“Benché non l’abbiate visto, voi lo amate”

Predicazione tenuta da Andrea Panerini su 1Pietro 1,3-9

Cari fratelli e care sorelle,
la prima epistola di Pietro si presenta nel suo insieme come una articolata parenési (cioè come una esortazione) battesimale ed è uno dei testi più affascinanti ma anche più difficili da commentare del Nuovo Testamento. La tradizione ci indica l’apostolo Pietro come autore, nel periodo delle persecuzioni dell’imperatore Domiziano (81-96 d.c), ma – in primo luogo – la maggior parte dei biblisti di tutte le confessioni cristiane tendono ormai a mettere in dubbio l’attribuzione all’apostolo di questo scritto, pur non essendoci certezze in alcuna direzione: tuttavia il greco elegante e forbito di questa epistola sembra incompatibile con la semplicità del pescatore di Galilea che viene ribadita in At. 4,13 quando Pietro e Giacomo vengono messi nella categoria degli “uomini senza istruzione”. Viene considerato molto più credibile l’ipotesi che un membro giudeo-cristiano della comunità di Roma, discepolo di Pietro, abbia voluto mettere sotto la protezione e il prestigio dell’apostolo questo suo scritto che si pone come crocevia delle tendenze teologiche del Nuovo Testamento, prendendo elementi sia della teologia dei sinottici che di quella paolina per non parlare dei riferimenti giovannei. Lo scritto è datato dalla maggior parte degli studiosi tra il 70 e il 90 d.c., il che renderebbe compatibile un riferimento alla persecuzioni di Domiziano, seppur non ci sia unanimità reale tra gli storici.


Ad ogni modo questa epistola vuole incoraggiare i credenti in Cristo, “eletti che vivono come forestieri dispersi … eletti secondo la prescienza di Dio Padre” (vv. 1 e 2), perché perseverino nel loro non facile pellegrinaggio terreno a motivo delle tribolazioni che provenivano non solo dalle persecuzioni (forse, come già detto, quelle di Domiziano) ma anche di dissidi interni alla Chiesa. La condizione di “eletti” (in senso escatologico) tende a significare il loro rapporto con Dio, che ha operato la “elezione”, e con il mondo nel quale si trovano come pellegrini ma anche come suoi inviati. Il testo, pertanto, potrebbe essere rivolto (come ha sostenuto in una recente predicazione il pastore Mario Affuso) soprattutto ai nuovi battezzati invitati a realizzare l’esperienza della loro figliolanza comune e la gioia dell’eredità comune che deriva da Dio stesso.  L’idea di una eredità futura si associa alla “speranza viva” fondata sulla “risurrezione di Gesù Cristo dai morti”. Il fatto che Cristo sia il risorto esalta la sua signoria sulla storia e sempre, perciò, rianima il credente anche nei suoi momenti più bui. La vita vissuta nella fede in Dio ed in Gesù Cristo, mediatore tra noi ed il Padre, produce un amore che continuamente si rinnova anche se non v’è stata una conoscenza diretta della persona del Cristo (v. 8). Questi, peraltro, aveva detto: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto” (Gv. 20,29), per cui, pur non avendolo visto fisicamente, lo si ama  perché si è stabilita con lui una relazione spirituale intensa molto più significativa di qualsiasi rapporto fisico; una relazione che è personale e comunitaria al tempo stesso e costituisce il senso più vero della “salvezza”.
“Benché non l’abbiate visto, voi lo amate” (v. 8) ci dice l’autore di questa epistola: la fede in Dio e nella risurrezione di Cristo è un evento totalmente irrazionale, che si affida ad una assoluta fiducia nei confronti del Creatore. Non lo vediamo eppure riponiamo in lui tutte le nostre speranze, i nostri dolori, la consapevolezza del nostro peccato nella certezza del suo perdono. Il nostro mondo contemporaneo è permeato da una enorme quantità di immagini: viene definita “la società dell’immagine”, appunto: immagini spesso futili, inutili, sovrabbondanti, a volta persino dannose che si riversano nella televisione, su internet, sui nostri telefoni cellulari, persino nelle nostre conversazioni, ormai drogate da immagini stantie e ripetitive, sempre eccessive. E’ la società dell’apparire: non è più importante definirci in cosa siamo ma in cosa vogliamo apparire: persone (uomini e donne), spesso molto attraenti, che ci vengono proiettate artificialmente più per solleticare i bassi istinti sessuali e ideologici che per farci vedere la loro dignità di  fratelli e sorelle, che ci sono rappresentati non attraverso i loro pensieri ma con discorsi falsi e ipocriti su cosa si presume l’ascoltatore voglia sentire. Sono uomini e donne sfruttati e che spesso si fanno sfruttare consapevolmente per giungere al vitello d’oro, l’idolatria che porta al denaro e al successo. E perché noi pensiamo di essere molto diversi? Quante volte ci siamo preoccupati maggiormente di come appariamo nel parlare, nel vestire, nella considerazione degli altri rispetto alla consapevolezza di noi stessi e del nostro rapporto con il Signore? Quante volte abbiamo pensato di tacere la verità pur di non perdere il favore del mondo che ci circonda pur di raggiungere un nostro obbiettivo? “Che cosa penseranno di me? Come sono apparso agli altri?” non sono forse le domande che più ci assillano? Talmente immersi in questo mondo falso, noi cristiani ci siamo dimenticati dell’essenziale sul quale la Parola di Dio ci interroga tutti i giorni.
Dio, fin dall’Antico Testamento, si pone non come colui che appare in tutta la sua potenza ma in colui che è. “Io sono colui che sono” (Es. 3,14). “Io sono” è l’identità di Dio, una identità di pienezza che riprende il tutto, l’infinito, in questo Essere che si incarna e si fa uomo per condividere gioie e soprattutto dolori dell’umanità e che ci ama talmente tanto da farsi mettere in croce per noi. Non vi è un riferimento all’apparire, al possedere: “Io sono”. E’ il Dio vivente che ci parla in questa sua Parola per dirci che la nostra vanità ci porta a rincorrere il vento (Eccl. 1,14) dietro a futili affanni privi di qualunque vero scopo: il senso della nostra vita è l’essere insieme al nostro Dio che ci ama infinitamente di più di quanto noi amiamo noi stessi e che ci riconduce all’essenziale. I beni materiali deperiscono e scompaiono, la bellezza della gioventù sfiorisce e tuttavia il Signore sempre è sollecito con noi. La salvezza ce la porge il Cristo, chiedendoci solamente di credere in lui nonostante non lo possiamo vedere e di essere salvati tramite la sua grazia ed è la fede antica che deve riecheggiare nelle nostre menti: Shema’ Ysrael, Adonai Eloheinu, Adonai ehad : Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno (Dt 6,4). In questa preghiera, che ogni ebreo praticante deve compiere almeno due volte al giorno e che forse noi cristiani dovremmo riscoprire, è racchiusa tutta la fede che è necessario avere nell’Io sono: tutto il resto è superfluo, è sovrabbondante, è esercizio d’accademia, è un cedere alle seduzioni. Il Signore ci dia sempre la forza di scoprire il suo silenzio nel frastuono del mondo. Amen.

Andrea Panerini, Tempio valdese di Firenze, 11 aprile 2010

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