“Prendete la completa armatura di Dio”

Predicazione tenuta da Andrea Panerini su Efesini 6,10-17

Cari fratelli e care sorelle,
il testo che oggi il nostro lezionario segnala per la predicazione è, senza ombra di dubbio, uno dei più conosciuti e commentati del Nuovo Testamento oltre ad essere uno dei più suggestivi: il rischio, per il predicatore, è quello di dire un mucchio di banalità.
L’epistola agli Efesini, come saprete, è attribuita dalla critica moderna ad autore anonimo, con ogni probabilità della scuola che faceva riferimento allo stesso apostolo Paolo. Tratta un numero considerevole di argomenti circa la condotta dell’individuo cristiano e delle comunità.
Al versetto 10 l’argomento cambia bruscamente percorso e ha inizio una delle sezioni più interessanti di tutta l’epistola. Il lettore, avviandosi lo scritto alla sua conclusione, potrebbe essere indotto nell’attesa di un riepilogo o una perorazione conclusiva, ma viene disatteso. Il brano tratta delle manchevolezze umane non in termini umani ma in termini sovrannaturali: l’insuccesso nel resistere ai “dominatori” e alle “forze spirituali” comporterebbe una perdita di speranza nella salvezza. Il testo greco riporta la parola “kosmokràtoras” che deriva direttamente da un termine che significa “ordinatore del mondo”  associato a “skòtus” che rimanda all’idea delle tenebre: l’Avversario che si configura e di cui parleremo dopo è “ordinatore delle tenebre”, un alter-ego di Dio che è Colui che ha ordinato il mondo; poi l’autore prosegue mettendo vicino le parole “pneumatikà” che si può tradurre con “spirituale” e “ponerìas” che significa “malvagità” e richiama semanticamente però ad uno stato di sofferenza. Non è da minimizzare il fatto che, diversificandosi dalla nostra Nuova riveduta, la Bibbia di Gerusalemme traduce questa espressione con “spiriti del male” al posto di “forze spirituali”: è un chiaro riferimento ad una mitologia di demoni malvagi, in posizione terza rispetto all’uomo.

Questo riferimento puntuale al testo, di per sé forse anche noioso, ci serve a fare qualche  considerazione sulla natura di questo Avversario che nel testo è chiamato letteralmente “diavolo” e a cui si riconducono queste potenze, dominatori e potenze spirituali. E’ ovvio che parlare di insidie del diavolo è molto lontano dalla nostra sensibilità contemporanea, in particolare quella riformata: bisogna tuttavia tenere conto che l’autore di questa epistola viveva in un contesto culturale e teologico dove il diavolo e gli spiriti erano parte del linguaggio comune tanto quanto Dio. I suoi contemporanei concepivano il comportamento da un lato sul piano interamente umano dei rapporti tra le persone e dall’altro come parte della lotta tra Dio e Satana. Ma siamo realmente così sicuri che l’Avversario sia una entità esterna, terza rispetto all’uomo e a Dio? Se come abbiamo visto prima si fa riferimento ad un ordinatore delle tenebre che si pone in antitesi a Dio stesso, ciò presuppone che egli sia un vero e proprio riflesso di Dio stesso: e quale creatura nella Scrittura è fatta a immagine di Dio? L’uomo è l’Avversario di se stesso, il distruttore – nella sua imperfezione e disubbidienza – dell’armonia del creato. Le entità spirituali malvagie ci assalgono quando noi, invece di ascoltare la parola di Dio e accettare il suo amore, ci consideriamo perfetti ed autoreferenziali nella nostra concezione antropocentrica, che mette l’uomo e il suo benessere egoistico al centro di tutto, senza più nessuna considerazione per il Creatore e il resto della sua creazione. Satana è il lato oscuro che è presente in ognuno di noi e da cui siamo salvati gratuitamente in virtù della Grazia che ci è data in Cristo Gesù.
Di fronte a questo antagonismo che sembra insanabile qual’è la risposta del nostro autore? Invita il cristiano e dismettere i suoi panni e a rivestirsi dell’armatura di Dio. Una volta che il credente è stato presentato come un soldato, vi è la descrizione – abbastanza minuziosa – dell’equipaggiamento di cui è dotato. E’ evidente il parallelo con Isaia 59,17 (“Egli si è rivestito di giustizia come di una corazza, si è messo in capo l’elmo della salvezza, ha indossato gli abiti della vendetta, si è avvolto di gelosia come in un mantello.”) Il passo è citato più volte nel Nuovo Testamento: il profeta però si riferisce a Dio e non esorta il credente a mettersi una corazza: è il Signore stesso che si veste da guerriero nell’Antico Testamento. In questo brano, invece, la metafora ha un chiaro riferimento alla dismissione dell’uomo vecchio e al rinnovamento dell’uomo stesso in Cristo (Ef. 4,22-24; Gal. 3,27; Rm. 13,14) tipico della teologia paolina. L’espediente retorico doveva essere ben conosciuto nel I secolo d.C. come anche oggi ma conserva tuttora un suo fascino per la predicazione: nella metafora guerriera c’è tutta la lotta interiore che da sempre dilania l’uomo nei confronti di se stesso e al tempo stesso c’è un riepilogo delle virtù che servono al cristiano per attraversare un mondo che lo odia (Gv. 15,18).
Prendete la verità per cintura dei vostri fianchi: la Verità è solo in Cristo e annunciando il suo Evangelo noi siamo in grado di andare verso di Lui, consapevoli delle difficoltà e dei nostri limiti ma affrontando le avversità con la speranza del Suo Regno e della Sua misericordia. Nell’antichità la tunica era un indumento usato sia dagli uomini che dalle donne, l’unica differenza era che gli uomini usavano una tunica fino alle caviglie e quando dovevano lavorare o correre sollevavano il fondo della tunica e lo infilavano nella cintura per acquistare maggiore libertà di movimento. Si diceva “cingersi i fianchi”, e tale espressione divenne una metafora per indicare l’essere pronti. Allora l’esortazione è ad essere sempre pronti cingendoci con la verità attraverso lo studio, la meditazione e l’ubbidienza alla Parola di Dio che troppo spesso scarseggiano nelle nostre chiese.
Rivestitevi della corazza della giustizia: come abbiamo già visto ,leggendo il riferimento al profeta Isaia, questo era un appellativo rivolto a Dio. Noi non siamo giusti e non potremmo mai esserlo, viviamo nella certezza che la Giustizia risieda nell’Eterno e in Lui dobbiamo confidare ma questo non ci esenta dal cercare di combattere o perlomeno mitigare le grandi ingiustizie che hanno sempre attraversato il mondo e che nella nostra contemporaneità sembrano essere ulteriormente esplose. Lo scandalo di un quinto del mondo che vive nell’opulenza di fronte a miliardi di esseri umani che soffrono e muoiono di fame, sete, epidemie e guerre ci deve sempre comparire di fronte agli occhi. L’immagine di un bambino che piange è l’immagine del Cristo crocifisso che grida verso l’Onnipotente: Dio non rimane insensibile al grido dell’umanità sofferente ma è compito del cristiano testimoniare, anche a prezzo della propria vita, il Signore dell’amore e della giustizia e fuggire dall’oro e dagli onori del mondo. Al tempo stesso l’Avversario che è in noi cercherà di accusarci per le colpe nostre e degli altri, per i peccati per i quali abbiamo già ricevuto il gratuito perdono di Dio nella fede in Lui in una spirale di autocommiserazione e di tenebra senza speranza.
Mettete come calzature ai vostri piedi lo zelo dato dal Vangelo della pace: la pace è un dono che Dio ci ha dato e che noi costantemente rifiutiamo. Quando dobbiamo rivaleggiare, dovremmo rivaleggiare nello zelo dell’amore fraterno e del perdono reciproco. Siamo sicuri che nelle nostre comunità sia questo lo zelo che noi ci sforziamo di conseguire oppure maldicenza, invidia e disprezzo stanno cercando di oscurare la luce del Vangelo? Noi sappiamo che la Chiesa, in quanto istituzione umana, non è perfetta: ma questo non ci giustifica di fronte alle ingiustizie che vengono compiute al suo interno e alla nostra indifferenza nei confronti dei fratelli e delle sorelle. Quale messaggio mai potremo dare al mondo se la divisione risiede nei nostri cuori e nelle nostre menti?
Prendete oltre a tutto ciò lo scudo della fede: senza la fede nel Risorto, nel Signore che è, che è stato e che sempre sarà tutto nella nostra vita perde di senso. Anche l’analisi dei nostri errori e i nostri buoni propositi svaniscono senza la fede in Lui. Noi siamo insufficienti nel rivestirci dell’armatura di Dio: il nostro peccato ci limita nell’ascolto dello Spirito e della Parola ma la fede incondizionata in Colui che è morto sulla croce per noi facendosi uomo è luce che illumina il cosmo avvolto dalle tenebre del nostro peccato. La Risurrezione è la promessa del perdono del nostro peccato e della speranza del ritorno di Cristo per edificare un mondo veramente giusto. Nel frattempo siamo chiamati alla testimonianza della sua speranza nonostante le nostre imperfezioni.
Signore, dacci un cuore veramente nuovo per calpestare il nostro orgoglio, umiliare le nostre ambizioni e correggere i nostri errori. Raccogli chi è disperso, unisci la tua Chiesa affinché possiamo essere tuoi testimoni nel nostro tempo. Amen.

Andrea Panerini, Chiesa metodista via XX Settembre, Roma, 24 ottobre 2010

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