“Un uomo solo muoia per il popolo”

Predicazione di Andrea Panerini su Giovanni 11,45-66

Cari fratelli e care sorelle,
questo testo precede immediatamente la narrazione della settimana santa, la Passione e Resurrezione del Signore che si avvicinano e che provocano anche una drammatizzazione sempre maggiore nei testi sacri avvicinandosi al momento liturgico più alto e importante di tutte le chiese cristiane.
Come già avvenuto in precedenza, la popolazione ebraica venuta a conoscenza della resurrezione di Lazzaro è divisa sul valore del segno: alcuni credono, altri no. Giovanni presenta i capi del popolo ebraico concordi nel temere reazioni violente da parte romana, come se i molti segni di Gesù potessero avere per loro, politicamente, gli effetti più nefasti: tempio e nazione corrono un grave rischio.

Esprimendo il suo consiglio, il sommo sacerdote di quell’anno fatale dice la verità senza saperlo e forse senza neanche volerlo, un esempio di quell’ironia su cose e persone che tanto piace al redattore del Vangelo di Giovanni: un uomo solo deve morire se si vuole evitare la distruzione dell’intera nazione. Quest’affermazione può essere letta sia in chiave politica che teologica. Caiafa che disse queste parole “non di suo” annuncia una parola che vale non solo per la nazione ma anche per “riunire in uno i figli di Dio dispersi” (v. 52): cioè riunire tutti i credenti in Gesù fuori da Israele e che sono noti solo a Dio. Giovanni chiama gli ebrei di Palestina ethnos e non usa, per contrasto, il termine comune per indicare gli ebrei che vivevano fuori d’Israele, diaspora. Per la prima volta nel suo vangelo, Giovanni si riferisce chiaramente ai non ebrei, samaritani esclusi. Questo è il più chiaro segnale della consapevolezza della salvezza dei gentili nel quarto vangelo. L’evangelista colloca questa storia dopo la resurrezione di Lazzaro per un duplice scopo: creare un preludio alla resurrezione di Gesù mediante la potenza di Dio e spiegare il motivo per il quale, alla fine, il Sinedrio, lo arresta. La tradizione di Marco (11,18) e quella di Luca (19,47-48) ignorata da Matteo, inquadra il complotto contro Gesù nella paura che assale i capi ebrei dopo la purificazione del tempio. Per Marco la decisione è diretta conseguenza di questo atto di purificazione mentre in Luca, narratore stilisticamente più raffinato. invece è l’insegnamento di Gesù la causa scatenante del complotto per eliminarlo. Tutta la ricerca, da parte degli autori dei vangeli, per individuare una causa storica di questa decisione politica è resa dubbia da annunci precoci nei testi (in Luca questo viene attenuato). Anche Giovanni, molto precocemente (2,13-22) mette l’azione simbolica del cacciare i cambiavalute dal tempo, suggerendone il motivo: egli voleva dichiarare di essere lui stesso il tempio dell’età finale, il locus del culto d’Israele. Ma Giovanni sembra voler utilizzare la resurrezione di Lazzaro come causa immediata di un complotto ai danni di Gesù principalmente per ragioni simboliche e in second’ordine per motivi di plausibilità storica: la narrazione giovannea, che si serve della “profezia” del sommo sacerdote, secondo la quale la morte di un agnello sacrificale era preferibile alla rovina di un intero popolo, è più illuminante delle spiegazioni dei sinottici.
Giovanni non mette in evidenza il parere di Caiafa per discolpare il vertice dell’ordine sacerdotale, una questione che per lui non ha la minima importanza. Il suggerimento del sommo sacerdote può apparire un esempio di saggezza politica che a monte ha il principio morale del male minore. Salvare l’intera nazione (holos to ethnos) dal massacro potrebbe esser stato l’obbiettivo politico che provocò la morte di un solo uomo per il popolo (hyper tou laou). Gerard Sloyan nel suo commentario sul vangelo di Giovanni introduce il tema del piano divino in questa narrazione che precede la passione e invita a non considerare Caiafa solo un cinico spregiudicato ma come un grande capo politico che pensa al benessere del popolo e parla di “saggezza teologica” del sommo sacerdote. Quello che sfugge a Sloyan, sacerdote cattolico, è la profonda e inaccettabile ingiustizia che emana un’etica fondata sul “male minore”. La vita di un singolo essere umano, non solo del Figlio dell’Uomo, che è unica e irripetibile è giustificabile che sia sacrificata per un “male minore”, per un fine supremo di carattere politico o teologico? No, per quanto bisogna cercare di non essere troppo rigidi, per un cristiano è inaccettabile solo l’idea di una simile impostazione: è la teologia applicata alla ragion di stato, il riconoscimento di un’etica discrezionale. Chi stabilisce sulla terra che cos’è il male minore e quando si applica? Era male minore la pena di morte contro gli eretici emessa dall’inquisizione per preservare il “corpo sano della chiesa nella sua fede originale”? Era male minore la persecuzione degli omosessuali per preservare moralità e sanità del popolo? E’ ancora il male minore pensare di uccidere un despota per un presunto benessere di un popolo? Non sono interrogativi di poco conto e non sono certamente di facile soluzione ma bisogna necessariamente interrogarsi su questo tema fondamentale per l’etica cristiana. Personalmente sono convinto che la paura nei confronti di un possibile intervento militare romano che avrebbe compromesso il popolo d’Israele è solo un paravento della classe sacerdotale per giustificare invece l’uccisione di un innocente che aveva osato mettere in dubbio la loro supremazia teologica, economica, morale. E’ la vendetta del popolo che onora il Signore con le labbra ma il cui cuore è lontano da lui sul Figlio dell’uomo che proclama che il tempo dell’attesa è finito e che dobbiamo cominciare veramente a vivere il Regno di Dio in mezzo a noi. La tolleranza dell’impero romano sotto Tiberio, desideroso di pace interna e propenso a  non immischiarsi nelle faccende religiose e lo stesso insegnamento di Gesù che proclama la sua estraneità a rivendicazioni di indipendenza politica ed etnica avvallano questo ragionamento e sottolineano la malafede del Sinedrio: d’altronde è ben noto nella storiografia del XX secolo come regimi autoritari abbiamo cercato nemici esterni più o meno immaginari per legittimare la repressione interna. Il male minore, quindi, legittima lotte di potere intestine che nulla hanno a che vedere con l’annuncio dell’Evangelo ma i cui effetti possiamo vedere anche oggi nel governo civile, nella società, nelle chiese e nell’associazionismo di vario tipo. Come cristiani ci siamo rassegnati a cercare e a giustificare questo concetto di male minore nella nostra vita oppure desideriamo davvero proclamare l’Evangelo di resurrezione e salvezza che Gesù ci porge ogni giorno? E’ una domanda che sta alla base della nostra fede perchè aderire a questa prospettiva di rassegnazione ci impedisce di capire che Cristo è venuto da noi per dividere e per essere pietra di scandalo per i benpensanti: per dirci che non esiste un male minore ma solo la Grazia infinita del Padre. Amen.

Andrea Panerini, Chiesa episcopale di St. James (Firenze) per il culto vetero-cattolico, 27 marzo 2010

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...