“Il Signore ne ha bisogno…”

Predicazione di David Buttitta su Marco 11,1-10

L’ingresso di Gesù in Gerusalemme è il testo della predicazione di oggi; è un testo inusuale, anche se molto conosciuto, perché è letto nella maggior parte delle chiese cristiane almeno due volte l’anno, la domenica delle palme e come introduzione nella prima  domenica di avvento. Ma come testo per la predicazione è snobbato: è un piccolo brano narrativo che ci ricorda il quando e il come dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme e segna l’inizio della settimana di passione. Nel contesto della prima domenica dell’avvento questo brano ci ricorda e ci prepara  a festeggiare l’immenso dono che Dio ci ha fatto mandandoci il suo unigenito figlio. Come tutti sanno, fra tre domeniche, anche se non c’è alcun appiglio storico alla data, il 25 dicembre, festeggeremo il Natale di Gesù.
Ma torniamo al nostro testo: Colui che ha partecipato all’ingresso festante di Gesù in Gerusalemme e che poi ha raccontato questo fatto ad altri, che infine lo hanno scritto, per prima cosa si è ricordato la “profezia dell’ingresso dell’unto del Signore” di Zaccaria che coincide ai fatti che osservava, per seconda cosa ha annotato alcuni particolari della vicenda almeno curiosi, forse significativi.

Tutti i quattro gli evangelisti narrano dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme, tre di essi Marco, Matteo e Luca ci narrano l’episodio dell’asinello, due di essi annotano e riportano quella strana frase con la quale i due discepoli di Gesù lo sottraggono, spero in prestito, ai legittimi proprietari: Il Signore ne ha bisogno. Strana frase, un po’ enigmatica, ma che fa pensare. Come? Gesù per il suo ingresso in Gerusalemme ha bisogno di una cavalcatura? E quale cavalcatura? Proprio di un asinello? Perché poi Gesù suggerisce ai due discepoli una frase così strana? Il Signore ne ha bisogno?
Ma andiamo con ordine e vediamo di capirci qualche cosa: Gesù è a pochi chilometri da Gerusalemme, ce lo dice il testo, anche andando piano, a piedi, in una mezz’oretta sarebbe al centro della città, al Tempio. Gesù certamente è stato numerose volte a Gerusalemme e non ci risulta che vi sia mai entrato cavalcando alcunché. Questa volta quindi Gesù scegliendo di entrare in Gerusalemme cavalcando un asinello compie una scelta precisa e sa, solo Lui, il figlio di Dio, dove e come trovare quelle cavalcature che corrispondono alla profezia del messia-re di Zaccaria. Gesù, è chiaro, vuole affermare che egli  è il vero messia annunciato da Dio e dai suoi profeti, chiamato, invocato, da sempre dal popolo di Israele. Proprio un asinello?

Per noi che apparteniamo ad un altro mondo culturale e siamo a quasi 2000 anni dall’avvenimento, non ci basta la diligente coincidenza fra profezia e  fatto. Nel nostro immaginario collettivo ci vorrebbe una cavalcatura più nobile, mica un asinello, anzi un puledro d’asina. Noi al massimo potremmo pensare ad uno splendido e fiero cavallo, cavalcatura questa sì  degna del liberatore, del salvatore, del re discendente di re, della casa di Davide. Ma anche questa scelta e idea corrisponde, come tante, ad una nostra sensibilità e a una nostra cultura, molto occidentale, molto indoeuropea, molto greco-latina e poi germanica e barbara. I nostri re, i nostri capi, per l’indubbia propensione alla guerra di questa nostra cultura, sono prima di tutto capi militari e l’animale della guerra, della caccia, della corsa, della carica delle spade fiammeggianti, non può essere che il cavallo. Ve li immaginereste dei nobili cavalieri che salvano fanciulle e che sono paladini di ogni virtù a cavallo di un ciuco? Invece l’asino è in ambito semitico l’animale che aiuta l’uomo nel lavoro quotidiano, porta il contadino al lontano campo, porta la legna per il fuoco, il cibo per la famiglia, testardo e poco fiero d’aspetto, molto parco nel mangiare, è un animale che vive con poco, bastano pochi ciuffi di erba secca. E’ l’animale dall’incedere lento, ma che va molto lontano ed è associato, in quella cultura semitica, alla soma ideale di chi pensa, di chi non fa la guerra, del saggio e del poeta, del profeta e del re, di Salomone più famoso nella storia del mondo per la sua proverbiale saggezza che per le imprese belliche.
Il simbolo dell’asino, come ha detto il professor Cardini in uno dei suoi libri, negativo per il nostro mondo, positivo per il mondo semitico, configura due modi diversi di intendere la vita. Il re di Israele è l’uomo di pace che ascolta il suo Dio e si preoccupa del suo popolo e per queste cose è considerato un buon re, come si può leggere nei giudizi di merito presenti nella Bibbia ebraica sui re di Israele e di Giuda che si basano su questi  parametri principali.
Gesù non a caso quindi sceglie l’asinello, la soma dal verso stonato, la soma del contadino che sale e scende fra le colline riarse della terra di Israele, la soma del profeta. Non a caso Gesù si rifà a questa tradizione. Lo vedremo poi nei giorni che seguiranno quanto egli rifiuti a costo della sua vita di essere il re che brandisce la spada, che vuole imporre con la forza la sua regalità. Eppure gli zeloti e i partigiani nazionalisti del suo popolo, oppresso dall’invasore romano, lo vorrebbero, come ogni altro re, armato e pronto ad uccidere per ristabilire il regno di Israele. Lo vorrebbero così anche i Romani perché con la loro mentalità, dove solo il potere delle armi conta, risulta incomprensibile quest’uomo che li spiazza, che non li vuole morti, che non li caccia da Gerusalemme, che si fa arrestare urlando di non usare la forza per salvarlo ai  suoi discepoli e in particolare a Pietro nel Getzemani.
Anche per noi quindi questo asinello può e deve diventare un simbolo positivo, nel mondo cristiano d’occidente per quanto vi è stata una forte commistione far archetipi culturali indoeuropei e semiti, l’asinello è diventato anche un simbolo positivo. Così lo ritroviamo dipinto da Giotto nella fuga in Egitto, lo ritroviamo nell’invenzione del presepio di Francesco d’Assisi, lo ritroviamo come scrive un padre della Chiesa del IV secolo, Giovanni Crisostomo, come un segno distintivo che i cristiani di quei secoli usavano per raffigurare Gesù Cristo stesso. Forse però l’asino nel nostro mondo è rimasto troppo legato al simbolo negativo attribuito dalla cultura indoeuropea. Quelle orecchie, quello zoccolo unito lo fanno diventare un satiro e poi un diavoletto, quel carattere irascibile e scontroso lo fanno diventare simbolo dell’ignoranza e della testardaggine come gli asinelli di Pinocchio, per Jung l’asino rappresenta il simbolo della terra,  del caos contro il pegaso alato che rappresenta l’ascesi: gli esempi letterari di tanta ambivalenza simbolica sono numerosissimi, ma a noi piace pensarlo così come è in questo contesto biblico.
Gesù lo ha scelto, questo ci deve bastare, egli ha dichiarato pubblicamente ai due discepoli di aver bisogno di un asinello. L’umile bestia da soma è nei piani della salvezza che Gesù ha voluto donare, il testo da questo punto di vista è molto chiaro. Anche gli animali, e anche i meno belli, più famosi per i loro calci ben assestati che per le loro prestazioni atletiche, stanno nei piani della salvezza di Dio. Loro non sono fatti come noi ad immagine e somiglianza di Dio, loro sono solo bestie con poca intelligenza e pochi sentimenti eppure Dio ha bisogno anche di loro.
E noi che c’entriamo con questa storia di asinelli che percorrono in lungo e in largo le storie della Bibbia? Che ce ne facciamo di queste bestie un po’ puzzolenti che abbiamo sostituito velocemente con l’Ape in campagna e con la Vespa in città, cosa ce ne facciamo di queste bestie che i nostri figli non hanno mai visto se non in televisione o in un presepio? Noi custodi del mondo e della sua natura potremmo almeno salvarli  perché sono in via di estinzione.
Oggi questa piccola storia che abbiamo letto all’interno della grande storia annuncia l’ingresso di Gesù nella città di Gerusalemme, simbolo di ogni città del mondo. Ma potremmo solo per un attimo, ve ne prego, solo per un attimo, per quella sana antropologia negativa tipica di noi protestanti, pensarci come  se fossimo asinelli, autodefinirci somari? Non io più asino di te, non tu più asino del tuo vicino di panca, ma tutti indistintamente asinelli: testardi, ignoranti, poco intelligenti, tanto poco intelligenti da produrre oggetti per la distruzione della nostra specie e del mondo. E se questo paragone ardito  con gli asinelli non vi ha sconcertato pensiamo per un attimo che Dio ha dichiarato: Il Signore ne ha bisogno.
Non montiamoci la testa, egli, solo Lui, può usarci perché possiamo essergli utili, solo Lui può usarci e addomesticarci per annunciare al mondo il regno della pace e della felicità. Egli, solo lui, sa servirsi di noi, qualunque sia la cosa che sappiamo fare, come ha saputo servirsi dell’asino affinché egli, il nostro salvatore, possa entrare nelle città del mondo e nel cuore della gente con la cavalcatura del profeta della pace.
E’ per grazia che siamo salvati, non per le nostre doti, non per i nostri meriti, ma perché ubbidienti portiamo sulle nostre spalle il messaggio di Gesù in ogni luogo. Amen.

Predicazione di David Buttitta, Chiesa Valdese di Firenze

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