“Donna, perché piangi?”

Predicazione di Andrea Panerini su Giovanni 20,1-18

Cari fratelli e care sorelle,
gioisca la Chiesa, splendente nella gloria del suo Signore. Con queste parole dell’exultet, l’antichissimo canto che annuncia la Resurrezione del Cristo nella Veglia di Pasqua in numerose chiese cristiane, comincio quello che per un predicatore è il sermone teologicamente più difficile.
Fin dall’inizio la scoperta della tomba vuota (20,1-9) sconvolge Maria Maddalena. Gli apostoli sono disorientati e non riescono a comprendere la vera essenza di quello che possono vedere davanti ai loro occhi. Il timore di un rapimento della salma, gli ansiosi andirivieni sulla strada della tomba, tutta l’atmosfera di quel mattino attesta una profonda venerazione per il Maestro defunto, ma non dimostra la giusta comprensione dei fatti. Il Vangelo di Giovanni, quello che è considerato il  teologicamente più complicato, oltre ad essere il più tardo cronologicamente, usa delle espressioni molto precise nel suo racconto. Per esempio il sudario è piegato (v. 7) e a noi contemporanei esprime ben poco nella comprensione immediata. Nel testo greco l’evangelista usa il verbo entulisso nella forma passiva, dando un pieno significato di avvolgere, un coprire avvolgendo. Potremmo tradurre: avvolgendo un luogo determinato. In Giovanni però l’espressione topos, luogo, indica in primo luogo il Tempio di Gerusalemme. Quindi il Tempio che è rappresentato dal corpo del Cristo, luogo dell’anima prima che luogo fisico, è stato avvolto da quel sudario. Fin dai primi versetti del brano, quindi, chi legge è avvertito della presenza di un fatto eccezionale, una sfumatura che tuttavia non sempre viene resa nelle traduzioni. Chi può, questo è il mio consiglio, si legga questo capitolo del Vangelo di Giovanni in greco: è di una bellezza teologica, letteraria e poetica unica.

Pietro e il discepolo che egli amava (per la tradizione Giovanni) si precipitano, quasi in una gara di corsa, al sepolcro. Arriva prima Giovanni e vede le bende e il sudario. Ricolmi i stupore, i due non riescono a capire che cosa sia accaduto e tornano a casa. Non è certo la prima e non sarà l’ultima volta che Pietro e gli altri apostoli non afferrano il significato delle parole e delle azioni del Cristo, e non è affatto un caso che l’annuncio della Resurrezione non viene data agli apostoli maschi, ma alle donne. All’inizio si pensa a una vendetta postuma dei nemici di Gesù, ad un furto di una salma per la profanazione. La mancanza di una degna sepoltura era un fatto molto grave nelle culture dei popoli mediterranei e specialmente nella cultura ebraica. La sepoltura era un modo per far giungere la persona morta alla divinità. Ricordiamo che, nella tragedia di Sofocle, Antigone subisce una condanna a morte da parte di suo zio, il re Creonte, per aver seppellito il fratello Polinice contro il dettato di una legge emessa dal re stesso. Tra il rispetto della legge morale e divina e il rispetto dell’autorità civile, Antigone sceglie la prima ponendo una serie di riflessioni sul rapporto tra religione e stato che ancora oggi ci interroga. Questo influsso era accentuato nel mondo ebraico contemporaneo a Gesù, il tabù della mancata sepoltura era molto forte. Quando Maria Maddalena  rimane vicino al sepolcro piangendo, non vi sono dubbi che ella abbia creduto alla profanazione del corpo del suo Maestro. Il suo atteggiamento mi ha sempre ricordato quello di un bambino. Cosa succede se un bambino vede un fatto eccezionale, di cui non sa darsi spiegazione, ed è preso da spavento? Si metterà a piangere. Ecco, noi siamo un po’ bambini di fronte alla Resurrezione: non riusciamo a capirla. In realtà la morte ci spaventa ma ci rassicura: è l’unica certezza che possiamo davvero avere nelle nostri insicure vite. La Resurrezione per questo ci sconvolge. Sembra sovvertire tutto l’ordine naturale. Gesù, che ha sfidato e attraversato i limiti della morale, ora attraversa anche i limiti della morte. Un fatto per noi inspiegabile che ci fa anche paura. Ci disorienta e ci confonde. Gesù si fa vedere ma Maria non lo riconosce, è più intenta ad una commiserazione senza uscita che non all’analisi dell’accaduto. Scambia Gesù per il custode del giardino e lo implora di dirgli dove abbia nascosto il cadavere del suo amato maestro. Maria vuole il suo cadavere per avere un posto dove piangerlo, forse anche in un’accezione egoistica. In questo incontro tra Maria e Gesù c’è un paradigma anche per noi, che siamo incapaci di vedere Cristo nella nostra vita, almeno finché Lui non ci chiama per nome. “Maria!” la chiama Gesù e la Maddalena risponde “Rabbunì” che in ebraico significa mio maestro, mio signore, una espressione ancora più solenne di Rabbì, una espressione che in genere si riferisce a Dio. La Maddalena nella chiamata del Cristo si rianima. Abbiamo dopo una interessante questione di esegesi. Nella nostra traduzione Gesù si rivolge con un “non trattenermi”, in realtà il verbo greco utilizzato, haptomai, rimanda più correttamente all’idea di “non afferrarmi”, segno di una volontà della Maddalena di abbracciarlo, magari alle caviglie, secondo l’uso orientale. Non è ancora salito al Padre ma lui ha come scopo quello di far annunciare la sua Resurrezione a tutti. Non vi è scritta la reazione della Maddalena. In effetti, lo scopo di questo bravo è di parlare ai credenti, non di narrare la storia di Maria Maddalena.
Il nucleo teologico di questi versetti riguarda l’escatologia anticipata. La speranza, l’attesa della parusia, ovvero il ritorno del Cristo nell’ultimo dei giorni, Giovanni la trasforma in certezza, certezza di fede ovviamente. La situazione della fine dei tempi si trova già fin d’ora realizzata, senza tuttavia escludere la viva attesa della parusia visibile. Il cristiano che sospira la fine dei tempi spera e desidera necessariamente il compimento finale, il momento in cui Dio sarà tutto in tutti (1Cor 15,28). E il suo ritorno non è passeggero, un incontro fugace per consolare, ma una venuta reale, definitiva, carica di presenza divina reale ed efficace. Questo racconto non è stato redatto per il piacere di raccontare un storia, ma risponde a un’intenzione teologica ben definita: è l’illustrazione teologica della presenza del Cristo nei tempi intermedi tra la sua vera venuta (la sua partenza) e il suo ritorno della parusia.
Siamo certi che oggi questo sepolcro vuoto ci dica ancora qualcosa? Basta alla nostra fede? Guardandoci intorno sembrerebbe proprio di no. La fede è ormai ridotta a spettacolo ed esibizionismo. Il sepolcro vuoto non basta più, allora ci sono le reliquie, la mummia di padre Pio, per rinfocolare la fede e la devozione con pratiche pagane e per fare aumentare di volume il portafogli di qualcuno. “Anche la nostra generazione è avida di miracoli, nella misura, direi, in cui scarseggia la sua fede” diceva, pochi giorni prima di morire, nella Domenica delle Palme del 1970, il pastore Alberto Ricca, proprio qui, a Firenze. Quel sepolcro vuoto è la nostra fede, qualunque altra cosa è un’aggiunta, spesso paganeggiante. Perché senza quel sepolcro vuoto, come senza la croce di Cristo, la nostra fede sarebbe svuotata di tutto il suo senso.
Che cosa ci deve dire, oggi, quel sepolcro vuoto? Ci deve trasmettere la gioia della resurrezione del Cristo nella nostra vita, una gioia che dovrebbe permeare tutto ciò che facciamo. Qualunque atto materiale compiamo, esso ha significato non in sé, né per l’importanza che gli danno gli altri, ma perché deve essere fatto tutto a gloria del Signore. Il sepolcro vuoto deve incitarci a non essere dei falsi cristiani che si battono il petto nelle chiese ma poi nulla fanno nel mondo per creare una società più giusta e per far giungere la parusia. “La resurrezione di Cristo non è solo sacramento della nostra giustizia, ma anche produce la giustizia in noi, se ad essa crediamo, e ne è la causa” scriveva Martin Lutero. La resurrezione non è soltanto la speranza di una vita oltre la morte materiale, è uno stato dell’anima, in cui noi, morti al peccato, rinasciamo in Cristo. Gesù ci prende per mano, ci scuote dal torpore in cui la nostra vita è andata a finire. Dice l’apostolo Paolo: “Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate: ecco sono diventate nuove”. (2Cor 5,18)
L’Evangelo di Cristo non è annuncio di morte e resurrezione in cui l’uomo è solo spettatore. La tomba vuota che simboleggia la resurrezione di Cristo è un nuovo battesimo che si ripete ogni anno e nel quale confermiamo che siamo diventati nuovi nel Signore. Mi si perdoni l’accostamento profano ma è come è scritto nella canzone “Dio è morto” diventata celebre grazie a Francesco Guccini “in ciò che noi crediamo Dio è risorto/ in ciò che noi vogliamo Dio è risorto /nel mondo che faremo Dio è risorto.” La resurrezione non è il compimento di un percorso, è una nuova nascita, un nuovo punto di inizio grazie al quale possiamo guardare con rinnovata fiducia al nostro Dio di amore e di misericordia. La resurrezione è la nostra speranza in un mondo nuovo, è la nostra speranza che i nostri peccati, espiati a Cristo sulla croce, sono perdonati e noi possiamo vivere ringraziando tutti i giorni il Signore per le gioie e i dolori, per la bellezza del suo creato.
Facciamo in modo che la nostra vita diventi un inno di ringraziamento perpetuo al Signore. Amen.

Andrea Panerini, Chiesa metodista di Firenze, 12 aprile 2009, giorno di Pasqua

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