“Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi”

Predicazione tenuta da Andrea Panerini su Giovanni 15,18-16,4

Cari fratelli, care sorelle,
il brano della predicazione di questa domenica riprende la lunga narrazione che Giovanni riserva alla notte in cui Gesù fu tradito. Cristo istruisce lungamente i discepoli su quale sia la sua vera natura, su come si dovranno comportare nel mondo, su come il mondo reagirà alla loro presenza.
Il segno dell’amore fraterno ha come contrappeso l’odio del mondo. Il sangue del Signore penetra nell’intimo dei discepoli; li obbliga all’amore e li vota alla persecuzione del mondo. Come se, in questa notte di tradimento, soltanto la piccola isola di luce che brilla nel Cenacolo conoscesse la dolcezza dell’amicizia. Attraverso i secoli soltanto la vera cristianità raggrupperà, in un mondo d’odio, il piccolo gregge unito dall’amore di Dio. Il cristiano è il testimone della croce, sia con l’amore che porta, sia con l’odio che subisce dal mondo, perché il mondo non cesserà mai di odiare il cristiano. Non ci si potrebbe fidare dei discepoli che cercassero la simpatia del mondo o ne godessero. Non che il cristiano debba necessariamente cercare di coltivare la sofferenza con un misticismo morboso. Senza bisogno di cercare le prove, basterà accettare quelle che verranno: ogni compiacenza in esse è sospetta. Ma deve essere pronto – e questo basta – a soffrire le persecuzioni del mondo per la sua fedeltà al Signore, perché l’odio del mondo è inseparabile dalla sua condizione di discepolo. Con una semplicità sconcertante, Paolo afferma che non dobbiamo lasciarci turbare dalle persecuzioni, perché, dice, voi sapete bene che siamo destinati a questo (Ts 3,3). In questa prospettiva si comprende meglio l’osservazione dell’autore degli Atti riguardo agli apostoli: Essi dunque se ne andarono via dal Sinedrio, rallegrandosi di essere stati ritenuti degni di essere oltraggiati per il nome di Gesù (At. 5,41).


I discepoli hanno scelto di appartenere al Signore nello stesso momento in cui il mondo si erge contro di lui. Una simile scelta fa inevitabilmente del cristiano un separato, un proscritto in mezzo al mondo. Se fosse connivente col mondo, il mondo non rinnegherebbe ciò che è suo. Ma essi non sono del mondo: non l’hanno lasciato di loro volontà, ma è il Signore che li ha scelti e ritirati dal mondo. Il servo non è più grande del suo signore, i discepoli devono dunque camminare sulle sue orme. Come dovevano seguirlo nel dono totale agli altri (Gv. 13,16), così lo devono seguire nella persecuzione (Mt. 10,24). L’odio che si eleva come una fiammata in questa notte coverà fino al giorno della sconfitta totale del male nell’ultimo dei giorni. Questo principio che vota il vero cristiano alla persecuzione è inculcato fortemente nello spirito dei discepoli, con l’aiuto del procedimento, caro a Giovanni, della ripetizione e nello stesso tempo mette a nudo l’origine di  questo odio del mondo. Il mondo non può non odiare i discepoli del Cristo. Dopo la vittoria del Signore sul mondo, attraverso la sua Resurrezione, il mondo ha potere soltanto sui suoi discepoli. Nella Chiesa primitiva i cristiani avevano cara l’espressione: essere perseguitati a causa del Nome (cfr. Ignazio d’Antiochia, Lettera agli Efesini, 3:1). Vi è più di una figura retorica nell’espressione del Risorto a Paolo sulla via di Damasco: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? (At. 9,4). I discepoli sono esposti a tutte queste prove, ai fanatismi, unicamente perché si riferiscono alla persona di Cristo. Se gli uomini li odiano è perché rifiutano di riconoscersi in Colui che è l’inviato del Padre, perché non riconoscono il Padre nel Figlio, o piuttosto perché non si riconoscono in Dio. La ribellione continua, tenace, antica e nuova, dell’uomo nei confronti di Dio prosegue qui nell’accanimento contro i discepoli del Signore.  La loro ignoranza è diventata inescusabile dopo la venuta del Figlio sulla terra: le opere che il Signore opera sulla terra sono grandi e immense, e al loro confronto le nostre svaniscono nel nulla della nostra vanità e del nostro peccato. No, nessuna scusa è ammissibile: la loro incredulità, questo è il loro peccato. Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane (Gv. 9,41). D’altronde l’antico patto con Israele è pieno di infedeltà, l’Antico Testamento è pieno dei lamenti dell’uomo giusto che soffre ed è perseguitato ingiustamente. Nel salmo 69 vi è l’essenza del Cristo crocifisso ingiustamente, senza vero motivo, senza giustificazione alcuna. Hanno messo fiele nel mio cibo e mi hanno dato da bere aceto per dissetarmi. (Sl 69,21) Giovanni, ebreo, non rinnega la Scrittura vetero-testamentaria, poiché la vede come profezia escatologica. Egli però sottolinea che la legge viene spesso letta e usata a sproposito e contiene la profezia dell’incredulità e del rifiuto di Dio da parte dell’uomo. Questa Scrittura, che gli uomini vogliono usare come una clava per mascherare gli assassinii riassunti in quello di Gesù (Gv 19,7) contiene in realtà la loro condanna. Se la legge è servita a far condannare Gesù, lo Spirito Consolatore (paraclito in greco) farà giustizia di tutti i sepolcri imbiancati. La testimonianza della Scrittura e del Battista, come quella delle parole e delle opere di Gesù, saranno confermate dallo Spirito con una nuova chiarezza e una nuova forza di persuasione. I discepoli corrono il rischio di essere espulsi dalla comunità. Quest’ora verrà ed essi devono attenderla come una certezza. Nulla deve sconcertarli, nemmeno la massima ipocrisia dei loro nemici.
Questo brano ci pone in un rapporto critico nei confronti del mondo che noi viviamo e del nostro rapporto con esso. Il Signore ci dice che siamo nel mondo, ma che non siamo del mondo. Ciò non significa che dobbiamo rinchiuderci in noi stessi e disinteressarci di quello che accade nel mondo in un delirio escatologico di separazione e rifiuto totale. Il mondo ci rifiuta perché dobbiamo essere necessariamente la sua coscienza critica, perché puntiamo il dito sul suo peccato e sulla sua depravazione e perché dobbiamo sempre testimoniare in esso l’amore che Cristo ci ha rivelato sulla croce. Questo non significa che dobbiamo rifuggire all’impegno civile e politico, tutt’altro, è una delle forme di dono più belle e utili, quella di cercare di contaminare positivamente la società con onestà e purezza di cuore. Dobbiamo essere cittadini esemplari nel rispetto degli altri e delle leggi comuni, per una società la più giusta ed equa possibile, sapendo però che probabilmente le altre componenti della società ci possono vedere come strani, svitati o addirittura pericolosi. Quanto, però, il potere politico si pone contro i più elementari diritti umani, violando la dignità propria dell’essere umano, i cristiani non possono girarsi dall’altra parte, non possono dire che quello non lo interessa. Perchè ero straniero e non mi accoglieste… quando non l’avete fatto a uno dei miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me (Mt. 25,43.45). Nel rispetto della laicità del potere civile, il cristiano deve testimoniare con la sua personale opera l’Evangelo di Cristo, altrimenti tutto sbiadisce e perde di significato. Testimoniare significa arrivare anche alla disobbedienza nei confronti del potere civile, nei casi estremi. La disobbedienza implica l’essere martiri, testimoni del Cristo fino alla prigione e anche alla morte, senza passaporti vaticani di protezione, ma rendendo testimonianza in sé della croce del Cristo in un rapporto quasi fisico con Gesù.
Verrà il giorno in cui forse sarà impossibile parlare apertamente, ma noi pregheremo, faremo ciò che è giusto, il tempo di Dio verrà, diceva durante il regime nazista il pastore e teologo luterano Dietrich Bonhoeffer, che pagò con la vita la sua fedeltà a Cristo. Solus Christus, nient’altro nella nostra vita, nessuna idolatria materiale o politica. Il suo luminoso esempio ci deve guidare anche oggi.  Se il potere civile impone in maniera arbitraria una legge che vìola in modo palese la dignità dell’essere umano, noi dobbiamo disobbedire e lottare perché quella legge sia cambiata. Se il potere civile ci impone di denunciare i nostri fratelli stranieri, noi dobbiamo disobbedire, altrimenti non siamo degni discepoli del Signore. Questo va detto con forza e chiarezza. Come possiamo definirci cristiani se poi, quando Gesù ci chiama a dare testimonianza del suo messaggio, ci ritiriamo per paura o codardia?  Dobbiamo pregare il Signore perché ci dia la forza di sopportare il fardello della discriminazione e delle prove che il mondo ci mette davanti, ma dobbiamo far ciò che è giusto, nella consapevolezza che il tempo di Dio verrà.
Non è facile porsi contro le lusinghe del mondo. Non è facile rinunciare alle comodità, alla propria libertà e anche alla propria vita per amore di Cristo. Ma noi non siamo più veramente liberi, noi apparteniamo a Cristo, siamo suoi prigionieri (Ef. 4,1). Siamo all’altezza di questo compito? Siamo pavidi o invece indulgenti verso l’autoassoluzione? Siamo voce forte e tonante nella difesa dei più deboli e indifesi o siamo flebili, nel tentativo di salvare le nostre comodità terrene? Nella nostra fragilità e debolezza, nella nostra inadeguatezza, nelle nostre paure dobbiamo sempre ricordarci quello che il Signore ci dice: Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. (Mt. 5,12). Con questa fede, Signore, noi ti preghiamo: usaci come tuoi strumenti, dacci la forza di rinnegare noi stessi e mandaci il tuo Spirito Consolatore. Amen.

Andrea Panerini, Chiesa metodista di Firenze, 24 maggio 2009

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