“Dove sono gli altri nove?”

Predicazione tenuta da Andrea Panerini su Luca 17,11-19

Cari fratelli e care sorelle,
il Vangelo di Luca ci pone davanti ad alcuni interrogativi forti. Tra tutti gli evangelisti, Luca è quello che (sotto l’influenza della “fonte Q” e delle tradizioni a lui proprie) si fa più insistente sulle implicazioni etiche della fede. Diventare discepolo richiede una trasformazione di vita, è una esperienza totalizzante, è un qualcosa che ti cambia in profondità. Nel “programma” etico lucano le componenti socio-economiche ed etniche sono preponderanti, marcate. E al tempo stesso Luca insiste molto sia sulla salvezza per fede che sulla preghiera.
“Dove sono gli altri nove?” Può sembrare una domanda ingenua, quella che Gesù rivolge al samaritano (considerato che è lui stesso che li invia ai sacerdoti) ma è uno dei punti essenziali di questo brano. E’ la domanda che Gesù rivolge al lebbroso – che è anche samaritano, quindi straniero – che lui stesso ha guarito, il quale torna indietro per lodare Dio e per gettarsi ai suoi piedi. La nostra curiosità potrebbe appuntarsi su cosa è poi successo agli altri nove. Non hanno avuto abbastanza fede? Non hanno saputo ringraziare Dio e sono andati incontro stupidamente ai sacerdoti? E’ probabile che gli altri nove, pur fisicamente guariti, siano stati risucchiati dal vortice della vita e che abbiano preferito mostrarsi nel loro prodigio al mondo anziché ringraziare Dio. Si sono considerati guariti nel fisico e tanto gli è bastato, senza tener conto che al Signore preme una guarigione che va nelle profondità dell’essere umano, una guarigione spirituale. Lo facciamo continuamente, Dio ci regala ogni giorno dei prodigi, nella nostra quotidianità, ma noi siamo talmente presi da noi stessi e dal mondo che non ce ne accorgiamo oppure, quando li vediamo, siamo soliti attribuirli a noi stessi o a qualche altro essere umano piuttosto che ringraziare Dio perché ci ama così tanto nonostante la nostra debolezza. Quei nove sono l’emblema del nostro orgoglio e della nostra disobbedienza: hanno creduto nella guarigione fisica ma non hanno saputo aver fede nel Signore, una fede autentica, anche se può sembrare ingenua, come quella del samaritano.


Luca usa una frase corta e lapidaria: “Era un samaritano”. Sappiamo bene (e lo ripetiamo) che i samaritani erano considerati stranieri (Gesù stesso li chiama così), erano visti come pagani e indesiderati nella terra d’Israele. Quest’uomo quindi era doppiamente reietto, in quanto lebbroso e in quanto samaritano. Ma Gesù guarda oltre gli steccati che gli uomini sono soliti costruirsi per discriminarsi. Gesù attraversa un altro confine: ai lebbrosi ebrei non è parso vero andare dai sacerdoti per vedersi certificare pubblicamente la guarigione e poter tornare nella comunità civile, come la legge contenuta nel Pentateuco prescriveva. Nel Levitico (14,2-32) il lebbroso rimane fuori dall’accampamento fin quando non è guarito e c’è una descrizione minuziosa di quello che l’ebreo deve fare per poter essere riammesso nella sua comunità, l’essere lebbroso vuol dire essere impuro e non gradito. Lo straniero, però, sa bene che sarebbe rifiutato in quanto tale, anche se è guarito dalla malattia, e torna da Gesù. Quello che ha operato Gesù non è solo un miracolo di guarigione di dieci lebbrosi, ma un segnale che tutti, nessuno escluso, possono tornare dal Maestro e, a causa di questo, dobbiamo far cadere le barriere che sappiamo fin troppo bene erigere tra di noi, con tante esclusioni.
Si rispetta la legge antica, ma è un moto di umanità e di ringraziamento sincero quello che Gesù vuole per il Padre suo e nostro. Misericordia voglio e non sacrificio (Os. 6,6): la legge del cuore che Dio ci instilla dentro è più forte di qualunque codifica umana.
Pur essendo in viaggio verso Gerusalemme (v. 11), pur non avendo ancora raggiunto la meta finale del viaggio di salvezza, già ora la nostra relazione con il Signore è possibile e piena. Questi ci chiama ad assumerci la piena responsabilità del tempo che viviamo. Ci chiama a vivere una relazione vera con l’altro/a, a non giudicare dalle apparenze e dalle etichette, dalla provenienza geografica o religiosa, dall’orientamento sessuale. Ci chiama a un ripensare la nostra presenza nel mondo, una presenza che deve guardare al bene della città, seppur nella consapevolezza che siamo altra cosa. Troppo spesso però non solo ci consideriamo altra cosa, ma ci consideriamo anche migliori del mondo che ci circonda. Dove sono gli altri nove? Gesù era ebreo e gli altri nove lebbrosi pure, il suo gregge naturale gli è sfuggito di mano per andare dalla casta sacerdotale e perché, essendo guariti, si sentono molto nel giusto. Siamo sicuri, nelle nostre chiese, di non essere come quei nove che non mostrano gratitudine verso il Signore e che subito corrono verso il ministro riconosciuto della loro comunità? E siamo sicuri che tra di noi non vi sia già un samaritano che con umiltà e senza dimostrazioni pubbliche stia ringraziando Dio per la sua guarigione? Noi cristiani riformati siamo sempre molto attenti a non dare segno di cerimoniosità pubblica nei nostri culti, e facciamo bene ma non è vero che spesso guardiamo con altezzosità i fratelli di altre confessioni che a nostro dire dimostrano conoscenze teologiche e culturali non all’altezza? Questi fratelli non è detto che abbiano minore fede di noi e che non possano ringraziare maggiormente il Signore per i talenti che hanno. Noi, che magari di talenti ne abbiamo parecchi, non sappiamo spesso mettere a frutto le nostre vocazioni né predicare l’Evangelo fuori dalle nostre chiese. Non è escluso, quindi, che anche noi possiamo essere tra i nove che non ringraziano Gesù. Quei nove che non si rendono conto del guado che Gesù attraversa andandogli incontro, nell’apertura e nella infrazione dei codici di comportamento che questa guarigione comporta. E’ possibile, conoscendo la natura dell’uomo, che quei nove abbiamo poi guardato con ribrezzo e disgusto altri lebbrosi che non hanno avuto la ventura di essere guariti. Non facciamo così anche noi, dall’alto della nostra disobbedienza? Non siamo forse pronti sempre a giudicare e a catalogare il nostro prossimo? Non pensiamo, nella nostra superbia, di aver compreso tutto di un’altra persona quando invece non abbiamo compreso neanche noi stessi e il nostro rapporto con Dio? Pensiamo di essere nel giusto e che possiamo inscatolare gli altri dentro alcune categorie: i rom rubano, gli immigrati sono poco affidabili, gli omosessuali sono promiscui, i cristiani di altre confessioni non sono bravi quanto noi. Gesù ci indica la strada, la strada per una umanità che non giudica ma accoglie l’altro/a. Ed è anche per questo che bisogna ringraziarlo: pensiamoci quando troppo spesso, prima di mangiare, pronunciamo parole ripetitive e spesso vane per un ringraziamento senza valore, che riguarda solo le cose materiali. Ringraziamo il Signore perché vuole farci, ostinatamente, aprire gli occhi sopra una umanità nuova.
Alzati e va’, la tua fede ti ha salvato.  E’ una frase quasi folgorante e inaspettata, Gesù si era lamentato che solo uno straniero fosse tornato a glorificare Dio. In questa frase, però, si realizza la pienezza della grazia che Dio ci elargisce gratuitamente. L’uomo, schiavo del peccato, non è nulla, è un malato che brancola nel buio. In Cristo Dio ci guarisce e se riusciamo a vedere questa verità la sola fede ci salva dall’assenza della sua luce. Preghiamo quindi il Signore affinché forza farci rialzare e ci possa dire che la nostra fede ci ha salvato. Amen.

Andrea Panerini, Chiesa metodista di Firenze, 13 settembre 2009

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