“Da quel tempo Gesù cominciò a predicare e a dire: «Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino»”

Predicazione di David Buttitta su Matteo 4,12-17

Gesù viene a sapere che Giovanni che lo aveva battezzato era stato messo in prigione, allora lascia la sua casa di Nazaret e se ne va a Capernaum, la città sul mare di Galilea che è ai confini con i territori di Zabulon e Neftali, particolarmente ricchi e verdeggianti attraversati da una delle principali strade dell’intera regione, la strada che conduceva da Damasco al porto di Acco sul mediterraneo. Capernaum era in un territorio della Galilea che già da molto tempo non era considerato Israele, sia per motivi politici, sia perché la popolazione era in maggioranza pagana.
Matteo che rivolge il suo racconto evangelico prevalentemente agli ebrei sottolinea, come il suo solito, che anche con questa scelta di Gesù si adempie quello che era stato detto dal profeta Isaia alla fine del capitolo 8 e all’inizio del capitolo 9. Rileggiamo un versetto “il popolo che stava nelle tenebre, ha visto una gran luce; su quelli che erano nella contrada e nell’ombra della morte una luce si è levata”. Per Matteo anche in questa scelta si adempie  quindi la profezia di Isaia sulla venuta del Messia. Proprio qui a Capernaum, forse proprio nell’importante sinagoga di quella città, inizia la predicazione di Gesù.


Per noi cristiani questa data, anche se non sappiamo l’ora, il giorno, il mese, e forse neanche l’anno, questa data, questo fatto è di estrema importanza. Gesù, il prediletto da Dio, la persona in cui Dio si compiace, ricordatevi che oggi cade l’Epifania, la prima manifestazione della divinità di Gesù nel battesimo sul Giordano, inizia la sua attività. E’ per noi l’alba della speranza, la luce che viene ad illuminare le tenebre e che ci toglie dall’ombra della morte, inizia la predicazione della Parola, del regno di Dio che viene. E’ il nuovo anno per eccellenza, altro che capodanni che festeggiamo noi, con spumante e feste, altro che festa del Sole Invictus romano che cadeva il 25 dicembre e che provocatoriamente i cristiani di Roma del terzo secolo indicarono come ricorrenza della nascita della vera Luce in Gesù, altro che festa della Luce, Hannuca, del popolo ebraico, altro che tutte le festività collegate al mito solare di tutte le religioni del mondo. Per noi la Parola che inizia ad essere realizzata è alba del mondo e della nuova umanità.
C’è da festeggiare. Anzi c’è da festeggiare? Punto interrogativo. Anche in questo caso Gesù dà la sua risposta, e non è precisamente la nostra. Gesù dice: Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino. La stessa frase, parola per parola che aveva pronunciato poco tempo prima Giovanni Battista. Tre sono le cose che non ci tornano. La prima è che Gesù predichi lo stesso evangelo di ravvedimento di Giovanni. La seconda è quel ravvedetevi, quel cambiate vita, convertitevi al nuovo mondo che Dio ha predisposto per voi.
Il terzo è che quel provocatore di Gesù non inizia la sua predicazione fra la gente eletta di Israele a cui era stata annunciata da tempo la sua venuta, ma fra i pagani e mezzo pagani, gente dai facili costumi, ignoranti e impuri. Tutti queste cose ci danno a chi più a chi meno un po’ fastidio.
Lascio alla vostra coscienza e alla vostra intelligenza di trovare la vostra risposta responsabile a queste fastidiose provocazioni del testo. Ad una però vorrei rispondere anch’io. Giovanni e Gesù predicano lo stesso ravvedimento e come dice il testo con le stesse parole.Questo fatto ha creato un grande imbarazzo nella maggior parte dei commentatori sia antichi che moderni, si è cercato di sorvolare facendo dire a Giovanni solo parole cupe di rimprovero da bigotto vestito di stracci che vive di locuste nel deserto e a Gesù parole nuove di speranza che incontra tutti e tutte. Non è così.
La differenza è solo una: Giovanni annuncia chi verrà, Gesù è colui che viene. Il solo pensare, come purtroppo si è fatto, che il ravvedimento, il convertirsi, il cambiare vita, il riconoscersi inadeguati di fronte al regno che viene sia un fatto secondario è uno svilire il messaggio di Gesù a una favoletta nella quale il lieto fine è assicurato. Basta, come dicono le varie  gerarchie rassicuranti, compiere delle buone azioni oppure basta una forte coscienza individuale e un vivere integerrimo secondo i parametri della società e sarai salvato.
Per noi valdesi e credenti che frequentano questa chiesa dovrebbe essere facile smontare questa favoletta per bambini piccoli. Basterebbe rileggere il testo del sermone del monte, per noi fondante del nostro movimento medioevale, per vedere con quanta forza Gesù fa appello alla nostra coscienza per un vero ravvedimento, un preparasi insieme al regno che viene. Gesù non narra con visioni apocalittiche la fine del mondo, ma un percorso dove l’uomo ha un gran rilievo, rileggiamo insieme tre versetti:

14 Voi siete la luce del mondo. Una città posta sopra un monte non può rimanere nascosta,
15 e non si accende una lampada per metterla sotto un recipiente; anzi la si mette sul candeliere ed essa fa luce a tutti quelli che sono in casa.
16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli.

Pochi giorni fa una sorella, neofita ed entusiasta, mi ha chiesto il perché di quanto poco ci spendiamo per annunciare l’Evangelo al di fuori delle nostre quattro mura tanto che la semplice parole valdese è sconosciuta ai più, un’altra sorella in visita al nostro bel tempio mi ha fatto notare infine che mancava persino un richiamo al nostro simbolo “lux lucet in tenebris”. Bè, queste due sorelle in modi molto poco ortodossi hanno posto un problema vero.  Se Gesù ci chiede da quel giorno in cima ad un monte di essere la luce del mondo e far parte del progetto di Dio, abbiamo forse tanto paura di essere dentro un percorso di condivisione e di crescita, di ravvedimento e di speranza? Lo so, è una domanda retorica, l’unica risposta è no, non dovremmo avere paura. La luce risplenda nelle tenebre, lux lucet in tenebris. Amen.

Predicazione di David Buttitta, Chiesa Valdese di Firenze, Domenica 9 gennaio 2011

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