“Dimorate in me, e io dimorerò in voi”

Predicazione di Andrea Panerini su Giovanni 15,1-8

Cari fratelli, care sorelle,
ci troviamo di fronte a Gesù che vive gli ultimi istanti della propria vita. Quella sera il discorso ai discepoli fu lungo, complesso e con i toni di gravità propri degli ultimi istanti della vita: un vero e proprio testamento.
Il paragone della vite è suggerito dal vino della Santa Cena e anche dalle parole di Gesù che i vangeli sinottici ci hanno conservato nel racconto dell’istituzione dell’eucarestia: In verità vi dico che non berrò più del succo della vite fino al giorno in cui lo berrò di nuovo nel Regno di Dio. Gesù ha già lavato i piedi agli apostoli, simbolo dell’estremo sacrificio che sta per compiere. Il vino eucaristico è la bevanda del popolo della nuova alleanza, nel regno di Dio arrivato a compimento. Già a Cana (Gv. 2,1-11) la quantità e la qualità del vino furono un presagio della pienezza della salvezza che sarebbe stata comunicata nell’ultima ora della vita di Gesù, in quell’ora che sarebbe stata nello stesso tempo la prima degli ultimi tempi. Ma l’insistenza sulla vera vite ha lo scopo di definire questa in riferimento e in opposizione alla vigna che nell’Antico Testamento è uno dei simboli del popolo d’Israele. Da principio è lo stesso simbolismo del vino che, nell’Antico Testamento, è messo in relazione con la tragedia della elezione e del giudizio, del piantare e dello sradicare. Le armoniche del canto della vigna in Isaia 5,1-7 sono strappate, dolorose; più conciso, ma ancora più tragico è il lamento di Geremia: Eppure, io ti avevo piantata come una nobile vigna, tutta del miglior ceppo; come mai ti sei trasformata in tralci degenerati di una vigna a me non familiare? (Ger. 2,21). E’ soltanto nell’Apocalisse più tardiva di Isaia che si pensa alla vigna di nuovo prospera d’Israele: In quel giorno cantate la vigna dal vino vermiglio! Io, il Signore, ne sono il guardiano, io la irrigo a ogni istante; la custodisco notte e giorno, affinché nessuno la danneggi (Is. 27,2-6).

La vera vigna è dunque la comunità di coloro che aderiscono a Gesù, come i tralci al ceppo. Essi sono la vite di cui il Padre è il vignaiuolo. Il riferimento al Padre non ha lo scopo di stimolare la nostra fiducia nella sua sollecitudine paterna, quanto di mettere in evidenza il solo aspetto che possa garantire l’autenticità della vita: solo chi resta unito a Gesù come un tralcio al ceppo appartiene alla vigna del Padre. Egli ha piantato la vigna (cfr. Mt. 15,13): nella storia del mondo ha posto il suo Figlio come fatto permanente di salvezza. L’accento della frase nel v.2 non è messo sul termine “portare frutto”, ma su “in me”. Questo “in me” ritorna ben cinque volte nel brano: l’unione con Gesù è essenziale, porta con sé la fecondità. L’evangelista mette dunque l’accento sulla fedeltà alle esigenze della fede, più che sulle presunte opere: ogni germoglio non ancora innestato nella rivelazione della Parola, il Padre lo taglierà, a meno che esso non si lasci piantare. Questo è ancora sottolineato dall’uso dei verbi greci di radice identica: airein (togliere), katairein (purificare). “Guardatevi dalle escrescenze nocive, che Gesù Cristo non coltiva, perché non sono state piantate dal Padre” ammoniva Ignazio di Antiochia, padre della Chiesa, nella sua epistola ai Filadelfi. Coloro che non credono sono semplicemente tagliati, tolti; coloro che credono sono mondati incessantemente, affinché la loro fede, confessata e praticata, ne sia totalmente purificata. La Parola è dunque nello stesso tempo il principio e la sorgente permanente della vitalità cristiana. La fede non è data al cristiano una volta per sempre, come un mantello che indosserà o che porterà con sé; è invece la sua risposta alle esigenze della Parola che vuol essere ricevuta come seme di rinascita e di una nuova vita. Al posto degli antichi rami disseccati di Israele, nuovi germogli, nei quali circola la linfa primaverile di una fede ardente e passionale, sono venuti a diffondere e a rinnovare l’antica vigna. Il quarto vangelo fonda l’idea missionaria della Chiesa sulla morte del Signore e non sui discepoli: è nella morte del Signore che il ministero dei credenti ha origine e trova la sua giustificazione. Come il chicco di grano – il Cristo – non produce frutto se non è coperto dalla terra in cui muore, così il tralcio è sterile se non è radicato nella fedeltà al Signore, dando testimonianza fino alla morte. E’ una fedeltà incrollabile, in mezzo alla derisioni e alle persecuzione perché il Cristo è fedele: io in voi. La forza della rivelazione deve essere sostegno in tutta la vita, nelle avversità. L’invito a rimanere in Lui, come Lui rimane in noi ha un qualcosa di profondo e carnale, spirituale e fisico al tempo stesso. Risuona il Cantico dei Cantici: Il mio amato è per me, io sono per il mio amato (Cant. 2,16). Una possessione spirituale e carnale totalizzante. Nella breve pericope il verbo “rimanere” compare addirittura sette volte. Con Gesù nasce una vigna più larga, più accogliente e più estesa della precedente, con una nuova linfa: l’agape, l’amore stesso di Dio. La forza di questo amore è dirompente: permette di produrre molto frutto. Dice Gesù: In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto. E’ la via tracciata per ogni discepolo del Signore. Nella tradizione bizantina c’è una splendida icona che riproduce plasticamente questa parabola evangelica. Al centro è dipinto il tronco della vite su cui è seduto Gesù con la Scrittura aperta. Dal tronco partono dodici rami su ognuno dei quali è seduto un apostolo, con la Scrittura aperta tra le mani. E’ quella Scrittura, Parola eterna che permette di non amare a parole né con la lingua, ma coi fatti e con la verità.
Già, sembra facile. Il Cristo si offre sempre a noi, come una vite che aspetta gli innesti di nuovi tralci ma noi siamo sordi e ciechi davanti a questa realtà. I nostri egoismi ci fanno appassire e rischiano di farci diventare una pianta che infesta la vite e, in prospettiva, la vigna. Come cristiani siamo chiamati all’unità e alla concordia, una unità e una concordia da perseguire senza finzioni e senza ipocrisie bensì con l’onesta e la perseveranza dei discepoli del Signore. Coltivando solo le nostre ambizioni e il nostro interesse rischiamo di seccare e di non dare frutto. Il frutto cresce innanzitutto con la nostra irrinunciabile e irresistibile vocazione: andare per il mondo a proclamare l’Evangelo di Resurrezione e di Speranza. Senza questa vocazione, che è la priorità della Chiesa, il tralcio viene bruciato nel fuoco perché è sterile e non vi è frutto. Chi vuole dimorare in Cristo deve imparare a dimorare anche nella sua Chiesa, cloaca di peccatori e tuttavia comunità nel Suo nome, cercando di portare frutto. E non certo come esperti scaldapanche e nemmeno come quel cristiano descritto in stile ironico da Agostino: Signore, fammi un uomo nuovo, ma non ora. La Chiesa non è perfetta e non è infallibile (al contrario di quello che credono altre confessioni) ma non può rinunciare all’aspirazione di portare frutto. Dimorare in Cristo significa crescita interiore, pace dell’anima, vitalità della Chiesa. I rami debbono dare sempre maggiori frutti a maggiore gloria del Padre. Dimorando in Cristo si impara a scandagliare la propria anima e a selezionare i propri desideri, mettendo da parte l’egoismo e sottomettendosi al bisogno dell’altro. Dimorando in Cristo si libera la preghiera da aspetti magici, esoterici o superstizioni (esempi dei quali sono molto facili in un paese come il nostro dove l’oggetto della preghiera non è cosi scontato sia Dio). Il vero potere della preghiera è la relazione incessante con Dio, l’affidare a Lui le nostre paure, le nostre debolezze, l’affidargli anche gli altri, nella consapevolezza che siamo fallibili e, infine, l’accogliere ciò che Dio, ogni giorno, gratuitamente, ci dona.
Dimoriamo in Cristo, perché senza di Lui non possiamo fare nulla. Dimoriamo in Cristo, perché senza di Lui non siamo nulla. Dimoriamo in Cristo, perché non c’è nulla di più bello. Dimoriamo in Cristo, crescendo come singoli e come Chiesa. Dimoriamo in Cristo e quel che domanderemo al Padre sarà fatto. Dimoriamo in Cristo, così glorificheremo il Padre suo e nostro che è nei cieli. Amen.

Andrea Panerini, Chiesa metodista di Firenze, 3 maggio 2009

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