L’offerta della vedova

Predicazione di David Buttitta su Efesini 5,1-8; Marco 12, 41-44.46

Non so chi ultimamente, forse ad una delle iniziative del nostro centro culturale, ha raccontato che un suo amico laico, ateo o almeno non religioso, seguendo un culto o una messa, non ricordo e non mi interessa ricordare, ha detto che il testo biblico che era stato letto era chiarissimo, il messaggio e il monito contenuto era chiaro, il sermone che è seguito invece è servito solo a rendere quel messaggio meno categorico, meno efficace. Purtroppo sappiamo che questa affermazione è vera per molti nostri atti liturgici. In particolare molti sermoni o predicazioni che ho sentito o scritto sono soltanto, nei confronti della forza espressiva del testo e di quello che il nostro Signore ci vuole comunicare, un allungare la minestra, renderla meno saporita, renderla più digeribile ai nostri palati da peccatori. Sicuramente questo testo della predicazione rientra nella categoria dei brani dell’evangelo che abbiamo reso insipidi. Eppure è talmente chiaro! Non so se mia figlia Ester, ma sicuramente una mia nipotina di 11 anni lo capirebbe e ce lo spiegherebbe in tutta la sua forza ed efficacia.

Poi per giunta con la chiara indicazione di Paolo che abbiamo letto la cosa sarebbe ancora più semplice. La storia è molto semplice, è una semplice osservazione di Gesù rivolta ai discepoli, ci fa notare la differenza sostanziale e non formale delle offerte che vengono donate al tempio di Gerusalemme fra dei ricchi e una povera vedova. I primi davano una gran quantità di soldi, la povera vedova due spiccioli, ben poca cosa per le finanze del tempio, ma quei due spiccioli erano tutto quanto aveva per vivere. I primi e tutti gli altri, dice il testo, davano solo il superfluo. Con la premessa che ho appena fatto potrei chiudere la predicazione qui, è talmente ovvia l’attualizzazione del testo che noi tutti nella colletta o diamo solo il superfluo o siamo molto diversi da quella vedova. Finendola qui, da una parte forse ci sarebbe l’effetto di una colletta più abbondante, dove non daremo semplicemente il superfluo e dall’altra ci porteremo nel cuore e nella mente la constatazione che il nostro modo di comprendere l’evangelo è superficiale, il nostro modo di vivere non è scalfito dall’evangelo. Questi due effetti della lettura di questo testo non sarebbero comunque cosa da poco, rimpingueremo le scarse entrate della nostra comunità da una parte, interrogheremo la nostra coscienza un po’ addormentata e – girando il timone – forse indirizzeremo la barca della nostra vita verso la direzione che avevamo accettato dichiarandoci testimoni del Signore. Ma la povera vedova dove la lasciamo? Anche l’evangelista Marco, che ci narra con pochi tratti incisivi questo breve episodio, non ci racconta più nulla di questa vedova. Cosa avrà mangiato quel giorno rimasta com’era senza un becco di un quattrino? Avrà trovato sollievo nell’ascolto della Bibbia ebraica che avviene nel tempio di Gerusalemme? Chi l’avrà sorretta nell’afflizione e nel dolore e le avrà portato aiuto almeno materiale dando a lei la possibilità di vivere senza mendicare il pane e un posto per dormire? Non sappiamo più nulla di questa vedova, non sapremo mai neanche il nome di questa persona che ha anteposto il servizio a Dio, alla soddisfazione dei suoi ovvi bisogni naturali. Forse da questa breve storia e dal piccolo gesto di questa povera vedova noi uomini e donne cosiddetti religiosi avremo riscoperto che il messaggio dell’evangelo nella nostra vita non può essere superfluo, ma centrale, ma di quella povera vedova e di tutte quelle persone che le somigliano cosa ne sarà? Ho riletto questi versetti, ho cercato di vedere se c’era un lieto fine almeno nella storia che ci racconta Marco durante la settimana che precede la morte e la resurrezione di Gesù. Niente lieto fine, niente intervento miracoloso, nessun gesto di aiuto per lei, forse i sacerdoti del tempio si sono occupati di lei? Non lo sapremo mai, niente di niente, la vedova scompare. Ma poi mi sono ricordato che i testi del Nuovo Testamento non conoscono i paragrafi che dividono le storie, sono un’aggiunta moderna per facilitare la lettura e ho letto i due versetti che seguono e sono rimasto un po’ stupito, ve li leggo: Mentre Egli usciva dal tempio uno dei suoi discepoli gli disse: “Maestro, guarda che pietre e che edifici!” Gesù gli disse: “Vedi questi grandi edifici? Non sarà lasciata pietra su pietra che non sia diroccata.” Altro che lieto fine… Il tempio di Gerusalemme crollerà, nella ovvia attualizzazione del testo che avevo accennato la mia bella chiesa crollerà. Perché? Signore… La risposta è venuta, ci ha messo un po’ di tempo per farsi largo nella mia mente… Non ci sono edifici religiosi che reggono al tempo, i templi ebraici o cristiani dedicati al Signore crollano, finché ci saranno le vedove abbandonate a se stesse e tutti quei fratelli e sorelle che stanno male sia fisicamente che moralmente saranno abbandonati a se stessi. A che servono chiese bellissime, liturgie grandiose e tanti pii uomini religiosi all’umanità sofferente? Nella settimana santa anche Gesù si troverà solo e abbandonato, da quegli stessi sacerdoti e maestri che lo hanno accolto ancora giovinetto nel Tempio, da quegli stessi che nella Domenica del suo ingresso festoso nella città santa sventolavano ramoscelli di ulivo e di palma, da quegli stessi, i discepoli, che lo hanno seguito per le strade della Galilea, della Samaria fino a Gerusalemme. Forse, fratelli e sorelle, per differenziarsi da tutti quegli uomini religiosi di tutte le epoche che si sono dimenticati di Gesù e delle vedove del mondo, bisognerà ricordarsi l’amore di Dio per noi e il comandamento dell’amore che lui ci ha voluto rammentare. Siamo in un’epoca in cui l’umanità ha perso il senso dell’orientamento e siamo tutti un po’ alla ricerca di identità e riconoscibilità, noi cristiani ce l’abbiamo indelebile e non somiglia per niente a tutte le superflue ideologie e appartenenze etniche e culturali. Noi siamo i testimoni dell’amore di Dio per l’umanità e dell’amore che incontra attraverso di noi tutti quelli che soffrono e sono in ricerca di senso nella loro vita. Forse siamo nel tempo dove non servono tanto templi e chiese, uomini pii e religiosi che si frequentano acquietati nella loro coscienza la domenica o nelle feste comandate, l’umanità che soffre, la natura che geme è là fuori, aspetta parole di amore e gesti di condivisione e di aiuto, non riti, funzioni, teologie complicatissime, ma solo due piccoli insignificanti spiccioli di amore.

(Dedicato alle mille povere vedove dello Tsunami delle quali ci siamo già scordati)

Davide Buttitta

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