“Alberi che camminano”

Predicazione di David Buttitta su Marco 9,22-26

Siamo a Betsaida. E’ condotto a Gesù un cieco e le persone che lo hanno portato  chiedono che lui lo tocchi, cioè che lo guarisca. Gesù prende per mano il cieco e lo accompagna fuori del villaggio, a questo punto gli sputa sugli occhi, gli impose le mani e gli domanda: Vedi qualcosa?  Il cieco apre gli occhi e dice: Scorgo gli uomini, perché li vedo come alberi che camminano. Poi Gesù gli mette  di nuovo le mani sugli occhi ed egli lo guarda e guarisce e vede ogni cosa chiaramente. Gesù lo rimanda a casa sua e gli dice: Non entrare neppure nel villaggio.
Fin qui il racconto di Marco, breve, conciso e molto piano come nel suo stile, ma pieno di contraddizioni!
Va bene che è risaputo che l’evangelista Marco (certamente non un abitante palestinese) non sia una asso in geografia e nel suo scritto non manchino errori, ma mi sembra un po’ troppo chiamare villaggio Betsaida, una delle più importanti città della Galilea.


Betsaida è una delle città più frequentate da Gesù nella sua vita, sede frequente di suoi soggiorni e soste dove, fra l’altro, sono nati gli apostoli Filippo, Andrea e Pietro. Ma le cose che non tornano non finiscono qui.
Alla fine dell’episodio Gesù dopo aver guarito il cieco lo invita a tornare a casa sua senza però entrare nel villaggio. Per capirci qualcosa di dove abita per davvero il povero cieco ci vorrebbe un’indagine poliziesca, ma la cosa mi sembra un po’ complicata!
Anche i vari commentari da me consultati, dopo qualche congettura più o meno fantasiosa, si arrendono lasciando aperti i miei dubbi. Ma il fatto che mi lascia più perplesso non sono tanto gli errori e le contraddizioni geografiche del testo, ma le ragioni più profonde del perché nell’opera redazionale di Marco ci sia spazio per il racconto di questa guarigione, fra l’altro, narrato solo nel suo vangelo. Sappiamo tutti che gli intenti degli vangeli non sono quelli di raccontare una biografia, ma quella di annunciare la buona novella, la Parola che si è fatta carne in Gesù.
Siamo ad un altro livello quindi di narrazione, dove gli episodi reali della vita del nostro Signore Gesù vengono narrati perché c’è un forte messaggio che scuote le coscienze, c’è l’annuncio della grazia salvifica, c’è la speranza del regno, c’è raccontato l’amore immenso di Dio per l’umanità.
Questo brano, nella sua brevità, quindi sembra quasi superfluo nell’economia della narrazione, basta metterlo a confronto con un’altra guarigione narrata due capitoli prima dallo stesso Marco, la guarigione del sordomuto del capitolo 7, dal versetto 31 al 37 che abbiamo letto prima.
In quel brano  c’è l’amore di Dio che guarisce, l’annuncio che Gesù è il messia annunciato in Isaia e promesso dal Padre, c’è nello stesso tempo il cosiddetto segreto messianico tipico della teologia di Marco nella richiesta di Gesù di non divulgare i segni, i miracoli che va compiendo. Tutti questi temi invece nel nostro brano sono appena accennati se non mancanti.
L’unico aspetto che potrebbe spiegare la presenza di questo racconto nel vangelo di Marco forse va ricercato nel fatto inconsueto che il cosiddetto miracolo, la guarigione avviene in un modo e specialmente in tempi diversi dai soliti. Nello schema classico dei “miracoli”, uso il termine più comunemente accettato invece di quello di “segno” più corretto teologicamente, l’atto avviene velocemente con l’imposizione delle mani e al massimo con una parola. In questo caso invece la guarigione avviene in due tempi, dapprima l’uomo riacquista la vista  in modo parziale tanto che dichiara «Scorgo gli uomini, perché li vedo come alberi che camminano». Allora e solo allora, dopo questa frase particolare, Gesù porta a compimento completo la guarigione.
Escludendo l’ipotesi che Gesù possa sbagliare come un Mago o un medico che per tentativi cerca la giusta terapia, non ci rimane che pensare che ci troviamo di fronte a due guarigioni che si pongono sue due livelli diversi, uno più materiale, l’altro più spirituale; Forse la chiave sta nella prima affermazione del cieco «Scorgo gli uomini, perché li vedo come alberi che camminano».
La frase di per sé è molto bella e poetica e secondo me è stata riutilizzata e rielaborata da molti poeti e scrittori, ma agli occhi di Gesù questa descrizione degli esseri umani, questa immagine degli uomini è profondamente sbagliata o molto parziale.
Il vedere gli uomini soltanto come alberi che camminano è una immagine superficiale e tragica dell’umanità. Vorreste rimanere impressi nella mente di altri uomini come un albero che cammina? Nel nostro linguaggio comune c’è una frase che utilizza un’immagine simile per l’apprezzamento estetico e superficiale di un uomo: che bel fusto! Per la nostra società potrebbe anche andar bene, siamo in piena società dell’immagine dove conta più l’apparire che l’essere, ma Gesù la pensa diversamente. Egli ci vuole a sua immagine e somiglianza, vuole per noi una umanità ricca e solidale. Gli alberi pur belli che siano non parlano, non comunicano…  gli uomini e le donne sono un’altra cosa.
Ecco, forse, perché Gesù fa la seconda guarigione modificando la percezione del cieco dell’umanità. Questo messaggio ci pare così lontano? Così inattuale?
A me pare che abbiamo bisogno ancora di questo insegnamento, troppe volte abbiamo visto gli altri uomini non solo come alberi, come alberi che ci intralciano nel nostro cammino prefissato, ma persino come nemici. Il modo diverso di vedere l’umanità c’è e anche in questa piccola storia Gesù ce lo insegna tenendo per mano il cieco, guarendolo con gesti strani, lo sputare sugli occhi, ma comunque carichi di affetto e partecipazione alla vicenda di questo ultimo della storia e della vita. Guardare se stessi e gli altri con nuovi occhi è la buona novella di oggi.
Questa è la grande guarigione che Gesù ci propone. Amen.

Chiesa valdese di Firenze, 26 agosto 2007

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