è l’unica forza che fa andare avanti questo mondo martoriato: nonostante tutto Lui è sempre presente nella nostra vita e in quella di tutta l’umanità. Gesù è crocifisso ogni giorno a causa dei nostri peccati e dell’egoismo dell’uomo e, proprio a causa di questo, Dio spande il suo amore e ci instilla nel cuore la speranza che ci permette di vivere. Egli ci permette di relativizzare tutte le nostre piccole cose, tutte le nostre arrabbiature e preoccupazioni, che spesso nulla sono sia di fronte alla sofferenza degli altri che al cospetto del progetto di Dio per noi.
«Egli (il SIGNORE) dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio-con-loro”. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate». (Ap. 21,3-4)
Il Signore non ci abbandona: ci dice che siamo malvagi e adulteri ma il suo amore per noi non verrà mai meno. Pur indegni della sua salvezza, se grideremo a Lui dal profondo del nostro peccato, Egli ci salverà perché nella croce del Cristo risorto assume su di sé la disperazione dell’umanità sofferente. Signore, non ci abbandonare, perché altrimenti siamo disperati. Signore, resta con noi e confortaci con la tua presenza. Vieni Signore Gesù, vieni e instaura il tuo Regno. Amen.

Andrea Panerini, Chiesa metodista Roma, Via XX Settembre, 20 marzo 2011

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