“Il regno di Dio è in mezzo a voi”

Predicazione tenuta da Andrea Panerini su Luca 17,20-24

Cari fratelli, care sorelle,
il testo che il lezionario “Un giorno, una parola” ci propone oggi è di forte impatto escatologico: ci pone di fronte al rapporto che lega ognuno di noi a Dio nella speranza di vedere il suo regno e di conoscere quello che sarà l’ultimo dei giorni dell’era presente.
Gesù è nel pieno del suo cammino verso Gerusalemme, che lo porterà verso l’ingresso trionfale e la passione. Egli istruisce le folle al suo passaggio e compie numerosi prodigi. Nei versetti precedenti a quelli presi in considerazione, in questo stesso capitolo 17 del vangelo di Luca, il Signore guarisce dieci lebbrosi, ma solo uno torna indietro per glorificare Dio invece di raggiungere i sacerdoti, avendo così certificata la guarigione e potendo tornare alla vita civile e comunitaria.


“Quando verrà il regno di Dio?” gli domandano i farisei davanti a questi prodigi. Gesù rispose loro: “Il regno di Dio non viene in modo da attirare gli sguardi; né si dirà: “Eccolo qui” o “eccolo là”; perché il regno di Dio è in mezzo a voi”.
Il quando è una domanda che assilla l’uomo da sempre, perché va a toccare il futuro della sua vita, va a cogliere le incertezze del suo essere, va a rimarcare la fragilità del suo stesso vivere. Quando mi sposerò? Quando avrò figli? Quando guarirò? Quando troverò lavoro? Quando sarò felice? Quando sarò triste? E infine la domanda che tutti atterrisce: quando morirò? Purtroppo l’ossessione dell’uomo per questa domanda non aiuta a vivere serenamente, perché tutto ci sfugge, il mondo intorno a noi come la nostra stessa esistenza, e il non avere sotto controllo niente ci crea ansia e paura. Gesù ci riporta al presente, a vivere l’oggi. L’ultimo dei giorni arriverà pure, con i tempi e le modalità che Dio stesso deciderà, e porterà alla definitiva realizzazione del nuovo mondo, della nuova umanità che si deve realizzare. Ma qui Gesù ci dice che non dobbiamo essere passivi nell’attesa, qui ed ora bisogna essere testimoni del mondo nuovo che si realizzerà nell’ultimo dei giorni perché il regno di Dio in verità è già in mezzo a noi (o come alcune traduzioni recitano “è già dentro di noi”) e noi non riusciamo a vederlo. Quindi non solo vivere il presente nell’attesa della pienezza, ma entrare dentro di noi e al tempo stesso uscire nel mondo che ci circonda per scoprire la
fonte della sua Parola. Gesù dicendo questo compie un processo di identificazione: non andate a cercare chissà dove il regno di Dio, perché il regno sono Io. Parte della realizzazione del regno sono le stesse guarigioni che opera nei confronti dei lebbrosi: Gesù è il regno di Dio che è in mezzo a noi. Lui opera già nelle nostre vite, anche se noi facciamo finta di non accorgercene.
“Quando verrà il regno di Dio?”, la domanda che i Farisei porgono a Gesù è tipica della sciocca volontà umana di razionalizzare e definire gli avvenimenti che non si conoscono. Tutto deve essere inserito in una qualsiasi categoria, altrimenti i nostri schemi vengono scombinati. E’ la paura dell’ignoto che ci fa sempre agire in modo ingiusto e che ci rende partecipi della nostra natura di essere umani che vivono nel peccato, in quanto imperfetti. E’ la paura di ciò che non si conosce che ci porta a umiliare e discriminare altri esseri umani per la religione, la lingua, il colore della pelle, il
genere, l’orientamento sessuale, la classe sociale di appartenenza, l’istruzione. E’ la stessa paura che ci assale quando dubitiamo di Dio stesso ed è la paura che ci allontana da Lui.
Credo sia straordinaria e sconvolgente la risposta di Gesù: “Il regno di Dio non viene in modo da attirare gli sguardi”. Non ci saranno segni particolari da osservare, non vi saranno eventi soprannaturali eclatanti, né fiamme e zolfo come in certe rappresentazioni artistiche o come in esegesi letterali del libro dell’Apocalisse. Il regno è in mezzo a noi e pensare che oggi e in ogni giorno e in ogni momento del giorno è tra di noi, vicino a me e a voi, questo è il pensiero più
sconvolgente che un cristiano possa rivolgere nei confronti della propria vita. Non mi posso sentire solo nemmeno in mezzo al deserto perché Dio è sempre e comunque al mio fianco. E al tempo mi chiama alla responsabilità di essere testimone vivente di questo suo regno in mezzo a questo mondo divorato da bramosie di potere e di sopraffazione. Questo è il cuore della predicazione di Gesú ed è la premessa implicita di ogni suo insegnamento: il regno di Dio è giunto in mezzo a voi, perciò amate i vostri nemici; il regno di Dio è giunto in mezzo a voi, perciò se la tua mano ti scandalizza tagliala: è meglio entrare monco nel regno di Dio che con tutte e due le mani rimanerne fuori. Tutto
prende senso dalla realizzazione del suo regno ed è veramente limitante poter anche solo pensare che questa realizzazione possa riguardare il mantenimento, nelle scuole pubbliche di questo paese, di un semplice simbolo religioso. E’ la riduzione al nulla del messaggio cristiano poter credere che attraverso l’imposizione di un crocefisso dentro una istituzione che dovrebbe essere laica si possa annunciare il Signore che è venuto, che viene e che verrà. E’ l’annuncio del Dio vivente ciò che deve interessare il cristiano, non la prosecuzione di sterili “consuetudini culturali”.
Si è spesso discusso, nel corso della storia della Chiesa, su che cosa precisamente intendeva Gesú con l’espressione “regno di Dio”. Per alcuni esso sarebbe un regno puramente interiore consistente in una vita conforme alla legge di Dio; per altri sarebbe, al contrario, un regno sociale e politico da realizzare dall’uomo, se necessario anche con la lotta e la rivoluzione. Tuttavia passando in rassegna queste varie interpretazioni non bisogna farci sviare dall’obbiettivo: il suo regno. Non bisogna che il centro dell’interesse si sposti da Dio all’uomo in una visione che diventa puramente materialistica e priva di ogni interesse spirituale. Nella predicazione di Gesú la venuta del regno di Dio indica che,
inviando nel mondo il suo Figlio, Dio ha deciso di farsi carico in via definitiva delle sorti del mondo, di compromettersi con esso, di agire dal suo interno: di sporcarsi le mani con il mondo e ci invita a fare altrettanto. È più facile intuire cosa significa regno di Dio che spiegarlo, perché è una realtà che sorpassa ogni spiegazione e immaginazione: ci penetra e noi dobbiamo accoglierla. Gesù tuttavia ci ammonisce, al tempo stesso, e ci invita a non prestare fede nei confronti dei falsi profeti. “Non andate e non li seguite”: la nostalgia che l’uomo ha nei confronti di Dio non deve diventare occasione di credulità né di riti paganeggianti (di cui il nostro paese e altre confessioni religiose purtroppo sono pieni) ma deve portarci verso di Lui e non verso altri. Nessuna istituzione umana, tanto meno religiosa, è più importante del nostro creatore, l’unico Signore della nostra vita e del nostro tempo.
Purtroppo il nostro tempo è pieno di personaggi che dall’alto dei loro pulpiti o degli schermi televisivi oppure dalle colonne di un giornale ci dicono “Eccolo là” o “Eccolo qui”. Sono i falsi profeti che ci parlano suadenti ogni giorno e che ogni giorno ci tentano con l’idolatria dell’uomo, del potere, della ricchezza, del vano apparire a tutti i costi,  dell’ideologia ridotta a catechismo. Noi cristiani dobbiamo essere consapevoli della nostra inadeguatezza ma ugualmente tentare di cogliere i segni che Dio ci lascia, sparsi sopra il cammino della nostra vita. Amen.

Andrea Panerini, Tempio valdese di Firenze, 8 novembre 2009

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